Fuoricampo | 08 maggio 2021

Ricordano Prolo, il Museo del Cinema e Cabiria

Maria Adriana Prolo

Maria Adriana Prolo

di Francesco Amadelli

Il 20 maggio del 1908 (quindi, la ricorrenza cadrà fra pochi giorni) nasce a Romagnano Sesia, da famiglia agiata e con molti interessi culturali, Maria Adriana Prolo, terza di tre sorelle. Diverrà la prima storica del cinema muto italiano e sarà la ideatrice, creatrice e fondatrice del Museo del Cinema di Torino. Quest’anno ricorrono 30 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 20 febbraio 1991.

Rimasta nubile tutta la vita - a quei tempi pareva essere la condizione essenziale per il sesso femminile se si volevano raggiungere posizioni di riconosciuto prestigio (anche un’altra donna a Torino seguirà un destino analogo sebbene nel campo delle Pubbliche relazioni: Maria Rubiolo) – Maria Adriana Prolo dimostrerà una intelligenza acuta e anticipatrice. Sì, perché non si limitò a raccogliere materiale filmico ma trasformò questa sua passione in un impegno collezionistico unico e impensabile per i tempi.

Si laureò in Lettere a Torino e iniziò a lavorare alla Biblioteca Reale di Torino. Nel 1937 scrisse un saggio sulla cultura femminile subalpina dal 1860 e collaborò con la rivista Bianco e Nero (l’unico colore possibile nella cinematografia dell’epoca).

Sarà la guerra a concederle l’opportunità di dimostrare il proprio valore, che le verrà però riconosciuto dopo diversi anni. Dal 1941 riesce a raccogliere e salvare dai disastri della guerra il già ampio materiale dal quale nascerà il Museo. Lo conserverà negli scantinati della Mole Antonelliana, sotto le tribune dello Stadio Comunale e altri locali, per poi radunarlo definitivamente in un posto dal quale uscirà nel settembre del 1958, quando inaugurerà il Museo del Cinema.

Porterà sempre con disinvoltura e signorilità, non disgiunta da grinta, il peso della responsabilità della sua nuova creazione e per questo si avvarrà dell’aiuto del giornalista e critico della Stampa Mario Gromo e di Maria Rubiolo, mostro sacro dell’Ufficio Stampa Fiat,che silenziosamente e umilmente metterà a disposizione la forza della Grande Azienda per permetterle di ottenere quanto si era prefissata. “Del resto – le disse una volta la signorina Rubiolo nel corso di una telefonata alla quale involontariamente assistetti – ci chiamiamo entrambe Maria, se non ci aiutiamo fra noi!”. Signori uomini ammettiamolo: l’energia che mostrarono quelle due “Signorine” noi non l’avremmo mai avuta e non tentate di smentirmi.

Maria Adriana Prolo era già famosa e con la fondazione del Museo ottenne il riconoscimento internazionale della sua indiscussa capacità e lungimiranza. Chi avrebbe mai immaginato che il materiale cartaceo, documenti, affissi cinematografici, locandine, pellicole (si tenga presente che esse erano altamente infiammabili) lanterne magiche e tutti gli strumenti del cinema primordiale così devotamente raccolti e il cui valore storico non fu mai compreso appieno, divenissero la colonna portante di uno dei più prestigiosi Musei del Cinema al  Mondo. Sì, perché il cinema italiano nacque a Torino e Maria Adriana Prolo saggiamente lo concepì e lo salvò. Nel 2000 la sede è stata trasferita definitivamente nel luogo più torinese della città: la Mole Antonelliana.

Permettetemi un ricordo personale: nel 1959, ma non ne sono certo, mio padre volle che lo aiutassi a trasportare un grosso scatolone al Museo del Cinema a Palazzo Chiablese (fra piazzetta Reale e piazzetta del Duomo), “vieni – mi disse – devo consegnare questo alla signorina Prolo così ne approfittiamo per vedere un bel film. Quando mio padre scartò il pacco, ella proruppe in un “OOOHH” e aggiunse: “suo padre sa come prendermi per la gola, non fa ricorso ai dolci in compenso mi dona oggetti come questo”.

Mio padre stava regalando un “Mondo Nuovo” cioè una specie di Lanterna Magica utilizzata dagli imbonitori di piazza fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Lo aveva scovato in qualche mercatino delle pulci: il Balon a Torino oppure a Porta Portese a Roma, oppure alla Fiera di Sinigaglia a Milano o meglio ancora in Francia. Si presentava sporco e un po’ danneggiato ma sostanzialmente sano. Era una specie di scatolone con tre minuscoli oblò ai quali l’osservatore avvicinava gli occhi per vedere una scena fantastica che mai avrebbe visto in tutta la sua vita: una scena campestre, un ragazzo e una ragazza che si scambiano un casto bacio (scena considerata al tempo molto erotica) oppure la decapitazione di Maria Antonietta nel periodo della Rivoluzione francese.

La scena che vidi quella sera consisteva in una barchetta in mezzo al mare con un marinaretto al timone. Era ingenua e puerile ma considerate che nei secoli passati la maggioranza della popolazione non viveva in località di mare, perciò non aveva mai visto (e non lo vedrà mai) il mare né tanto meno una barca. Quella visione, retroilluminata da una candela, costituiva l’embrione del cinema e come il cinema faceva sognare lo spettatore il quale, tornato a casa, poteva vantarsi di aver ammirato il mare.

La signorina Prolo era felice e alla fine ci concesse di entrare in sala a sognare con un altro genere di spettacolo. E allora andiamo e godiamoci il film che sta per iniziare. Come si intitola? Cabiria. Mio padre e io ci accomodammo nella saletta del Museo del Cinema ove, per esigenze di spazio, le poltrone e lo schermo erano state posizionate lungo la diagonale della sala: penso fosse il cinema più originale del mondo. Non avevo idea di cosa si trattasse né quanto durasse.

Dai titoli di testa appresi immediatamente che Giovanni Pastrone, un astigiano venuto a Torino in cerca di fortuna, aveva fatto ricorso, per la prima volta nella storia del cinema italiano, a personaggi di tutto rispetto, quali Gabriele D’Annunzio che ne firmò le didascalie e la sceneggiatura per la strabiliante cifra di 50.000 lire oro (come affermano le cronache) benchè essa fosse dello stesso Pastrone. Le musiche fra cui la Sinfonia del Fuoco furono composte da Ildebrando Pizzetti (alzi la mano chi ha mai ascoltato una sua composizione) che inizialmente non aderì volentieri a questo compito ritenendo che la cinematografia fosse un fenomeno da baraccone.

Visionare un film muto ha un fascino particolare per colui che lo intraprende per la prima volta. Qualsiasi film sonoro ci getta fin dall’inizio in un mondo tri-dimensionale ovvero il nostro mondo fatto di immagini, movimento e rumori. Un film muto è bi-dimensionale in quanto mancante di quest’ultima caratteristica costringendoci a un religioso silenzio.

Girato nel 1914 a Torino negli stabilimenti sulla Dora Riparia fu il primo film della storia definito “kolossal” con le sue tre ore di proiezione che lo renderanno il paradigma di tutti gli altri film del genere venuti in seguito. Devo dire sinceramente che mi  ci volle un po’ per abituarmi al dramma “greco-romano-punico”, come lo definì lo stesso D’Annunzio, che comparve sullo schermo quella sera e del quale mi riesce difficile ricordare la trama nonostante lo abbia visto due volte. Gonfio di nazionalismo e retorica (la guerra contro la Turchia con susseguente occupazione della Libia era appena finita) risente del clima patriottico del periodo (un’altra guerra era in preparazione). In ogni caso non mi risultò affatto noioso. Il copione fa ricorso agli elementi più semplici e accattivanti  utilizzati nelle produzioni moderne: la bambina rapita in procinto di essere uccisa ma salvata dal duro di turno dal cuore tenero, scene di scontri e battaglie e finale con l’amore trionfante. Mettetela come volete ma gli ingredienti sono sempre gli stessi. 

Ed ecco la prima novità: all’apparire della prima didascalia un signore di una certa età si mette a leggere pacatamente, a uso della scarsa platea in sala, le parole che appaiono sullo schermo.. Rimango stupito e guardo mio padre per ricevere conferma di quanto quello spettatore sia maleducato: tutti sappiamo leggere, non è il caso che qualcuno lo faccia per noi. Mio padre, che da giovane aveva vissuto personalmente l’epoca del muto come lo spettatore-lettore, mi tranquillizza “a quei tempi si faceva così – mi dice - dato che spesso in sala molti spettatori erano semi-analfabeti perciò riusciva loro difficile leggere velocemente”. Ecco svelato un altro segreto del cinema muto!

Segue una seconda novità: la carrellata. Non più inquadrature fisse, la macchina da ripresa segue gli attori conferendo maggior dinamismo alla vicenda sempre ricca di colpi di scena. La bambina in questione si chiama Cabiria viene rapita dai pirati e portata a Cartagine. assieme alla governante. Il massimo sacerdote, per ingraziarsi gli dei, vuole immolare la bambina al Moloch ma sarà l’arrivo di un nobile romano, mandato a Cartagine per spiare le mosse del nemico da parte di Roma e del suo fido servitore l’erculeo Maciste a salvarla. La storia ovviamente non finisce così, ci saranno anche gli elefanti di Annibale e le navi della flotta romana che assediano Siracusa ma verranno bruciate dagli specchi ustori inventati da Archimede. Cabiria verrà salvata una seconda volta, rientrerà a Roma già adulta sempre grazie a Maciste e alla vittoria di Roma nella battaglia di Zama.

Insomma oggi lo definiremmo un polpettone non dissimile dai tanti visibili anche in televisione con il pregio di essere stato il primo nel suo genere destinato al grande pubblico. La figura muscolosa e un po’ pingue di Maciste, interpretata da Bartolomeo Pagano ex scaricatore di porto di Genova, conquista immediatamente i favori del pubblico e continuerà a proporsi nelle sale con altri film e altri soggetti, sempre nelle parti del duro al servizio dei deboli pronto a sconfiggere i cattivi.

Un’ulteriore novità che non sfuggirà ad altri registi sarà attuata con il montaggio delle numerose scene girate in ambienti e momenti diversi. Cabiria sancisce la nascita del cinema moderno per merito di un astigiano pieno di inventiva e volontà divenuto proprietario della Itala film. Il nazionalismo italico e la romanità della storia contraddistinsero fin da quegli anni lo spirito patriottico indispensabile ad affrontare la I Guerra Mondiale e il regime che seguirà. Il film venne girato anche ai laghi di Avigliana e in diverse località in provincia di Torino.

Maria Adriana Prolo, fondatrice del Museo del Cinema, sarà sempre orgogliosa di queste radici tutte piemontesi della settima arte esportata in tutto il Mondo.

Dopo tre ore di proiezione appare sullo schermo la parola FINE, si accendono le luci in sala, tutti ci alziamo (compreso lo spettatore-lettore) e raggiungiamo l’uscita. La signorina Prolo è ancora lì, il suo viso si illumina di un roseo sorriso, “grazie signorina – le dice mio padre – ci rivedremo presto, ho altro materiale per lei”. “Non per me – dice la Prolo – per il Museo Nazionale del Cinema”.





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