Notizie | 29 giugno 2021

Perché "il futuro non è un pranzo di gala"

Carlo Petrini

Carlo Petrini

Slow Food e Fondazione Crt hanno organizzato alle Ogr di Torino, con la collaborazione di Terra Madre Salone del Gusto e del Salone Internazionale del Libro di Torino, l’evento intitolato “Il futuro non è un pranzo di gala”. È stata l’occasione per riflettere sui principali spunti emersi da Terra Madre Salone del Gusto 2020, l’edizione straordinaria lunga sette mesi, che si è conclusa alla fine di aprile, e per mettere a fuoco i pilastri da cui partire per immaginare il futuro del cibo e non solo. “Fondazione Crt – ha detto il presidente Giovanni Quaglia nel suo intervento introduttivo - lavora con Terra Madre per ridisegnare il futuro nel segno della tutela dell’ambiente, la nostra casa comune, portando avanti un’idea di società aperta alla dimensione non dell’io, ma del ‘noi insieme’, con al centro le persone e le comunità: un modello realmente sostenibile, inclusivo e orientato al bene comune, che si può sintetizzare con la formula “neo-personalismo comunitario”. Al dialogo hanno preso parte Carlo Petrini, presidente di Slow Food, Nicola Lagioia, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e tre giovani attivamente impegnati nel costruire il futuro di cui si è parlato: Giorgio Brizio (19 anni, studente in Scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione, esponente del movimento Fridays for Future Torino e autore del libro Non siamo tutti nella stessa barca edito da Slow Food Editore), Alessia Cucciòla (24 anni, allevatrice, casara, contadina della Valle Sesia e produttrice del Presidio Slow Food del macagn) e Ottavia Pieretto (24 anni, gastronoma laureata all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e membro della rete giovani di Slow Food). La prima arma di cui disponiamo - o meglio la condizione indispensabile per poter affrontare il futuro - è la consapevolezza di quanto immorale e ingiusto sia il modo in cui gli effetti della crisi climatica impattano sulla vita delle persone: esserne a conoscenza è importante affinché si possano ridurre gli squilibri esistenti. Per Carlo Petrini, è giunto il momento di vivere secondo il principio di “contrazione e convergenza”: “Oggi, in Italia, il consumo pro capite di carne è pari a 95 kg annui, più del doppio di quanta se ne mangiava a metà degli anni ‘50, il momento storico in cui, secondo l’Istituto nazionale della nutrizione, nel nostro Paese ci si è nutriti meglio dall’Unità in poi. Occorre ridurre il consumo di carne, sia per ragioni di salute sia ambientali, ma non possiamo certo chiedere di farlo ai Paesi dell’Africa, dove il consumo è di appena 5 kg a testa. È il momento, dunque, che chi ha goduto fin troppo intraprenda un percorso di contrazione, nel consumo di carne ma in generale nei livelli di benessere e che, al tempo stesso, si avvii un processo di convergenza per chi fino a oggi ha avuto meno”. Che occorra ripensare al modello occidentale lo sostiene anche Nicola Lagioia: “Non sempre lo sviluppo coincide con il progresso. Anzi, a volte finisce per erodere il principio di giustizia sociale, come testimonia la forbice sempre più ampia tra i ricchi e chi vive in povertà. Non solo: gli stili di vita adottati negli ultimi decenni hanno contribuito ad accelerare la crisi climatica eppure, anche di fronte all’evidenza e all’urgenza di farne fronte, non a tutti è chiaro che «è l’uomo a rischiare l’estinzione”.  La seconda arma - quella per così dire operativa - è la tutela della biodiversità, uno dei capisaldi dell’impegno di Slow Food: “Siamo cresciuti facendo della difesa della biodiversità contro l’omologazione la nostra bandiera - ha detto Petrini - Un’omologazione che, agli albori della nostra associazione, in ambito culinario vedeva nei fast-food il modello di sviluppo. Più di trent’anni dopo, l’omologazione e la perdita di biodiversità non riguardano soltanto il cibo, le varietà vegetali e le razze animali, bensì anche la cultura: i colossi dell’e-commerce, ad esempio, stanno distruggendo la biodiversità dei nostri centri urbani, specialmente nei borghi più piccoli che, giorno dopo giorno, perdono vitalità trasformandosi in cittadine-dormitorio”. La terza arma è l’attivismo delle persone, specialmente quelle più giovani: “Dobbiamo smettere di considerare le istanze, come le politiche alimentari, quelle per il clima o quelle per i diritti umani, singolarmente e cominciare a ragionare in modo olistico” ha detto Giorgio Brizio, che ha esortato a “pensare globale e ad agire locale”.  Chi certamente agisce in questo modo - rappresentando un esempio da seguire - è Alessia Cucciòla che, in Valsesia, alleva la razza bovina Bruna Alpina Originale con il cui latte produce il macagn, tipico formaggio di montagna delle zone la cui particolarità sta, tra le altre cose, nella produzione che avviene dopo ogni mungitura, quindi due volte al giorno. “Viviamo in mezzo alla biodiversità con gli animali che pascolano all’aperto e che, così facendo, contribuiscono a mantenere curati i prati fermando l’avanzata del bosco - ha raccontato - Spero di poter continuare a contribuire alla salvaguardia della montagna”.  Il futuro, però, non è nelle mani soltanto di chi produce: “Come consumatori, troppo spesso ignoriamo i meccanismi e le distorsioni che caratterizzano i sistemi produttivi e la filiera alimentare dei cibi che portiamo in tavola - ha aggiunto Ottavia Pieretto, gastronoma formatasi all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo - in mano, però, abbiamo uno strumento: l’educazione alimentare. Un esempio? Smettere di rincorrere il risparmio: il cibo a basso costo non può esistere e c’è sempre qualcuno che paga il conto di ciò che non troviamo sul cartellino. Un prezzo che spesso ha a che fare con la violazione dei diritti dei lavoratori o con lo sfruttamento dell’ambiente”.

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