Notizie | 07 giugno 2021

Grandi banche, più profitti meno crediti

Grandi banche, più profitti meno crediti

Nel primo trimestre di quest’anno, i profitti dei primi sette gruppi bancari del Paese hanno raggiunto quota 3,1 miliardi, da confrontare col rosso cumulativo di 1,5 miliardi dei primi tre mesi dello scorso anno. Nonostante la pandemia da Covid, le principali banche italiane hanno ribaltato i risultati, con uno scatto di reni che ha portato ad avere un saldo positivo, in termini di utili, pari a circa 4,7 miliardi. Lo ha calcolato il Centro studi di Unimpresa, sottolineando che , però, l’aumento degli utili non è stato accompagnato da una corrispondente e parallela crescita dell’attività di credito; infatti, lo stock di prestiti di queste sette banche alla clientela è calato di quasi 19 miliardi (-1,5%): da 1.249 miliardi a 1.230 miliardi.

Il Centro studi di Unimpresa ha rilevato che, dall'inizio di gennaio alla fine di marzo, Intesa Sanpaolo ha avuto utili per 1,5 miliardi, Unicredit per 887 milioni, Bper per più di 400 milioni, Banco Bpm per oltre 100 milioni, Monte dei Paschi di Siena per 119 milioni, Credem per 62 milioni, Creval per 28 milioni.

Inoltre, il Centro studi di Unimpresa ha rilevato che, sempre nel primo trimestre, Banca Generali ha avuto utili per 135 milioni, Banca Mediolanum per 133 milioni, Banco Desio per 20 milioni, Fineco Bank per 94 milioni, Popolare Sondrio per 59 milioni: in totale, questi cinque istituti hanno messo insieme 441 milioni.

Sul versante dei crediti, quelli di Intesa Sanpaolo sono passati da 460,1 miliardi a 461,7 miliardi (+ 0,4%) mentre quelli di Unicredit sono scesi da 489,9 miliardi a 446,6 miliardi (-8,8%): Bper ha fatto registrare l'aumento da 53,1 miliardi a 75,3 miliardi (+42,19%), Mps il calo da 82,6 miliardi a 82,2 miliardi (-0,5%), Credem la crescita da 34,3 miliardi a 34,5 miliardi, il Creval la diminuzione da 19,6 miliardi a 19,4 miliardi (-1,1%).

Complessivamente, le prime sette banche attive in Italia hanno tagliato i finanziamenti all’economia reale, cioè a famiglie e imprese, per 18,8 miliardi: così, lo stock di impieghi complessivo è passato da 1.249,1 miliardi a 1.230,2 miliardi, in diminuzione dell’1,5%.

Salvatore Politino, vice presidente di Unimpresa, ha commentato: “La ormai imminente fase di concentrazione del settore bancario italiano non deve pregiudicare né ridurre la concorrenza fra le aziende di credito. Se, da un lato, le fusioni, nella prospettiva della Commissione di vigilanza della Banca centrale europea, che spinge per avere meno operatori, ma più solidi, trovano una sua ragion d’essere, dall’altro c’è il rischio che una improvvisa e drastica riduzione degli attori del mercato possa danneggiare la competizione. Tutto ciò si trasformerebbe in un danno per la clientela delle stesse banche, sia famiglie sia imprese, che va assolutamente evitato”.

E ha concluso: “Sarà compito dei regolatori e della vigilanza, nazionale ed europea, assicurare che i risparmiatori, gli investitori e, in generale, i clienti non subiscano effetti negativi dalle aggregazioni bancarie, ma, anzi, possano trarre vantaggi, derivanti, in particolare, dalla riduzione in termini di costi di cui beneficeranno le banche”.


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