Libri | 09 luglio 2021

Ricordando il Portogallo di Salazar

Antonio Salazar (da wikipedia)

Antonio Salazar (da wikipedia)

di Francesco Amadelli*

Delle grandi dittature europee del XX secolo siamo in grado di sapere tutto. Sul fascismo, nazismo, franchismo e comunismo sono stati versati fiumi di inchiostro e se ne continuerà a parlare per parecchio tempo, non solo per motivi storici. Gli estimatori dei singoli dispotismi continuano a sopravvivere spesso mutando pelle, tentando un’impossibile trasformazione in partiti politici alla ricerca di un accreditamento democratico difficile da ottenere.

La dittatura portoghese di Salazar, nata nel 1932 e finita in maniera incruenta nel 1974, è riuscita a sfuggire all’attenzione degli storici e studiosi, non solo italiani, per quel suo modo taciturno, defilato di presentarsi sulla scena internazionale.

Troppo spesso percepito come un’appendice del regime franchista spagnolo seppe approfittare del carattere riservato, schivo, talvolta indolente dei portoghesi oltre che di una posizione geografica che lo marginalizzava all’estremo occidente europeo, per crescere indisturbato, lontano dalle grandi masse scenografiche delle altre dittature. Salazar fu molto abile nel presentare il proprio Paese in maniera riduttiva, poco appariscente condividendo in questo lo spirito un po’ fatalista del suo popolo.

L’ottimo saggio dei due storici e docenti portoghesi, Alvaro Garrido e Fernando Rosas (“Il Portogallo di Salazar – Politica, società, economia”. Bonomia University Press) colma la lacuna della scarsa informazione giunta fino ai nostri giorni, presentandoci la storia del loro Paese in maniera esauriente e non verbosa, con piena soddisfazione degli amanti della materia storica. Sotto molti punti di vista il regime salazarista, sebbene non si sia discostato dai regimi dittatoriali europei già accennati, seppe imprimere caratteristiche peculiari a sé stanti.

Di estrazione universitaria, Salazar, economista e costituzionalista, seppe sfruttare pienamente le proprie conoscenze di docente e studioso. A differenza di Mussolini, Hitler, Franco e Stalin, non indossò l’uniforme benché abbia saputo blandire e utilizzare la casta militare di antiche tradizioni riuscendo a far sopravvivere un radicato nazionalismo uso andare a braccetto con il militarismo. “Il Portogallo non è un paese piccolo” disse, risvegliando l’orgoglio dei connazionali che lo seguirono.

Il volume si legge appassionatamente mentre andiamo alla scoperta dei tortuosi percorsi intrapresi da quell’anonimo personaggio che fu Salazar. Fu tanto abile da sventare due tentativi di colpo di Stato. Il regime cadde sotto il proprio peso per le tre incapacità sorte in 41 anni di potere: sviluppare, democratizzare, decolonizzare.

O Estado Novo fondato da Salazar non ebbe nulla di nuovo rispetto alle analoghe dittature di differente colore politico presenti nella Storia se non una spiccata propensione alla repressione e violenza che oscura i grandi meriti che ebbero i portoghesi nei secoli XVI e XVII, intrepidi navigatori e commercianti giunti con i loro velieri a toccare quasi tutte le terre emerse del Globo Terracqueo. Nel Sud del Giappone ancora oggi è presente l’1% dell’intera popolazione nipponica di religione cattolica sulla quale i portoghesi ebbero forti influenze sia nelle abitudini sociali che nell’architettura. Fu una rivoluzione ante litteram. Rivoluzione dei garofani fu chiamata nel 1974 e ci piace ricordarla così. 

Permettetemi una nota personale: nel 1975 mi recai in Portogallo dopo solo un anno dalla caduta della dittatura. Il maestoso ponte che a Lisbona attraversa tuttora il fiume Tago portava alla base una targa commemorativa: “Ponte Salazar” vi era inciso. A un anno di distanza essa non era ancora stata rimossa, soltanto due colpi di vernice rossa ne coprivano l’intitolazione ribattezzandolo con la stessa vernice “Ponte 25 do Abril”. Quando si dice il l’indolenza!

* Scrittore



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