Fuoricampo | 13 giugno 2021

Quella bella storia iniziata con Giuseppe Pichetto

di Gustavo Mola di Nomaglio*

I primi passi da imprenditore del “fabbro” Giuseppe Pichetto - iniziatore nel secondo ‘800 di un’industria artistica a lungo ben conosciuta in Italia ed Europa - non sembrano differire da quelli di altri industriali e uomini d’affari piemontesi che, come Giovanni Agnelli, Luigi Rossi, Marcel Bich poterono contare, anteriormente ai loro exploit personali, su solide basi economiche.

Pichetto nacque a Veglio Mosso il 7 novembre 1850, da una vecchia famiglia locale, il cui cognome compariva da tempo tra quelli impegnati nell’industria laniera radicata nella zona: già nel 1775 Giovanni Battista e Dionigio Pichetto figuravano in Mosso nello “Stato de’ fabbricatori aventi lanifici in Biella e nelle terre della provincia”.

Giuseppe Pichetto compì i primi studi nel paese natale, forse sotto la guida di uno dei non rari sacerdoti appartenenti alla sua famiglia e iniziò, giovanissimo, un mestiere ben diverso da quello che l’avrebbe reso famoso tra i propri contemporanei, facendo lo scrivano a Veglio, presso il notaio Prina. Ben presto, appassionato di meccanica, lo troviamo però a Torino, a frequentare scuole tecniche. É poco più che un ragazzo quando, mettendo a frutto gli insegnamenti impartitigli nei momenti liberi dal “serruriere” di Mosso Santa Maria, Antonio Galoppo, inventa una cassaforte a cilindro e un congegno per aprire porte e finestre a distanza.

Con l’intento di studiare l’evoluzione dell’industria metallurgica mondiale, Pichetto effettuò viaggi in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1879, al suo ritorno a Torino, fondò in corso Vittorio Emanuele II 21 un’“Officina per costruzioni in ferro”. In breve tempo aprì varie succursali in Italia e all’estero, dotando la propria fabbrica, secondo quanto si legge in un articolo del primo Novecento, “di ogni miglior macchina utensile e d’ogni moderno trovato della Scienza” e formando maestranze altamente specializzate.

Dalla fucina di Pichetto uscirono autentiche opere d’arte, che ne fecero il fornitore privilegiato della Casa Reale, della nobiltà e dell’alta borghesia. La sua opera fu richiesta anche all’estero, in Francia (dove operava la succursale di Parigi) e in altri Paesi, non esclusa la Turchia, dove gli furono commissionati importanti lavori per il palazzo sultanale di Costantinopoli. Molte opere, nonostante le distruzioni dovute allo spasmodico bisogno di ferro dei periodi bellici, si conservano tuttora: basti ricordare gli splendidi Cancelli in ferro battuto con guarniture in bronzo del palazzo della Regina Margherita a Roma oppure, a Torino, la cancellata lungo l’ala nuova di palazzo reale, su via XX settembre e i cancelli della Mole antonelliana o, ancora, a Racconigi, la ringhiera in ferro battuto e scolpito per lo scalone del castello reale.

Di anno in anno il prestigio di Pichetto si accrebbe, al punto che nel 1908 fu creato Cavaliere del Lavoro, affiancandosi ai nomi di maggior prestigio dell’impenditoria piemontese del tempo, come Giovanni Agnelli, Silvano Venchi, Vittorio Tedeschi, Giacomo Bosso, Teofilo Rossi, Felice Piacenza e Oreste Catella.

All’attività produttiva egli congiunse un impegno sociale e filantropico (fu tra l’altro consigliere e finanziatore delle Scuole-Officine serali, fondate nel 1887 e poste sotto la presidenza onoraria del Re) e svolse un ruolo attivo nelle organizzazioni che rappresentavano gli imprenditori, quali la Lega industriale, l’Associazione Generale fra Industriali e Commercianti e l’Associazione dell’Industria Meccanica ed Arti affini.

Allo scoppio della prima guerra mondiale il Genio militare arruolò la maggior parte degli operai delle Officine Pichetto: non era più il tempo di costruire opere d’arte ma cannoni. L’azienda rimase praticamente paralizzata, sinché Giuseppe non fu costretto a cessare l’attività, cedendo successivamente la fabbrica.

Ma l’avventura imprenditoriale della famiglia non finì qui. Dopo la sua morte (5 dicembre 1922) le tradizioni imprenditoriali furono continuate dai figli Antonio Virginio ed Angelo. Il primo, ingegnere, dopo esperienze in campo automobilistico in Italia divenne progettista di motori sportivi della Bugatti. Il secondo, studioso di chimica, allievo di Ponzio, compì ricerche che gli valsero premi importanti, alcuni conferitigli dall’Accademia dei Lincei. Negli anni venti fondò l’Istituto Chimico Subalpino, acquistando qualche tempo dopo la F.lli Maraschi, un’importante ed antica azienda torinese produttrice di essenze, estratti ed aromi, tuttora operante (denominata attualmente Maraschi & Quirici, in seguito alla fusione con la Ercole Quirici) nel campo della chimica naturale.

* Scrittore, vice presidente del Centro Studi Piemontesi

Ti potrebbero interessare anche: