- 02 luglio 2021, 09:30

La grande avventura dei fratelli Temperino

La grande avventura dei fratelli Temperino

di Francesco Amadelli*

Già il nome contiene in sé qualcosa di sbarazzino, tagliente, aguzzo e pungente, come solo i quattro fratelli Temperino, appunto, lo furono all’inizio del XX secolo. La famiglia era di origine canavesana e i genitori, con il figlio Maurizio, si erano trasferiti negli Usa, a Lead City, nel South Dakota, ove il patriarca aveva messo su un’azienda di costruzioni stradali. Il suo decesso prematuro costrinse la madre e i quattro figli, tre dei quali (Jim, Secondo e Mary) nati in America , a ritornare in Italia.

I fratelli nel 1906 pensarono bene di impiantare un’officina per la costruzione di biciclette e moto in corso Principe Oddone 44, angolo via Ravenna, a Torino. Dentro quei miseri locali cominciarono la loro scalata che durò una ventina d’anni: riparavano, costruivano e vulcanizzavano le gomme.

Lungo i viali alberati, rettilinei e polverosi della Torino dei primi del ‘900 sfrecciavano le loro motociclette con il marchio riproducente la loro firma con tanto di svolazzo finale. Quel mezzo meccanico semplice e un po’ primordiale comprendeva già una piccola novità: era dotato di cambio di velocità. Una novità assoluta.

All’Esposizione Internazionale di Torino del 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia furono in grado di allestire uno stand e la moto esposta si chiamò “Mead Flyer ” nome mutuato da un drink a base di idromele importato ancora dagli Usa.

Il salto dalle moto alle vetture fu breve. Nel 1908 diedero vita al prototipo di una vetturetta più simile a un’automobilina a pedali per bambini che a un automezzo in grado di muoversi autonomamente. Montava un motore di 350 cc di derivazione motociclistica su una struttura quanto mai semplice e spoglia che venne battezzata 8/10 cv. Sul radiatore portava il marchio di fabbrica “Temperino” a mo’ di firma.

Provate a immaginare la scena: per le strade polverose di Torino preceduta da un rumore sgradevole e un po’ molesto, accompagnata da una nuvola di polvere misto a fumo s’avanza una vetturetta (la definizione utilitaria non era ancora stata coniata). Corre lungo corso Principe Oddone, lasciando perplessi e stupiti i passanti, alcuni dei quali inveiscono. “L’è monsù Temperino, cul fol” (è il signore Temperino, quel matto) dice la gente che dopo un primo gesto di stizza comincia a essere più indulgente.

Il Nome che pare un diminutivo e le dimensioni del veicolo che lo fanno apparire ancor più minuscolo di quanto lo sia già, ben presto conquistano la simpatia degli abitanti, da quel momento dovranno abituarsi a vederne uscire parecchi altri dall’officina dei quattro fratelli, tutti diretti a Cavoretto o a Superga oppure al Colle della Maddalena impegnati in prove e collaudi. Sarà la loro migliore pubblicità, scusate dovrei dire reclame come allora si diceva.

E’ il 1911 quando scoppia la guerra italo-turca per la conquista della Libia. I fratelli Jim e Secondo vengono arruolati, l’attività non si ferma perché viene ingaggiata la sorella Mary in qualità di contabile.

Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale anche i fratelli Temperino hanno modo di farsi valere con piccole forniture all’esercito, con la revisione delle vetture al fronte e altre riparazioni. Alla fine del conflitto l’attività riprende saldamente, la vetturetta 8/10 hp continua a essere richiesta. Viene prodotta con il supporto della ditta Opessi, pesi e misure, sita in corso Stupinigi, ovvero l’attuale corso Unione Sovietica, che si rifornisce di motori prodotti dalla fabbrica di moto Della Ferrera di corso Regina Margherita, non lontano da corso Principe Oddone.

L’azienda viene rifondata con un capitale sociale di 500.000 lire, un altro nome “Società anonima vetturette Temperino” e con due fornitori di tutto rispetto: le Officine Moncenisio di Condove per le parti meccaniche, mentre le carrozzerie sono opera degli stabilimenti Farina di corso Tortona a Torino.

Comincia la produzione di una vettura nelle versioni spider, torpedo, landaulet e camioncino, le dimensioni rimangono più piccole delle vetture prodotte dalle case più famose ma la clientela le apprezza e ne decreta un certo successo. Il motore rimane un modesto 1000 cc che si fa valere nelle gare in salita (Gran San Bernardo, Sestriere, Moncenisio) con velocità massima di 80 km/h.

In Inghilterra nasce la Temperino Motors Ltd. per la vendita e la costruzione su licenza di una vettura che riscuote successo fra gli inglesi, sarà grazie a loro se alcuni esemplari saranno venduti in Oriente e in America Latina. Il nome Temperino comincia a farsi notare, “Monsù Temperino l’è pi nen cul fol”(il signor Temperino non è più quel matto) che dicevano i passanti vedendolo sfrecciare su corso Principe Oddone anni prima. Nel 1922 viene prodotta la vettura (non più vetturetta) GSM7/14 cv di cui la consociata britannica ne venderà molte fino al 1940, anno in cui cesserà l’attività.

Nel 1925, la Temperino cessa l’attività causa il fallimento della Banca Italiana di Sconto, la stessa che fu vittima e artefice del fallimento della poderosa Fabbrica Ansaldo alla quale era legata in una simbiosi finanziaria, deleteria per entrambe. Grazie alle dimensioni relativamente esigue la Temperino avrebbe potuto sopravvivere più a lungo, i quattro fratelli non si dimostrarono mai megalomani ma certamente ambiziosi.

Nessuno di loro si perse d’animo. Aprirono un garage con officina nella zona ove oggi sorge il Politecnico di Torino e si dedicarono a tante altre attività. Brevettarono una ruota a molle che avrebbe dovuto sostituire le normali ruote dotate di pneumatici, studiarono un sistema per sfruttare il modo ondoso per la produzione di energia. Furono geniali e intraprendenti e soprattutto andarono sempre d’accordo, ciò permise loro di affrontare sempre la vita a viso aperto. Maurizio Temperino, il comandante indiscusso dell’azienda di famiglia, era appassionato di fotografia e radiotecnica e arrivò a costruire una radio di dimensioni tali da occupare una stanza intera. Non lasciarono segni della loro genialità se non una vetturetta 8/10 cv al Mauto di Torino. Gli amministratori comunali hanno altri pensieri per la testa. Fortunati loro!

* Scrittore



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