Libri - 10 maggio 2021, 08:30

Quando l'automobile uccise la cavalleria

Quando l'automobile uccise la cavalleria

di Francesco Amadelli

Amate Torino? Torino di fine ‘800? Quel periodo spesso sbrigativamente ignorato da storici e cronisti perché ritenuto di declino? Saranno tre personaggi, di estrazione diversa, a muoversi sul palcoscenico subalpino un po’ decadente che nasconde però un risveglio imprenditoriale e culturale nuovo, a presentarvi una città attiva e inconsueta. Caprilli, Bricherasio e Agnelli sapranno prevalere, ciascuno nel proprio ambito e con la propria capacità, riportando Torino ai massimi livelli. Ci auguriamo ritornino quei tempi e uomini di quella levatura.

E’ uscito in libreria l’ultimo, godibilissimo, libro di Giorgio Caponetti “Quando l’automobile uccise la cavalleria” (editore Marcos y Marcos) che oscilla fra fantasia e realtà ben documentata del periodo sopra accennato senza che il lettore riesca a scoprire ove finisca l’una e cominci l’altra.

L’automobile non irrompe sulla scena torinese in maniera silenziosa, lo fa lasciando dietro di sé un fumo nerastro, odore di benzina, spetacchiando volgarmente. E’ chiaro che i tradizionalisti scetticamente critichino il nuovo arrivato che se la dovrà vedere con la concorrenza straniera specie nelle competizioni sportive. C’è fervore nella società torinese di inizio ‘900 affamata di novità, di capitali da investire, di tradizioni da rispettare. Molte sono le spinte in contrasto fra loro, sarà la novità a prevalere con buona pace di coloro che avrebbero voluto l’immobilismo.

Il racconto viaggia sull’onda dei ricordi e delle cronache del tempo senza indulgere alla nostalgia. Quel mondo antico, non piccolo, potrebbe essere oggetto di oblio ma, grazie a Caponetto, rivive chiaramente nella mente del lettore avido di notizie. Il nuovo che avanza vedrà personaggi inattesi gettarsi ambiziosamente nella lotta, non sempre onesta, per la conquista del potere industriale. Svanisce il sogno subentra il denaro.

Il romanzo storico, come lo definisce l’autore, termina riportando alla luce un increscioso episodio dell’attività imprenditoriale di Giovanni Agnelli divenuto, a pochi anni dalla fondazione della Fiat, un finanziere un po’ troppo disinvolto e sicuro di sé. L’episodio, non riportato alla luce finora, non fa certo onore agli storici che per tanti anni l’hanno ignorato.

Potremmo definirlo con il sottotitolo “le dame, i cavalier, l’arme, gli amori”, una sorta di romanzo epico che non scade mai nel pettegolezzo: questo il vero merito di Caponetti autore valido e preparato. Prevalse il mezzo meccanico che cambiò il volto alla città; a noi rimane il rammarico di un’epoca svanita, priva di molte frivolezze come spesso si è portati a pensare.



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