Manager | 27 aprile 2021

Ai raggi X gli amministratori apicali delle maggiori quotate

Lo stipendio medio di un apicale delle principali quotate alla Borsa di Milano è stato pari a 2.056.600 euro lordi nel 2020, oltre 36 volte il costo medio del lavoro (56.900 euro).

Ai raggi X gli amministratori apicali delle maggiori quotate

Nel 2021 è di sessant’anni l’età media degli amministratori apicali nei Consigli di amministrazione delle 27 società industriali e di servizi che fanno parte dell'indice Ftse Mib della Borsa italiana e che sono state esaminate dall'Area Studi Mediobanca (16 sono a controllo privato e 11 a controllo pubblico, 17 manifatturiere, sei energetiche/utilities, tre di servizi e una petrolifera). Il 14% delle posizioni di comando è ricoperto da manager stranieri. Le donne al vertice sono più giovani dei colleghi maschi: 54,9 anni contro i 60,4 anni, ma hanno solo il 10% delle posizioni chiave.

Nel 2020 è diminuito di oltre 21 milioni rispetto al 2019 il monte compensi degli apicali, risultando così di 102,5 milioni; il calo, pari al 17%, è di oltre tre volte più pesante rispetto a quello del costo del lavoro complessivo (-5%). Il peso della componente fissa della remunerazione è salito al 41% dal 37% nel 2019. Lo stipendio medio di un apicale è stato pari a 2.056.600 euro lordi nel 2020 (di cui 834.100 euro la quota fissa e 1.222.500 la quota variabile), oltre 36 volte il costo medio del lavoro (56.900 euro). Occorrono quindi 36 anni a un lavoratore «medio» per guadagnare quanto un suo «apicale» nel 2020. Il compenso medio delle figure di comando cresce con la capitalizzazione delle società gestite: va da un minimo di 1.227.600 per gli apicali di società con capitalizzazione inferiore ai cinque miliardi fino ai 5.145.500 per gli apicali di società con capitalizzazione maggiore di 20 miliardi. La remunerazione media di un presidente donna è inferiore del 16,8% a quella di un presidente uomo.

Fra l'altro, l'Area Studi Mediobanca ha rilevato che le 27 società industriali e di servizi quotate sull’indice Ftse Mib a fine 2020 rappresentano un valore di Borsa totale di 386 miliardi (431 miliardi al 23 aprile di quest'anno). Nel 2020 la loro capitalizzazione è aumentata dell’1,4%, con un guadagno di 5,2 miliardi. Campioni di crescita in Borsa sono state DiaSorin (+47,4%), Inwit e Interpump (entrambe +42,8%), Prysmian (+35,3%) e Amplifon (+32,8%). Invece, Saipem (-49,4%), Leonardo (-43,4%) oltre a Eni (-38,8%) sono invece i titoli con la maggior flessione.

Rispetto al 2019, l'anno scorso le società analizzate hanno perso ricavi per oltre 75 miliardi (-18,6%) e oltre 19 miliardi a livello di margini industriali (-42,5% sul 2019). Anche l’ebit margin medio è in contrazione al 7,7% rispetto all’11% del 2019. Capitolo risultato netto. Per le società del Ftse MIb il 2020 si è chiuso in rosso, segnando una perdita netta di quasi 1,5 miliardi rispetto all’utile di 12,8 miliardi nel 2019, dovuta in gran parte al rosso di Eni (-8,6 miliardi).

Per quanto riguarda i dividendi, nel 2021 ne verranno distribuiti complessivamente 1,4 miliardi in meno (-12%) rispetto al 2020. In aumento però i dividendi distribuiti dai grandi gruppi pubblici di energia/utilities (+0,6 miliardi) e dalla manifattura privata (+0,2 miliardi). Nel 2020 le società esaminate hanno occupato mediamente 723mila persone. L’adozione di misure volte alla salvaguardia dei livelli occupazionali (quali il divieto al licenziamento) ha limitato la contrazione del numero degli occupati a un 1,4% pari a 10mila dipendenti mediamente in meno rispetto al 2019. Continua a peggiorare la struttura finanziaria, misurata dal rapporto debiti finanziari/capitale netto che aumenta al 133,2% (era al 117,6% a fine 2019).

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