Storia & storie | 11 agosto 2021

Quei banchieri astigiani attivi in tutt'Europa

Gustavo Mola di Nomaglio

Gustavo Mola di Nomaglio

di Gustavo Mola di Nomaglio*

Nel tardo medioevo, l’espansione nei mercati europei dei mercanti-banchieri piemontesi assume ritmi straordinari. In Savoia, Svizzera, Borgogna, Franca Contea, Champagne, Lorena, Fiandre, Germania renana e Paesi Bassi, tutti i principali centri commerciali, alcune città portuali e gran parte dei luoghi in cui si svolgono fiere o mercati di qualche importanza, divengono stabile sede di casane (o banchi di prestito, di pegno) gestite da banchieri provenienti dalle terre subalpine. Un esempio di quest’espansione l’abbiamo nel 1296, quando Ottone IV di Borgogna consegna il ducato a Filippo il Bello. Vi erano. in quell’anno, sparsi per i maggiori centri delle sole “due Borgogne”-la Franca Contea e la Borgogna propriamente detta- oltre trenta banchi tenuti stabilmente da “lombardi” (un termine col quale si indicavano in generale i mercanti italiani, in particolare quando affiancavano all’attività mercantile quella di prestatori di denaro, talora utilizzato specificatamente per indicare i mercanti provenienti dal Piemonte). Questi “lombardi” ed altri che avevano interessi in altre regioni d’Europa appartenevano in massima parte a famiglie astigiane, quali quelle degli Asinari, Falletti, Guttuari, Scaglia, Allioni, Roero, Isnardi, Scarampi, Garretti, Pelletta, Bergognini, Turco e Alfieri. Rare, ma estremamente influenti e ramificate, erano anche alcune famiglie non astigiane, rappresentate essenzialmente dai de Brayda, di origine albese e dai Provana, carignanesi. Nonostante vari storici, come Alessandra Sisto (Banchieri – feudatari subalpini nei secoli XII – XIV, Torino, 1963) o Luisa Castellani (Gli uomini d’affari astigiani. Politica e denaro tra il Piemonte e l’Europa, Torino, 1998) abbiano dedicato agli antichi banchieri piemontesi studi approfonditi –e non in tutto univoci- resta probabilmente ancora molto da dire sulle dinamiche d’espansione e di contrazione dei loro affari, sulle logiche di spartizione delle aree d’attività, sul loro peso politico in patria e all’estero, sull’effettiva estrazione sociale. A riguardo di quest’ultima si riscontra la tendenza da parte di alcuni studiosi a ritenere, in modo assai generico, i banchieri astigiani come dei parvenu capaci, grazie alle enormi ricchezze costituite coi loro traffici e con la pratica dell’usura, di costituire una nuova aristocrazia in grado di soppiantare in breve tempo e in modo completo un anteriore ceto dominante. Castelli, giurisdizioni, diritti feudali e beni allodiali dell’Astese sarebbero in modo generalizzato stati impegnati da antichi proprietari (fossero essi privati feudatari, sovrani o il demanio delle repubbliche di Asti o di Genova) a garanzia di prestiti e poi sarebbero in progresso di tempo caduti nelle mani dei “casanieri”. In sostanza si assisterebbe a un fenomeno più che netto di contrapposizione tra l’aristocrazia del denaro e quella della tradizione, che si fronteggiano inizialmente con reciproco disprezzo e invidia per poi fondersi. Certamente esistono esempi a sostegno di simili tesi, tuttavia il fenomeno richiede di essere valutato con toni più sfumati. Le attività feneratizie attirarono infatti anche famiglie feudatarie da epoca “immemoriale” di ampi patrimoni, giurisdizioni e castelli. Il disprezzo manifestato dalla nobiltà piemontese (che in questo campo differisce in modo netto da altre italiane) per le attività mercantili pur essendo, per così dire, originario, è documentato d’altronde soprattutto in epoca più tarda, dal XV secolo, quando anche i maggiori banchieri astigiani hanno già preso le distanze dalle attività usurarie. Proprio la pratica dell’usura è talora considerata come il cardine dell’attività dei banchieri astigiani; ma in realtà il loro campo d’azione era più ampio. Essi praticavano si può dire ogni attività legata al mercato del denaro. Abbiamo notizia di banchieri incaricati del trasporto di ingenti somme da parte di sovrani o anche della Camera Apostolica, sappiamo che altri praticavano l’arte del cambio non solo in casane di loro proprietà ma anche all’interno di banchi appartenenti a poteri locali tanto civili che religiosi, ottenendo magari da questi un diritto esclusivo di prestare su pegno all’interno di una determinata giurisdizione, con promessa di applicare interessi legittimi; altri divenivano zecchieri, monetieri, tesorieri o ricevitori delle entrate di qualche principe. L’attività delle casane astigiane fu colpita, quando sfociò nell’usura, da condanne e attirò su di sé qualche scomunica; tuttavia la fitta rete di società mercantili tra loro collegate con complesse partecipazioni incrociate, non servì solo all’arricchimento dei casanieri e delle loro terre d’origine ma anche allo sviluppo economico delle regioni in cui essi operarono.

* Scrittore, archivista, vice presidente Centro Studi Piemontesi

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