Fuoricampo | 23 giugno 2021

Il premio "Rodolfo Valentino" a Fabia Baldi

Fabia Baldi

Fabia Baldi

di Chicca Morone*

Romana, dirigente scolastica e fiera assertrice dei valori umani in una società assoggettata a valori fatiscenti e al consumismo più becero, Fabia Baldi non teme di affrontare tematiche spinose, come l’insegnamento oggi, ma scrive anche racconti, saggi e soprattutto poesie, dalla forte impronta animica. Fabia Baldi è la vincitrice della settima edizione del premio letterario biennale “Rodolfo Valentino - Sogni ad occhi aperti” che sarà consegnato sabato 26, a Torino, nei giardini dell'Unione Industriale. 

Si è occupata di letteratura da giovanissima: quali gli autori preferiti?

Fin da giovanissima ho sempre avuto una grande passione per la lettura. Mescolavo in un caos onnivoro letteratura per ragazzi a libri impegnati che trovavo nella ben fornita biblioteca dei miei genitori. Molti gli autori da non dimenticare, che hanno contribuito alla mia formazione culturale ed umana, ma in particolare mi sono imbattuta in un libro di Tagore e da quelle letture ho avuto veramente un’illuminazione per la poesia. Quando penso al libro più importante ritorno con la mente, e soprattutto con il cuore, a “Gitanjali”

Parte per la Luna e sull’astronave può portare tre oggetti di cui non sa fare a meno…

La luna è uno dei simboli del mistero e dell’attrazione, da secoli ispiratrice di sublimi poesie, destinataria di interrogativi, testimone di sogni e sofferenze. Come richiama e allontana la marea, così esercita una forza magnetica sia sul nostro corpo che sulla nostra mente. Confesso che, per mantenere intatto questo fascino, non vorrei mai prendere quell’astronave per non perdere al contatto con la realtà la magìa della suggestione e poter chiedere con Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?”

Meglio dire “che è peccato” o “che peccato”?

Il rimpianto e il rimorso sono i due assi cartesiani che delineano il nostro passato, entrambi dolorosi e struggenti, portatori di nostalgia, ma che in ogni caso testimoniano ciò che abbiamo vissuto e che ha contribuito a determinare e/o modificare la nostra attuale identità. Tra l’accidia, che definirei la madre del rimpianto, e l’errore, padre del rimorso, preferisco comunque quest’ultimo perché faccio mio il pensiero di Mark Twain: “Tra vent'anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell'opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”

Innamoramento e amore” di Alberoni ha fatto storia ai “miei tempi”: oggi che libro consiglierebbe ai giovani?

Forse ai “nostri tempi” l’innamoramento e l’amore avevano un maggiore ascendente sui giovani, adesso si assiste purtroppo a una mercificazione dei sentimenti tra i ragazzi, anche se per fortuna ci sono delle eccezioni. Schiacciati tra falsi miti, indotti a una “spettacolarizzazione” della vita in ogni sua manifestazione, al punto tale che sembra quasi non degna di essere vissuta se non “postata” ed esibita continuamente sui social, i giovani sembrano inclini purtroppo a considerare i sentimenti quasi una debolezza. In ogni caso, a quelle benedette “eccezioni” consiglierei “L’arte di amare” di E. Fromm e “Sull’amore” di P. Crepet per la saggistica, poi le poesie di Catullo, Neruda, Prevert, Eluard, Gibran…. potrei continuare all’infinito perché niente come la poesia esprime l’amore.

Peccato capitale che non sopporta e quello su cui è tollerante… 

Trovo che l’invidia sia il peccato più pericoloso in assoluto ed è quello che mi è più estraneo. Dall’invidia nascono altri sentimenti nocivi che avvelenano i rapporti umani. Unica “consolazione” è che l’invidioso (l’invidiosa) è la prima vittima di questo “male” che condanna in primis chi lo prova a una eterna insoddisfazione, perché vedrà sempre qualcuno/qualcuna più avanti, che non potrà eguagliare né tantomeno superare. Un effetto boomerang portatore di un castigo già insito nel peccato stesso. Come afferma lo psicologo Richard Smith, “diminuisce l’auto-valutazione”. Ecco che allora per chi pecca di invidia “l’erba più verde del vicino” diventa la cicuta che avvelena lentamente il peccatore stesso. Dante, nella Divina Commedia, colloca gli invidiosi in Purgatorio, con le palpebre cucite da fil di ferro a chiudere gli occhi che invidiarono e gioirono dalla vista dei mali altrui. Il peccato capitale verso il quale esprimo una certa indulgenza è, ahimè, la gola…. e per quello forse non avrò mai l’assoluzione.

* Poetessa, scrittrice, presidente dell'associazione "Il mondo delle Idee"

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