- 24 luglio 2021, 08:30

Quando a Torino Monicelli girò I compagni

Una scena del film I compagni

Una scena del film I compagni

di Francesco Amadelli*

E’ il 1963 allorchè il regista Mario Monicelli, sempre sensibile ai temi sociali, propone al grande pubblico il film “I compagni” avvalendosi della sceneggiatura di Age e Scarpelli, la fotografia di Giuseppe Rotunno e le musiche di Carlo Rustichelli.

Il film fu girato a Torino e prodotto dalla Lux Film di Riccardo Gualino. La vicenda si svolge nel capoluogo subalpino, alla fine del XIX secolo e pone in evidenza le lotte sindacali di quel travagliato periodo. Monicelli è reduce dal successo de “I soliti ignoti” del 1958, con il quale aveva dato inizio a un filone definito “commedia all’italiana” e che presto, per motivi di cassetta e una sempre minore cultura di sceneggiatori e registi, assumerà aspetti boccacceschi e decisamente triviali.

I Compagni fu il film che piacque maggiormente a Monicelli ritenendolo grande nei contenuti sociali e sindacali e minimalista nella trama, semplice e coinvolgente. Ogni pellicola di Monicelli ha uno sfondo sociale dal retrogusto amaro anche là ove lo spettatore è portato a ridere. L’italiano ride di se stesso senza comprendere spesso come dietro quella scena si celi una verità scomoda, apparentemente ridicola, profondamente amara, figlia del disagio e della povertà. Si ride più facilmente del povero che sbaglia per sopravvivere che del ricco pieno di sé, seppur simpatico. Anche “I soliti ignoti” non sfugge alla regola mettendo in mostra un’Italia arruffona, incapace e deludente e per questo comica ma tremendamente profonda nel messaggio che lo spettatore spesso non coglie.

Un incidente sul lavoro in una fabbrica tessile nella Torino operaia spinge le maestranze a chiedere una riduzione dell’orario di lavoro (da 14 a 13 ore quotidiane) dando inizio a uno sciopero. E’ l’Italia dai profondi rivolgimenti sindacali, dell’alternarsi al Governo della Destra e della Sinistra, di Torino non più Capitale d’Italia divenuta però punto di riferimento del sindacalismo e delle rivendicazioni ed esempio per tutta la nazione.

Al debutto, il film non ebbe il successo che avrebbe meritato, dato che rimane con I soliti ignoti uno dei capolavori della cinematografia italiana; il riconoscimento fu tardivo e il Morandini lo definì tendente a un moralismo degno del libro Cuore. I critici del tempo non seppero immaginare un’opera al di fuori degli schemi del neo-realismo ormai passato.

Il cast era di tutto rispetto e spazia da Marcello Mastroianni nella parte del sindacalista straccione e idealista del professor Sinigaglia a Renato Salvadori, Annie Girardot (fra questi ultimi due nascerà una relazione duratura) Folco Lulli, caratterista ed ex partigiano che vinse un Nastro d’Argento nel 1964, Bernard Blier e, in una parte secondaria, Raffaella Carrà.

L’opera vinse anche il premio come miglior film al Festival del Mar del Plata e ottenne una nomination all’Oscar. Insomma potremmo dire che non fu compreso dalla critica e di conseguenza dal pubblico ma neppure la sinistra politica ne riconobbe i pregi racchiusa in una lotta interna che la rendeva proterva e spocchiosa nei confronti di un regista, Mario Monicelli, dichiaratosi sempre convinto comunista.

A questi mancati riconoscimenti possiamo aggiungere la delusione nel constatare come Torino, città operaia per eccellenza, non abbia saputo comprendere il messaggio di una delle poche pellicole girate in città e toccante un argomento di tale portata. I riconoscimenti postumi accrescono il rimpianto.

*Scrittore


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