Fuoricampo | 15 maggio 2021

La Topolino e quell'"eroica" gita nel Vco

Ricordando la prima Fiat 500, creatura del mitico Dante Giacosa

La Fiat 500 A "Topolino"

La Fiat 500 A "Topolino"

di Francesco Amadelli

La Fiat 500 è stata l’auto della mia squattrinata giovinezza. Ne ho posseduto tutte le tre versioni: A – B – C. A quei tempi l’identificazione dei modelli era semplice e immediata con le prime tre lettere dell’alfabeto, niente anglicismi, nessun nome astruso e soprattutto nessun ricorso ad agenzie pubblicitarie avide di soldi disposte a inventarsi nomi con riferimenti estranei all’oggetto da reclamizzare. Il nome racchiudeva anche la cilindrata. Che nessuno si facesse illusioni! Quella era e quella bisognava accettare.

La ciliegina sulla torta fu il nomignolo affibbiatole fin dal primo momento: Topolino. Piccola come quel roditore, simpatica come il personaggio inventato da Walt Disney, mostrava coraggio, ardimento, positività e soprattutto nessun riferimento al fascismo come per altri modelli (Balilla, Ardita tanto per citare alcuni).

Era di una semplicità costruttiva ineguagliabile e ciò per due motivi principalmente: occorreva motorizzare l’Italia più di quanto avesse fatto la Balilla; doveva essere riparabile da qualsiasi meccanico anche se di biciclette e poi doveva costare poco. Il concetto di utilitaria non era ancora nato e, benché Mussolini avesse ordinato a Giovanni Agnelli di inventarsi una vetturetta che non superasse le 5.000 lire, la 500 A fu l’auto più piccola del mondo e sicuramente fra le più economiche. L’impegno assunto non fu mantenuto da Agnelli in quanto venne a costare quasi 9.000 lire ma il successo commerciale quello sì, ci fu e proseguì nel mercato dell’usato per molti anni.

Nel 1931 si arriva così al collaudo del prototipo progettato da Oreste Lardone. Il test si effettua sulla salita di Cavoretto, a poca distanza dal Lingotto, con qualche curva e cambi di marcia un po’ impegnativi, insomma un mini percorso per un primo assaggio (la pista sopraelevata del Lingotto era di pura velocità, una fotocopia ridotta del circuito di Indianapolis). Si tratta di una vettura totalmente innovativa per la Fiat: motore raffreddato ad aria (dovranno passare 20 anni per rivederlo, ma su un’altra 500) e trazione anteriore (soluzione che la Citroen adotterà in quegli anni per non mollarla più). Il collaudo va male perché la 500 prende fuoco causa un banale trafilamento di carburante. Povero Lardone! Viene licenziato.

Il progetto passa così nelle mani del giovane ingegner Dante Giacosa che ne diventerà il padre indiscusso. Per risparmiare peso e spazio, il radiatore viene posto a monte del motore per funzionare secondo il principio detto a termosifone (l’acqua calda va su e l’acqua fredda va giù, semplicissimo) il telaio ha due longheroni a V che rendono il prototipo più leggero, viene proposta al pubblico come una “due posti”, il prezzo fatti i debiti conti sarà di 8.900 lire, la benzina va nel carburatore per caduta, dato che il serbatoio è posto più in alto quindi si elimina anche la pompa del carburante. Giacosa mette in funzione tutti i principi fisici possibili e immaginabili per risparmiare denaro e peso.

Nel giugno del 1934 gli ingegneri Fessia (capo della progettazione) e l’ingegner Giacosa balzano sulla vettura per un collaudo più approfondito e vanno fino sulla Serra di Ivrea. L’auto è promossa a pieni voti. Nella velocità non è un fulmine, il confort è quello che è (i due sedili anteriori hanno lo schienale reclinabile in avanti agganciato alla seduta da due semplici borchie avvitate); posteriormente non esistono sedili, soltanto un ripiano di bachelite, il peso non supera i 550 Kg, non possiede paraurti. Ha tutte le caratteristiche per essere denominata “figlia della serva”, ma come Cenerentola saprà riscattarsi.

Il 10 giugno 1936 (il 10 giugno di quattro anni dopo anche la Topolino vestirà l’uniforme militare) viene presentata al Duce e cinque giorni dopo posta in vendita nelle versioni berlina due posti e berlina due posti trasformabile cioè con tetto apribile con prezzo più alto. Ci sarà anche una versione furgone per il Regio Esercito. Ecco lì che appare il primo inconveniente: fino al 1938 la Topolino monta la balestra corta, verrà perciò definita “mezzo balestrino”, la balestra lunga comparirà due anni più tardi e la renderà più stabile e robusta.

Caratteristichetecniche: motore 4 cilindri in linea di 569 cc con potenza di 13 CV e valvole laterali

Frizione monodisco; cambio 4 marce + RM (III e IV sincronizzate ma se fate la doppietta è meglio) con leva centrale lunga come un bastone da passeggio; sospensioni anteriori a ruote indipendenti con balestra trasversale e ammortizzatori idraulici; posteriori dal 1938 con balestre e ammortizzatori idraulici; diametro di sterzata 8,70 mt (entra ed esce dal posteggio con un solo giro di volante); lunghezza 3,22 mt, larghezza 1,24 mt, velocità max 85 Km/h, consumo 6 litri/100 Km.

La Topolino A suscita ricordi fra i più belli della mia vita allorquando, fresco di patente, con il mio compagno Riccardo ci recavamo a scuola senza problemi di parcheggio. La vettura era priva di riscaldamento, ma la gioventù suppliva al freddo senza che ce ne accorgessimo. L’abitacolo era molto ristretto quindi d’estate si presentava il problema inverso: la mancanza d’aria e il caldo. I finestrini scorrevoli erano appena sufficienti per non farci morire asfissiati perciò con il piede aprivamo lo sportellino trapezoidale che si vede nelle fotografie accanto allo sportello. La situazione non cambiava: in effetti, all’interno dell’abitacolo non entrava un filo d’aria. Era una guida asfittica di tipo arcaico, garibaldino, epico (scusate ma non trovo un termine adatto) quando la vettura passava sui binari del tram rimbalzava come una pallina e diventava quasi ingovernabile. Mosso dalla curiosità talvolta aprivo il cofano motore e mi appariva un motorino con due sole pulegge: una usciva dall’albero motore e con una cinghia, che spesso si rompeva, trasmetteva il moto alla dinamo posta in posizione superiore. Il rifornimento di carburante invece non presentava problemi di sorta, dato che da uno sportellino sul cofano si accedeva al piccolo serbatoio della capienza di 22 litri. Non esisteva uno strumento sul cruscotto che segnalasse la quantità residua di benzina ed allora i progettisti cosa fecero? Un’asticciola nera e pieghevole veniva infilata nel serbatoio e subito retratta per verificare la quantità di benzina residua. Il colore nero del primordiale strumento (fornito di serie dalla Casa costruttrice) aveva una sua ragione d’essere in quanto rendeva più visibile il livello del carburante.

Ho accennato alla capienza della Topolino omologata per due persone ma questo non costituiva un problema a quei tempi. Ogni anno veniva su da Roma mia nonna la cui presenza rappresentava per me una vera festa. Nel 1953, lasciato lo scooter Iso, mio padre acquistò una Topolino A di dodicesima mano che mi apparve immediatamente come una conquista sociale elevatissima. Subito si programmò una gita domenicale al lago Maggiore con sosta obbligata al San Carlone. Nessuno in famiglia si pose il problema della capienza, eravamo in cinque e ci saremmo entrati tutti.

La sveglia fu fissata alle 5 di una bella domenica primaverile, partenza alle 7 da via Fratelli Carle, quindi autostrada per Milano con uscita a Novara e susseguente proseguimento lungo la strada statale fino a Borgomanero. Arrivo previsto verso le 10,30, breve passeggiata quindi pranzo al sacco seduti su una panchina del lungo-lago, qualche scatto con macchina fotografica tedesca Voiglander, indi proseguimento passeggiata digestiva e visita alle Isole Borromee. Alle ore 17 rientro a Torino con arrivo previsto alle 20.

Neppure un’agenzia turistica sarebbe stata in grado di congegnare un programma più dettagliato il cui artefice, manco a dirlo, fu mio padre. Mio padre si pose al volante; mia nonna, decisamente pingue, si sedette accanto a lui con me in braccio (la pancia era come un air-bag al contrario); posteriormente mia madre e mio fratello si sedettero sulla dura bachelite bugnonata che avrebbe lasciato un’impronta a mo’ di alveare sulle chiappe di entrambi per circa una settimana; sporta con cibarie alternativamente sulle loro ginocchia (mia madre all’andata e mio fratello al ritorno quando era ormai vuota).

Fantozzi non inventò nulla molti anni più tardi dato che la scena si svolse come la sto descrivendo.

La prima parte del viaggio filò liscia come programmato; l’aria del mattino rinfrescava l’abitacolo senza che avvertissimo la necessità di aprire entrambi i finestrini. Giungemmo all’uscita dell’autostrada percorsa alla media di 55 km/h: ci sembrò un record. Le cose cominciarono a cambiare a causa dei continui rallentamenti non appena ci inserimmo sulla strada statale: centri abitati, semafori, feste e sagre campagnole, camion lenti e inquinanti che non ci davano strada ecc.

La visita al San Carlone, lo famosa statua, fu breve, causa la presenza di molti turisti, ciononostante ci fu il tempo per scattare un paio di foto con utilizzo dell’autoscatto. Il più era fatto, presto ci saremmo seduti sul lungo-lago di Stresa. La seconda sosta avvenne ad Arona: l’orologio segnava già le 11. Proseguimmo per Stresa: “praticamente siamo arrivati “ annunciò mio padre che tenne costantemente sotto controllo la situazione. Il motore rispose bene, avevamo le ossa rotte; ma che importava era un giorno di festa e potevamo riprendere. Stresa che appariva tanto vicina non arrivava mai. “Ma quanto ci vuole ancora?” esclamò mia madre alla quale poverina dolevano le natiche, supportata silenziosamente da mio fratello che scosse la testa in segno di approvazione. Io in compenso mi ritenni fortunato dato che, sostenuto dalla pancia di mia nonna, avevo una visuale completa della strada a pochi centimetri dal parabrezza. Adesso però il caldo cominciava a farsi sentire, aprimmo i finestrini ma la situazione non cambiò di molto. Arrivammo a Stresa che era mezzogiorno. La passeggiata andò a farsi benedire, seduti su una panchina guardammo la sporta che mia madre cominciò ad aprire come fosse lo scrigno dei pirati. “Quanto cibo che hai portato!!” esclamò mia nonna rivolta a mia madre “basterà per tre giorni”. Cominciammo a mangiare. Altro che tre giorni, in mezz’ora fu tutto ripulito, mio padre continuò a fare foto praticamente tutte uguali: noi che mangiamo seduti, noi che mangiamo in piedi con statua di eroe sconosciuto alle spalle, noi che mangiamo mentre il battello ci passa dietro  diretto alle isole.

“OOH, bene – disse mio padre – adesso che vogliamo fare?”. “Andiamo all’isola Madre oppure all’isola Bella” gli rispose mia madre. Si inserì mio fratello “no, andiamo all’isola dei Pescatori, voglio vedere come pescano il tonno”. Risata di mia nonna, mio padre e mia madre, tutti in coro. Io rimasi deluso perché l’idea di vedere i tonni a Stresa mi allettava molto. “La nonna non ha mai visto il lago d’Orta” disse mio padre “basta scavalcare il Mottarone e ci siamo”. “Non voglio che tu ti stanchi troppo” rispose mia nonna. “La nonna ha ragione – le fa coro mia madre – i laghi sono tutti uguali”. Mio padre non desistette “Andiamo al lago d’Orta, l’atmosfera è completamente differente, più romantica”. “Ma non è mica una gita fra fidanzati!” riprese mia madre. Io intanto continuai a guardare le acque del lago nella speranza di vedere i tonni.

E qui arrivano i dolori. Curve, controcurve, pochi rettilinei, impossibilità di sorpassare qualsiasi veicolo si parasse davanti a noi fosse anche una bicicletta. A proposito, un gruppetto di ciclisti del “pedale Verbano”si arrampicava e talvolta ci superava. Il motore fece del suo meglio, ma mio padre sentenziò “meglio non farlo affaticare”. Procedemmo per quasi tutto il tragitto in seconda marcia, alle volte mio padre fu costretto a mettere la prima. Il motore tenne. Mia nonna, molto devota alla Madonna, bisbigliava mentre io trattenevo il fiato sperando che ciò aiutasse quella povera vetturetta; posteriormente mia madre e mio fratello non si fecero sentire. La salita pareva non finisse mai. Mio padre come il comandante di un sommergibile impartì un ordine “aprite i boccaporti”. Io diedi un calcio allo sportellino trapezoidale alla mia destra e mio padre fece altrettanto con il suo a sinistra. Risultato: entrò un refolo d’aria che non ci asciugò neppure una goccia di sudore.

L’espressione di mio padre “speriamo che almeno la cinghia tenga” ci gettò nello sgomento più completo. Avvertimmo brividi di freddo sulla schiena non controbilanciati  dai sudori sul viso. 

Mia madre sbottò “ma che ti è venuto in mente” rivolta ovviamente a mio padre. “Non vi preoccupate, siamo quasi arrivati” rispose mio padre. Finalmente arrivammo in cima alla salita (del Golgota?) ove i ciclisti del pedale Verbano pareva ci stessero aspettando. Ci fermammo e scendemmo: sederi dolenti, gambe anchilosate, torcicollo e dolori di varia natura e consistenza. Mio padre aprì il cofano motore. Il motorino aveva resistito ma emanava un calore pari a quello del Vesuvio in eruzione. “Facciamolo riposare” gli disse mio padre quasi si trattasse di un cavallo.

Aspettammo che il motore si riprendesse, se avessi avuto un po’ di biada gliela avrei data  volentieri. Mio padre afferrò uno straccio sotto il sedile guida e con voce tonante esclamò: “state lontani, ora aprirò il tappo del radiatore, può darsi che si alzi una colonna di acqua bollente. E’ molto pericoloso”.

Mia madre e mio fratello si nascosero dietro un cartello stradale, mia nonna si allontanò a 30 metri di distanza, io mi nascosi dietro mio fratello in attesa di sentire esplodere qualcosa di cui non conoscevo la natura. Mio padre afferrò il tappo con lo straccio, lo sollevò e fece un balzo all’indietro. Una colonna d’acqua bollente si alzò come un geyser per ricadere sul parabrezza e i parafanghi  e finendo con un gorgoglio simile ad una pentola. Mio padre rabboccò l’acqua nel radiatore servendosi di una piccola bottiglia posta sotto il sedile ove, come la credenza di cucina,  praticamente teneva tutto l’occorrente per gli imprevisti. “Sono le 15,30 – disse mia nonna – manca ancora molto?”. “Non c’è problema – disse mio padre – ora la strada è in discesa”. Mi sentii felice e risollevato, cominciava la discesa, era come andare  sull’ottovolante. Mio padre richiuse il cofano, noi saltammo di nuovo a bordo della Topolino, fu avviato il motore, l’auto si mosse.

La strada in pendenza ci fece capire che da quel momento non avremmo avuto più problemi. Mi sbagliavo perché inaspettatamente, mentre noi passeggeri ci eravamo fatti tutti più ciarlieri, sentimmo la voce di mio padre “speriamo che almeno i freni tengano”. Il buonumore cessò di botto. Mia nonna ricominciò a bisbigliare, io trattenni il fiato per l’ennesima volta, mia madre e mio fratello ammutolirono. Una curva a destra, un’altra a sinistra, una vettura potente  chiese strada per sorpassarci. “Quanto manca?” chiese mia nonna. “Tranquilli, tranquilli – rispose mio padre – praticamente siamo arrivati”. L’avverbio praticamente faceva la differenza fra certezza e dubbio. Finalmente arrivammo a Orta San Giulio: erano le 17.

“Adesso che volete fare?” domandò mio padre. Ci fu un coro “vogliamo andare a casa” gli rispondemmo. Mio padre non se lo fece ripetere, innestò la prima e puntò nuovamente verso Borgomanero. Dopo una breve sosta per il rifornimento alla colonnina azionata da una leva manuale la piccola vettura tirò dritto fino a destinazione. Non vedevamo l’ora di arrivare.

Giungemmo a casa che erano quasi le 20. Mio padre proruppe con una frase che alle nostre orecchie suonò infelice: “sono proprio contento, mi sono divertito, la macchina ha tenuto bene e mi è venuto pure appetito”

A tavola fu l’unico a parlare, mangiammo un piatto di pasta in bianco semplice e veloce e presto ci infilammo a letto. “ Avete sentito come ha tenuto la Topolino? Avete sentito come viaggia in terza? Avete sentito come romba?” Non gli rispondemmo, soltanto mia madre, una volta a letto, se ne uscì con “basta, questa è l’ultima volta che andiamo in gita al lago Maggiore” e spense la luce. A me invece rimase il rimpianto di non aver potuto vedere neppure un tonno.



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