Fuoricampo | 16 maggio 2021

Balilla, la Fiat che ha cambiato l'Italia

Nessun’altra vettura identifica un periodo della storia d’Italia meglio della Fiat 508, ovvero la Balilla.

La Fiat Balilla a tre marce

La Fiat Balilla a tre marce

di Francesco Amadelli

Nessun’altra vettura identifica un periodo della storia d’Italia meglio della Fiat 508, ovvero la Balilla. Il suo nome ricorda il ragazzo di Portoria, a Genova, che scagliò una pietra contro le truppe austriache che occupavano la città. Il nome Balilla venne adottato dal regime fascista quale simbolo del riscatto nazionale e lo applicherà a una della più famose vetture della Fiat, ma contraddistinguerà anche un piccolo trattore cingolato, un cine-proiettore 35 mm e dei minuscoli carro-armati utilizzati nel secondo conflitto mondiale, oltre naturalmente a tutti i bambini nati e cresciuti sotto quel regime. La parola priva di suoni aspri perché composta di consonanti labiali e palatali suona bene alle orecchie di chiunque.

La vettura nasce nel 1932 al Salone dell’Auto di Milano: il capoluogo lombardo ebbe il privilegio di ospitare il Salone dell’Auto dal 1920 al 1937 tranne l’edizione del 1929 che si svolse a Roma, per vederlo a Torino dovremo aspettare il 1948.

Sono tre le versioni d’attacco: Berlina 3 porte, Torpedo e Spider. La dirigenza Fiat, sulla spinta delle disposizioni di regime e, seguendo lo spirito commerciale nato già ai primi del secolo, opta per una vettura destinata al popolo. Benchè non proprio economica è pensata per essere prodotta in grande scala, secondo il pensiero fordista volto a ridurre i costi di fabbricazione.

La Grande Crisi del 1929 continua a farsi sentire (l’Italia però ne soffrirà meno di altre nazioni) la Fiat saprà reagire adeguatamente e farà intendere agli italiani che è ora di uscire per andare a scoprire il mondo. La prima autostrada italiana Milano-Laghi, inaugurata nel 1924, è l’avvisaglia che qualcosa è in atto nell’ambito della mobilità. La pavimentazione sarà in cemento, l’asfaltatura verrà in seguito. Sarà la città di Milano a testare l’asfaltatura sulle proprie strade comunali con il risultato che la polvere sollevata dalle auto scomparirà in breve tempo. Insomma la famiglia Brambilla, intesa come famiglia-tipo italiana, sulla vecchia Balilla s’avanza per andare in vacanza per raggiungere una fetta di felicità alla quale contribuisce la nuova vettura Fiat.

La Balilla nasce dotata di 3 marce+RM, il bagagliaio è applicato posteriormente. Verrà costruita fino al 1934, allorchè arriverà la versione 4 marce con il bagagliaio incorporato nella nuova carrozzeria più aerodinamica e con maggiore potenza nel motore (da 20 a 24 CV).

La Fiat coglie l’occasione di un successo commerciale fuori dal comune (della 4 marce ne verranno costruite oltre 70.000 unità) per creare ulteriori versioni (Berlinetta e Spider) e potenzia le 508Sport (da 30 a 36 CV) comunemente e impropriamente denominata “Coppa d’Oro” in seguito alla vittoria in tale competizione. Anche il Regio Esercito si doterà delle versioni 508 spider e torpedo M (cioè militare). La Campagna d’Etiopia è alle porte ma il Maresciallo Badoglio preferirà entrare ad Addis Abeba in sella a un cavallo. Sono i numeri a farci intendere le reali proporzioni del successo della vettura: oltre 100.000 unità nelle sole versioni berlina.

Ho un ricordo personale legato a questa vettura: negli anni 60 del secolo scorso mio padre acquistò una 508S appartenuta al Federale di Torino, Gazzotti, contraddistinta da una lunga pinna posteriore che la faceva rassomigliare a uno squalo. Era chiaro che quel gerarca tentava di imitare il Duce mostrandosi per le strade di Torino a bordo di una vettura sportiva. Si trattava nel suo caso di una “modesta” Balilla Sport e non dell’Alfa di cui faceva sfoggio Mussolini durante le sue sortite da Villa Torlonia (noblesse oblige).

Con mio padre partecipai a un raduno di auto d’epoca in Liguria. Tornammo con le ossa rotte causa la durezza delle sospensioni e la posizione allungata delle gambe (a proposito: il posto destinato al passeggero era in posizione retrocessa rispetto a quello del conducente, che veniva a godere così di un maggiore spazio di manovra). La vettura era decisamente scomoda ma il vento nei capelli ci donarono una sensazione di libertà mai più provata in seguito. Forse però fu la mia giovane età a rendermi indimenticabile quel disagevole viaggio, chissà!

Un’ultima considerazione: alla fine degli anni ’20 la motorizzazione arrivò in ogni angolo d’Italia senza che nessuno si rendesse conto come il territorio e le popolazioni che l’abitavano avrebbero subito un cambiamento radicale. Fu questo il caso, mai rivelato in seguito, di un’antica popolazione autoctona che viveva da epoca remota attorno ai due laghi di Avigliana (30 Km a ovest di Torino) cibandosi di pesce, con poca agricoltura e misera pastorizia. Con l’arrivo dell’automobile quella popolazione scomparve irrimediabilmente come sta avvenendo oggi con le tribù del Mato Grosso per le quali diverse Organizzazioni internazionali si battono per la loro salvaguardia. Noi ce l’avevamo a pochi km. di distanza e non siamo riusciti a proteggerle. L’arrivo dell’auto per una semplice gita domenicale combinò guai irreparabili; l’ecologia e l’ambientalismo erano ancora lontani. Lo tengano in considerazione le attuali famiglie Brambilla.


Ti potrebbero interessare anche: