Mostre | 07 agosto 2021

A Chiomonte per capolavori di Levis

Un'opera di Giuseppe Augusto Levis

Un'opera di Giuseppe Augusto Levis

di Francesco Amadelli

Si sono conclusi da poco a Roma i lavori del G20 della cultura. In un eccesso di autoesaltazione, attività nella quale i nostri politici primeggiano, si è ricordato al mondo quanto il patrimonio culturale, specie in Italia, sia fondamentale per la promozione della nostra Nazione dimenticando gli scempi rimasti impuniti compiuti da italiani e stranieri a scapito delle nostre bellezze. Il Colosseo, ove si è concluso l’evento, ha testimoniato la capacità e l’impegno delle autorità a salvaguardia delle nostre ricchezze ma, ci pare doveroso, far notare come “vendere” il Colosseo in diretta televisiva appaia attività ovvia e semplicistica già acquisita da quell’antico monumento.

Esistono in Italia altre realtà considerate erroneamente minori, meritevoli di ben altri riguardi se non altro per premiare lo sforzo di coloro che tutti i giorni combattono contro inestinguibili problemi di bilancio e di personale per la salvaguardia del patrimonio artistico.

E’ questo il caso della Pinacoteca di Chiomonte (nel palazzo appartenuto alla famiglia Paleologo, ereditata dalla madre di Levis alla morte del primo marito e nella quale il giovane crebbe) la quale, grazie all’enorme disponibilità di quadri (circa 470) lasciati in eredità dal concittadino Giuseppe Augusto Levis al Comune (altri 400 dipinti circa al Comune di Racconigi, col quale l’artista ebbe uno stretto rapporto) ha potuto creare un’esposizione permanente a rotazione dei suoi quadri.

Giuseppe Augusto Levis (1873–1926) si avvalse della possibilità di crescere in una famiglia facoltosa a contatto con artisti e con la Casa regnante dei Savoia facendo conoscenza con lo Zar di Russia in visita in Italia. Egli non pensò mai allo sfruttamento commerciale delle sue opere, giunte fino a noi attraverso il lascito. Va sottolineato l’alto spirito patriottico dimostrato dal Pittore a pochi anni dalla creazione dello stato italiano, convinto come la Ccultura dovesse essere posta al servizio di tutti. La Regione Piemonte e l’Amministrazione comunale di Torino, punti focali sui quali converge inevitabilmente la nostra attenzione, non hanno saputo ancora dimostrare interesse né per l’arte né per la mole di opere giacenti, presumiamo, in qualche magazzino. Il nostro pensiero corre, chissà perché, ad altre Regioni, in primis la Lombardia, molto più solerti nell’utilizzare patrimoni artistici spesso inferiori in quantità valorizzandone però la qualità.

All’età di quindici anni Levis dimostra le proprie qualità pittoriche ed esecutive con mano decisa e matura arrivando nel 1897 alla sua prima partecipazione alla mostra della Società Promotrice delle Belle Arti sita al tempo in via della Zecca 25 (ora via Verdi), a Torino. Risale al 1901 la conoscenza con Lorenzo Delleani del quale frequenta la scuola assieme ad altri allievi. Dal grande Maestro di Pollone apprenderà a valorizzare la luce, dipingendo nuvole e l’alternarsi del tempo atmosferico, coglierà e fisserà sulle tavolette di legno i mutamenti della natura con la rapidità esecutiva caratteristica di Delleani.

La prima parte della sua arte pittorica è decisamente impressionista con vedute e paesaggi montani piemontesi e valdostani ripresi en plein air, tecnica in forte espansione negli anni di fine ‘800. Sulle orme di Delleani si recherà in Olanda e in Russia portando sei dipinti da omaggiare allo Zar. Alcune sue opere sono sicuramente custodite nei musei russi. Fu appassionato di fotografia stereoscopica cioè ottenuta con apposite macchine a doppio obiettivo che permettevano di riprodurre contemporaneamente doppie immagini come avviene per l’occhio umano ottenendo una maggiore profondità di visione.

Sarà lo scoppio della Guerra di Libia, nella quale si arruola come volontario nel 1912, a portarlo a una prima svolta pregna di maturità e autonomia rispetto alla pittura di Delleani, deceduto nel 1908. Dalla terra africana porterà negli occhi e nella mente la vivida, accecante luce nonché il riflesso dei raggi solari sulle distese sabbiose e desertiche di quella terra. Sarà un’esperienza formativa di notevole valore che si scontrerà, pochi anni dopo ,con una realtà totalmente differente allorchè, mosso dallo stesso spirito, partirà volontario a combattere nella I Guerra Mondiale. Grazie alle sue conoscenze otterrà il permesso di dipingere le scene di guerra in tutta la loro crudezza: non più la luce e il calore africano quanto il paesaggio fosco, cupo della terra carsica, devastata dai bombardamenti, i reticolati, il buio squarciato dalle lame di luce delle cannonate, le trincee e gli esigui spazi di manovra. Ne uscirà provato. Al suo rientro la pittura ne risentirà profondamente; non più i verdi prati chiomontini nei quali la presenza umana era concepita con la stessa semplicità di un albero o di un animale al pascolo. Non più.

Levis abbandonerà il pennello per lacerare la luce dei suoi dipinti con spatolate nervose, abbagli cromatici differenti. Ogni sua opera nella stagione conclusiva della vita dal 1923 al 1926 conferirà una libertà espressiva e una rilevanza materica destinata a divenire pittura pura. Sarà il periodo definito dai critici del suo espressionismo al quale non sarà estranea la malattia venerea che lo porterà al decesso nel giugno del 1926.

La mostra vale indiscutibilmente la visita sotto la guida del competente e preparato personale.



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