Libri - 28 luglio 2021, 20:52

Ricordando il Nord Ovest visto da Piovene

Ricordando il Nord Ovest visto da Piovene

di Francesco Amadelli*

“L’Italia è varia, non complessa. Cambia da un chilometro all’altro, non solo nei paesaggi, ma nella qualità degli animi; è un miscuglio di gusti, di usanze, di abitudini, tradizioni, lingue, eredità razziali. Sono però diversità vissute come fatti della natura, che fomentano umori litigiosi ed incomprensioni, ma non conducono al distacco.”

Parole attualissime e anticipatrici allo stesso tempo quelle che il grande Guido Piovene scrisse al termine del suo viaggio in Italia condotto per conto della Rai dal 1953 al 1956, del quale rimane purtroppo soltanto la traccia scritta non la parte fonica mandata in onda molti anni fa e irrimediabilmente perduta. Priva altresì di riprese cinematografiche dato che la televisione in Italia stava muovendo i primi passi (ciò avverrà soltanto qualche anno più tardi con reportage che hanno lasciato una traccia importante, uno per tutti “Viaggio nella valle del Po” di Mario Soldati) della cui assenza non ci rammarichiamo anzi ci rallegriamo dato che le immagini spesso distorcono fino a stravolgere completamente il pensiero dell’autore. Veloci, parziali, sbrigative e inconcludenti le lasciamo agli adoratori delle superficialità, ai frequentatori dei social, da Tik Tok a Facebook, stregati da un’apparizione effimera utilizzata come strumento di convincimento da molti personaggi politici.

“Nemo profeta in patria” tale espressione mal si adatta a questa cavalcata modesta e silenziosa, profonda e riflessiva sull’Italia sorta dalle macerie della guerra e in procinto di esplodere nel Miracolo Economico. Non si tratta di un ritratto sociologico ricco di vuoti numeri e fredde statistiche a disposizione più spesso dei manipolatori e detrattori che non dei cultori della verità quanto piuttosto di uno sguardo distaccato e non sempre benevolo sul popolo italiano di quei lontani anni. Meriterebbe un posto d’onore fra i trattati antropologici da studiare nelle scuole e sul quale meditare per i contrasti posti in luce e gli inevitabili confronti con l’attuale situazione.

Cosa ne emerge, vi chiederete. Sicuramente la capacità di reazione del popolo italiano alle difficoltà dell’epoca, primariamente la miseria. Pronunciamo con il dovuto garbo questa parola perché noi tutti non sappiamo o abbiamo dimenticato il significato e il profondo valore di quel vocabolo constatando come le forze politiche, spesso per meri scopi elettoralistici, corrano a risolvere temporanei problemi di disagio sociale con l’erogazione incontrollata e illusionistica di fondi statali forieri di futuri maggiori danni. L’operazione scatena le reazioni delle forze politiche in una polemica inestinguibile.

Ma torniamo al nostro viaggio in Italia. Non si tratta del resoconto di un viaggiatore straniero alla ricerca delle bellezze del nostro paese come avveniva nei Grand Tour dei secoli passati; è lo sguardo impietoso di un grande giornalista allevato alla scuola del giornalismo puro e intransigente scevro di polemiche e ideologismi e del quale sentiamo tanto la mancanza oggigiorno.

Sentite cosa dice Piovene di Torino e dei torinesi: “Torino è forse la più ibrida delle città italiane, ed il suo carattere ibrido non viene dagli apporti esterni, ma sorge tutto dall’interno, dalla sua anima rigida ma contraddittoria. Alcuni dei suoi musei, bene pubblico, sono avaramente tenuti come beni privati. Il Museo Egizio specialmente, nel quale sembra che un proprietario egoista badi più ad ammucchiare i propri acquisti per se stesso che ad esporli al visitatore. I torinesi sono lenti, pesanti, riflessivi, ragioniereschi, avari di consensi e, se provano ammirazione portati a tenerla per sé piuttosto che a manifestarla, sono gli unici italiani forse che possiedano più opinioni che idee, in un paese come il nostro nel quale le idee sono folte ma le opinioni rade.”

Piovene continua citando l’industriosità dei piemontesi, conformisti votati all’ anticonformismo pronti a sondare nuovi terreni e nuove possibilità di investimento; riporta inoltre una frase scritta in una monografia della Camera di Commercio “La psicologia dei piemontesi e dei torinesi in particolare si traduce in una tendenza a far circolare la moneta con ridotta velocità”.

Ma non è soltanto con le velate critiche che Piovene ci racconta ciò che è e che potrà essere nel futuro il Piemonte, spostando la visuale nelle varie zone da sud a nord della regione con l’occhio indagatore del ricercatore silenzioso e mai invadente. Il contadino non è soltanto il coltivatore della terra bensì il poeta delle zolle che conosce una ad una grazie alla sua personale appartenenza al territorio, un frutto o una pianta generata dalla Madre Terra.

La descrizione del Piemonte finisce con lo sguardo su Olivetti e la sua Industria che egli concepiva come punto di riferimento per i lavoratori (non dipendenti) e le loro famiglie secondo un concetto socialista ed evangelico assieme che lo porterà a concepire il sogno utopistico di Comunità. Troppo avanzato perché potesse essere ripreso e sviluppato da un partito politico attuale. Adriano Olivetti si adoperò perché gli operai sentissero nella fabbrica non solo un luogo di guadagno, ma in senso stretto la patria; fece edificare scuole, asili e nidi di infanzia mosso dalla fede religiosa ebraica alla quale apparteneva e quella valdese materna: un connubio raro e creativo, sicuramente unico.

Il viaggio di Piovene prosegue, siamo solo all’inizio; nelle sue pagine traspare la passione contenuta per il proprio mestiere, per la realtà che tenta di riportare nella maniera più genuina possibile.

Breve invece si rivela il passaggio nella Valle d’Aosta, luogo delle sue scorribande giovanili segnate dalle perdite al gioco. Ci parla dell’economia valdostana una volta povera ora rifiorente grazie all’autonomia concessa dal governo centrale attraverso la quale gli abitanti, fieri e distaccati, ritrovano il senso della comunità montanara oltre che il desiderio di ricostruire la regione dopo gli scempi della guerra. Non sovvenzioni chiedono bensì personale preparato e così si esprimono:” Ci occorre un buon geometra per ogni villaggio. Fortunato il villaggio governato da un buon geometra.”

Ma il fiore all’occhiello della regione rimane il Parco Nazionale del Gran Paradiso voluto da Vittorio Emanuele II, il Re cacciatore sterminatore di stambecchi e camosci riconvertitosi all’ ultimo in strenuo difensore di quei luoghi. Pentimento? Gelosia per quelle altitudini che avrebbe voluto soltanto sue? Non sappiamo, forse soltanto il rimpianto per le grandi battute di caccia alle quali avrebbe dovuto rinunciare trasferendosi nella nuova Capitale.

Dalle montagne al mare. Piovene evita di giungere a Genova nella sua prima tappa ligure preferendo ammirare la costa dal mare. Spettacolo affascinante che appare sanato dalle ferite del conflitto. Anche i fiori del Sanremese diventano una produzione di massa, si trasformano da prodotto superfluo in necessario e sono sottoposti a leggi industriali nel tentativo di contrastare la concorrenza della vicina Grasse in Francia. Quindi una puntata a Ferrania, nell’entroterra savonese, per descriverci ciò che non esiste più: lo stabilimento foto-cinematografico nel quale la Fiat aveva investito forti capitali e risultava seconda al mondo dietro l’americana Kodak (venduta ai cinesi in tempi più recenti).

Il carattere del ligure emerge dal colloquio con Piaggio, il noto industriale, pronto ad esporgli il proprio pensiero politico: “Quasi tutte le industrie pesanti sono in mano all’IRI; ecco l’unico vero male. La rovina comincia con l’invasione dello Stato.” Per poi proseguire con un chiarimento circa i rapporti fra capo d’azienda e dipendenti: “Gli operai, bisogna trattarli bene, ma restando padroni. I nostri rapporti con le maestranze sono ottimi. Duri sì ma leali, non falsi e demagogici. I rapporti diventano cattivi quando il padrone si traveste ed entra in una gara di demagogia”. Mario Piaggio, da buon ligure, non è loquace e non ama molto il contatto con gli estranei.”Quando sono in vacanza vivo sulla mia barca; meno persone vengono più piacere mi fanno.” Un biglietto da visita che non ammette replica.

Ed ecco Genova, misteriosa come Londra, luogo ideale per un romanzo giallo. L’autore definisce la vita del capoluogo come sincopata, ritmata secondo un tempo musicale tutto proprio. “Gli abitanti – riprendo le parole di Piovene - stimolati dall’indole riservata della loro città, nascondono dentro di sé un angolino tenebroso, coltivano la chimera dell’agente segreto”. Segue una descrizione appassionante della città e dei suoi palazzi all’interno dei quali il concetto degli affari, dell’onestà, dei sentimenti è più strettamente privato. La famiglia genovese è unita e tutto è sentito con un rigore di altri tempi.

La descrizione di Genova si prolunga per diverse pagine con la freschezza e l’ammirazione dell’antico viaggiatore e Piovene conferisce alle sue parole quel tanto di romantico e appassionato tipico dei grandi reporter come Enzo Biagi, Indro Montanelli o Luigi Barzini. Ma questa è storia passata, leggiamola e meditiamola facendo le dovute comparazioni con i tempi odierni e scopriremo quanto quel passato sarebbe ancora attuale se solo riuscissimo a cogliere lo spirito di quei tempi e di quegli uomini.

Propongo al lettore di leggere le pagine della regione che gli interessa maggiormente. Forse soltanto Wolfgang Goethe con il suo “Viaggio in Italia” sa trasmettere le emozioni tramandateci da Guido Piovene. Libro da leggere, anzi da rileggere.

* Scrittore


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