Libri - 28 maggio 2021, 09:30

I torinesi secondo Osvaldo Guerrieri

I torinesi secondo Osvaldo Guerrieri

di Francesco Amadelli

Nel 1901, Zino Zini, filosofo di larghe vedute, fiorentino di nascita, così scriveva: “Trovo che prevalga nei torinesi il conservatorismo signorile e officioso, qualcosa che è come una tradizione di un cortigianesco vivere civile, pieno di etichetta e di musoneria accademica. Qui le generazioni degli impiegati civili e militari hanno calcato un’impronta burocratica, incancellabile, su tutti i muri, su tutte le strade. Edifici, vie, costumi, stampa: tutto serba la simmetrica e regolamentare divisa di ciò che è stato fatto con la concessione dall’alto. Nulla è spontaneo, ben poco è moderno. L’isolamento ha fatto il piemontese misoneico, autoritario, gretto, egoista e caparbio, più facile all’obbedienza che all’iniziativa, poco curioso e poco socievole. In una parola è la “tedescheria d’Italia”.

Non vogliamo mettere in dubbio le affermazioni di Zini; cogliamo invece le parole di Osvaldo Guerrieri nel suo interessante libro “Torinesi”. Guerrieri, scrittore, giornalista e critico della Stampa, ci ha abituato a una prosa semplice, essenziale e schietta che rende piacevole la lettura, come nella carrellata di personaggi vecchi e nuovi dei quali ci racconta alcune vicende in grado di porre in evidenza il loro carattere.

Trenta biografie esemplari per rendere conto dei diversi mondi umani che hanno attraversato Torino tra Risorgimento e fine della città industriale, come riferisce la critica del Sole24 Ore. Fra di essi non poteva mancare l’avvocato Gianni Agnelli. del quale Guerrieri non riferisce gli aspetti più noti e comuni, spesso superficiali, degni soltanto del gossip, ma i punti rilevanti del suo pensiero, mai in contrapposizione con il suo agire. Fu egli a inaugurare l’epoca della concertazione nelle trattative sindacali sempre invisa e pesantemente contrastata da un sindacalismo impregnato di slogan massimalisti, tanto deleteri alla causa dei lavoratori. Fu la sua costante intelligenza e diplomazia ad evitare il peggio, ricordando presumibilmente le parole del nonno testimone delle feroci occupazioni delle fabbriche nel 1920. Non giunse mai al punto di rottura e ciò fu concepito dalle sinistre come una debolezza, nel tempo invece si dimostrerà vincente.

E’ di questi ultimi giorni l’esternazione del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini dichiaratosi contrario alla “Pace Sociale”, una vera dichiarazione di guerra nei confronti di quella concertazione alla quale faceva riferimento l’avvocato Agnelli, viene da pensare che il tempo sia passato inutilmente. Gli uomini parlano, sono i fatti a decidere.

La carrellata di personaggi prosegue: Giulio Einaudi, detto il Principe e definito il tiranno della cultura italiana del dopoguerra; Vincenzo Lancia, destinato alla professione di avvocato ma (fortunatamente, aggiungiamo noi) disobbediente agli ordini paterni; Mario Soldati,detto l’istrione che recitava vivendo e viveva recitando; Gustavo Adolfo Rol. detto il prestigiatore di Dio, in grado di evocare la figura di Napoleone senza averlo mai studiato; Francesco Cirio, partito povero di denaro ma ricco di una sola idea semplice e rivoluzionaria; Primo Levi, l’alchimista morale che portò inciso sulla pelle il numero di matricola marcatogli a fuoco ad Auschwitz; Erminio Macario, scopritore delle gambe delle donne che metteva in mostra con un semplice tocco di eros nei suoi spettacoli di rivista per la delizia degli spettatori; Giuseppe Erba, sovraintendente del Teatro Regio di Torino dopo una lunga carriera nel  mondo del teatro, con un viso “intagliato nel cuoio”.

L’elenco è ancora lungo, invitiamo chiunque sia interessato a rileggere le oltre 300 pagine di questo libro che meglio non potrebbe evidenziare il carattere dei Torinesi e trovare il giusto pretesto per smentire amichevolmente il filosofo Zino Zini.

Permettetemi due ricordi personali legati a questi ultimi due personaggi. Del commendator Giuseppe Erba ricordo una gita domenicale al Col del Nivolet con i miei genitori e mio fratello. Egli si accompagnò tutta la vita a una bella ragazza di origine bulgara di nome Ljuba. La sua passione, sempre ricambiata, per le donne divenne negli anni argomento di pettegolezzo nell’ambiente cinematografico e teatrale ma a Ljuba riservò sempre un posto d’onore. Quella domenica confessò a mio padre che quella ragazza venuta dall’Est non poteva tradirla tanto l’amava.

Di Erminio Macario ricordo una sua rivista intitolata “Chiamate Arturo 777” costellata di starlette mostranti gambe giovani e belle. Seduto in prima fila le vidi sfilare davanti ai miei occhi di ragazzino rimanendone sorpreso. Fu al momento della passerella finale che apparve lei, la più bella di tutte: Lucy D’Albert. Soubrette di grande valore e di estrema bellezza, troppo presto dimenticata, sfilò accanto a Macario che con la mano continuava a indicarne le gambe, le più belle, diritte, incantevoli gambe che abbia mai visto. Fu la prima volta che cominciai ad avvertire i primi turbamenti adolescenziali della mia vita. Quanta avvenenza! Come potrei dimenticare quelle gambe! Onore al grande Macario che le scoperse. Il Comune di Torino non si è mai ricordato di lui.




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