Fuoricampo - 03 aprile 2021, 08:30

Re Rebaudengo: come vincere la sfida della transizione ecologica

di Agostino Re Rebaudengo*   Già nel 2034, la temperatura sarà superiore di oltre 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Quindi è la velocità del cambiamento climatico a imporre l’accelerazione della transizione ecologica.

Agostino Re Rebaudengo

Agostino Re Rebaudengo

di Agostino Re Rebaudengo*

Già nel 2034, la temperatura sarà superiore di oltre 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Quindi è la velocità del cambiamento climatico a imporre l’accelerazione della transizione ecologica. Abbiamo le tecnologie – già oggi competitive – per realizzare una virata verso le rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione dei consumi. Sono alcuni dei messaggi portanti del World Energy Transitions Outlook dell’International Renewable Energy Agency (Irena). Come afferma il direttore generale Francesco La Camera, la crisi del Covid-19 apre un’opportunità irripetibile per invertire la rotta, adesso i Governi dispongono di ingenti risorse per riaccendere l’economia, gettando le basi per una società più resiliente, a partire dal sistema energetico. I lockdown sono stati un banco di prova per le rinnovabili, che hanno superato a pieni voti il test della resilienza e sfatato il mito che elevate percentuali di solare ed eolico vadano a scapito della sicurezza del sistema. La transizione ecologica prevede che l’Italia vada oltre il raddoppio della capacità rinnovabile – dai 55 GW installati al 2020 ai 120 GW al 2030 – e nei prossimi 10 anni dia un taglio alle emissioni di CO2 del 55% rispetto alle 525 Mt di CO2 del 1990. Possiamo e dobbiamo farcela. A remare contro è l’eccesso di burocrazia, un peso che, ogni anno, ci costringe a installare meno di un sesto della nuova capacità rinnovabile richiesta dal Green Deal e impedisce 8,5 miliardi di euro di investimenti nel settore elettrico ogni anno da qui al 2030. Il ministro Cingolani ha sottolineato l’urgenza di semplificare e velocizzare l’intera catena dei permessi, nell’ottica di rendere più efficace ogni step, da come si scrivono i bandi alle procedure autorizzative. I tempi attuali sono biblici e hanno causato il flop delle aste rinnovabili in Italia. Ridurre i tempi sì, ma anche rispettare i termini. Oggi l’attesa di un’autorizzazione unica non dovrebbe superare i 190 giorni. Nella realtà dei fatti ci vogliono anche nove anni per autorizzare un parco eolico. Per velocizzare le rinnovabili, oltre alle tempistiche autorizzative, è necessario ridurre il numero dei pareri per la Commissione Via, così come si snellirebbe il permitting se le Soprintendenze fossero tenute a pronunciarsi solo nel caso di progetti in aree vincolate poste sotto la loro tutela. Qualche buon esempio lo da la Germania. Il suo nuovo modello per le aste dell’eolico offshore mette a gara insieme all’incentivo e alla connessione alla rete elettrica anche la fase autorizzativa preliminare. Inoltre, la legge sulle rinnovabili tedesca ha rialzato gli obiettivi rinnovabili e creato strumenti efficaci per raggiungerli. Ha avviato un piano di aste per l’innovazione – con orizzonte temporale al 2028 – dedicato a progetti che combinano diverse tecnologie rinnovabili e sistemi di storage. In Italia non sappiamo cosa succederà tra un anno. Tra le altre azioni efficaci che potremmo importare dalla Germania vi sono certamente l’istituzione di un sistema di monitoraggio dell’effettivo sviluppo della capacità rinnovabile, così da introdurre correttivi se il tasso di crescita non fosse in linea con i target e il riconoscimento di un incentivo economico ai Comuni che ospitano parchi eolici, così da contrastare le opposizioni locali agli impianti (sindrome Nimby). Anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) della Germania potremmo trarre spunto. Il Pnrr tedesco introduce, ad esempio, semplificazioni per gli investimenti pubblici e privati, con molte norme già emanate. In Italia si attendono ancora i decreti attuativi del DL Semplificazioni. Infatti, oltre a ridurre la burocrazia, bisognerà colmare anche i gap normativi. Bisognerà intervenire anche sui divieti medievali che a oggi impediscono agli impianti fotovoltaici su aree agricole di partecipare alle aste del Gse, o alle posizioni ideologiche che vedono fotovoltaico e agricoltura come due nemici. Preoccupano le recenti dichiarazioni del ministro delle Politiche agricole, Patuanelli, secondo cui si dovrebbe “abbandonare il percorso del fotovoltaico a terra, che incide troppo sulla produzione agricola”. In realtà non è così. Per rispettare il target del Green Deal dobbiamo aggiungere 50 nuovi GW di fotovoltaico al 2030, di cui circa 35 GW a terra. Realizzare i 35 GW di impianti fotovoltaici a terra (pari a 50.000 ettari) significherebbe impiegare solo lo 0,3% della superficie agricola totale oppure soltanto l’1,4% della superficie agricola non utilizzata. Inoltre, tra fotovoltaico e agricoltura sono possibili sinergie che vanno a favore di entrambi i settori; pensiamo all’integrazione del reddito degli agricoltori che si aprono alle applicazioni del fotovoltaico oppure alle soluzioni virtuose di agrovoltaico: come dimostra uno studio dell’Università del Sacro Cuore, alcune coltivazioni sotto i pannelli solari hanno una resa superiore rispetto al campo aperto. Tagliare la burocrazia, colmare i ritardi normativi, ma anche re-ingegnerizzare le procedure in ottica digitale. Priorità a cui si aggiunge l’urgenza di una più generale innovazione della mentalità dei funzionari pubblici e dell’architettura normativa, per rendere davvero la macchina statale al servizio della Transizione Ecologica e non viceversa!

* Presidente di Elettricità Futura e di Asja Ambiente (dal blog www.rerebaudengo.it)

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