Fuoricampo | 12 giugno 2021

Ricordando l'Ansaldo, i Perrone e Genova

Ricordando l'Ansaldo, i Perrone e Genova

di Francesco Amadelli*

Dire Torino vuol dire Agnelli, dire Genova vuol dire Perrone. La famiglia Perrone, di origine piemontese, cominciò a farsi notare sulla scena economica del nord-ovest allorché il patriarca Ferdinando, nato a Torino nel 1847, riuscì a entrare in amicizia con il marchese Paulucci, dimostrando le proprie doti di combattente un po’ spregiudicato grazie alle quali entrò in contatto con Luigi Luzzatti, giurista, banchiere, massone e nel 1910 presidente del Consiglio dei Ministri. Insomma riuscì a coltivare le giuste amicizie nei momenti più favorevoli alla sua ascesa sociale. Nel marzo del 1876 sposò, in seconde nozze, Cleonice Onati ed ebbe due figli: Mario (1876-1952) e Pio (1878 – 1968).

Se la fortuna dei Perrone la si deve principalmente a Ferdinando, fu con i figli che i Perrone divennero potenti e indiscussi industriali e finanzieri della Genova del XX secolo. Ferdinando, onde sganciarsi dai lacci e lacciuoli della politica italiana, comprese che l’America era il continente sul quale puntare. Alla fine del 1884, dopo un primo contatto con lo Stato argentino in occasione dell’Esposizione Universale tenutasi a Torino nello stesso anno (il Borgo Medievale al Valentino e le opere dell’architetto di origine portoghese D’Andrade lo testimoniano) lo spinsero a imbarcarsi con tutta la famiglia e a giungere nella nazione sudamericana.

Si fece subito notare per le sue doti di imprenditore propugnando la costruzione di un canale di irrigazione la cui importanza era pari a quella del canale Cavour in Piemonte, si preoccupò di far decollare la viticoltura nella zona di Mendoza, collaborò con il giornale La Prensa e, infine, appoggiò senza riserve il presidente della Repubblica Argentina Julio Roca, facendolo sostenere dalla folta comunità italiana soprattutto in occasione di un tentato golpe da parte dell’opposizione. La vide lunga perché negli anni a seguire riuscì a convincere le autorità argentine, in previsione di un conflitto con il Cile, ad acquistare l’incrociatore corazzato G.Garibaldi in fase di completamento nei cantieri Ansaldo e destinato alla Reale Marina Italiana. Dietro sollecitazione del cognato, dirigente dell’Ansaldo a Genova, Ferdinando Perrone iniziò a pensare che la cantieristica navale rivolta specialmente alle unità da guerra fosse lo sbocco migliore per accrescere la propria supremazia grazie alla molta intraprendenza di cui era dotato.

Tornò in Italia, si valse dell’aiuto politico della destra storica e del presidente del Consiglio Francesco Crispi (ex garibaldino e più intraprendente di lui) ottenne la qualifica di rappresentante dell’Ansaldo per l’America del Sud e il Messico riuscendo a vendere navi da guerra all’Argentina e a tutte quelle nazioni pronte a combattere per l’indipendenza o soltanto per l’allargamento dei confini. Il continente americano alla fine del secolo XIX era una vera polveriera, ove militaristi, golpisti e trafficanti di armi trovavano opportunità di arricchimento secondo la regola vecchia e sempre nuova per la quale i cannoni si vendono meglio del pane se si procede con una giusta propaganda.

Non è un caso se il marchio dell’Ansaldo fin dalla sua costituzione sia stato rappresentato da una losanga romboidale con due cannoni incrociati. La società, divenuta in seguita Ansaldo, venne costituita nel 1846 dal Governo Sabaudo desideroso di mettere in comunicazione Torino con Genova tramite una ferrovia. Ci si avvalse della ditta Taylor e Prandi, ma la scarsa esperienza portò nel 1852 a estromettere quest’ultima dall’affare, acquisendo nuovi soci fra i quali Raffaele Rubattino (vi dice qualcosa questo nome? L’impresa dei Mille, il Piemonte e il Lombardo, anno 1860) e Giovanni Ansaldo ingegnere di provata capacità.

Nel 1859 Giovanni Ansaldo morì e l’azienda passò nelle mani di Luigi Orlando che la tenne, con alterne vicende, fino al 1866 (altra data cruciale per la nostra storia, terza Guerra d’Indipendenza e sconfitta navale di Lissa, causa alcuni errori da parte del comandante ammiraglio Persano sul quale fu riversata erroneamente la totale responsabilità).

L’attività principale dell’Ansaldo in quegli anni era rivolta alla costruzione di locomotive e materiale ferroviario (vi lavorò come progettista di motori Eugenio Barsanti che con Felice Matteucci nel 1854 aveva inventato il motore a scoppio); presto si comprese però che produrre navi da guerra e cannoni sarebbe stato sicuramente più lucrativo assecondando le ambizioni di casa Savoia e i desideri di Camillo Cavour. Ma il deleterio risultato della terza Guerra d’Indipendenza portò il neo-nato Stato Italiano a ridurre le spese belliche, l’Ansaldo passò di mano e il banchiere Bombrini con l’aiuto dei due figli ne divenne il proprietario, sebbene per poco tempo perché presto morì lasciando ai due eredi l’azienda.

La figura di Ferdinando Maria Perrone fu fondamentale perché permise all’azienda di farsi conoscere in campo internazionale, egli entrò nel capitale e permise alla ditta inglese Armstrong, produttrice di corazzature e artiglieria navali, di entrare nella società nel 1903. Il sodalizio durò fino al 1912 allorquando la Armstrong si staccò cedendo le quote di capitale a Ferdinando Perrone che divenne praticamente il proprietario.

Sfortunatamente nel 1908 Ferdinando Maria Perrone morì lasciando l’azienda ai figli Mario e Pio che la sapranno condurre molto bene sfruttando ogni opportunità bellica. “Si vis pacem para bellum” se vuoi la pace preparati alla guerra, dicevano i latini, ed essi ai conflitti si dimostrarono preparatissimi tanto che l’Ansaldo divenne la più grande industria nazionale. Subito si presentò la prima occasione. Nel 1911 scoppiò la guerra italo-turca per il possesso della Libia. Essa si dimostrò la prova generale della più vasta guerra di quattri anni dopo.

L’Ansaldo cominciò la produzione bellica in grande stile con navi (le stesse che permisero ai marinai della Regia Marina di sbarcare a Tripoli), aerei (gli S.V.A., uno dei quali volò su Vienna con Gabriele d’Annunzio a bordo). Insomma che il destino dell’Ansaldo fosse legato alle guerre era ormai chiaro a tutti. Come tutte le grandi aziende sentì la necessità di acquisire un ente bancario che permettesse di sostenerla con capitali freschi: la Banca Italiana di Sconto assecondò largamente gli scopi aziendali.

 

* Scrittore

(prima parte)

 

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