La spesa dei turisti in Italia -53 miliardi Tutti i numeri del grande crollo per Covid

In Italia, l'anno scorso, le spese dei turisti si sono ridotte di 53 miliardi. Per l’emergenza Covid. La stima è della Coldiretti, secondo la quale un terzo del calo si deve al taglio dei consumi in ristoranti, pizzerie, trattorie, agriturismi, ma anche al mancato acquisto di cibo di strada e di souvenir delle vacanze. D'altra parte, in Italia, le famiglie in vacanza hanno speso per l'alimentazione più che per l’alloggio: 17,5 miliardi, il 58% meno dell'anno prima e il minimo da almeno un decennio. Il calcolo si è basato sui dati di Isnart-Unioncamere e dell'Istat, che ha analizzato gli effetti della pandemia sul turismo, evidenziando l’assenza quasi totale dei turisti stranieri e il forte calo di quelli italiani.
Il consuntivo turistico provvisorio del nostro Paese, relativo ai primi nove mesi del 2020 – quasi 192 milioni di presenze in meno rispetto allo stesso periodo del 2019 (-50,9%) - è in linea con il trend europeo. Infatti, in tutti i Paesi Ue i flussi turistici hanno subito un profondo shock: Eurostat stima che il numero delle notti trascorse nelle strutture ricettive nell’Unione europea nei primi otto mesi 2020 sia pari a circa 1,1 miliardi, quindi oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2019.
Tornando all'Italia, va però ricordato che il 2019 aveva fatto registrare il nuovo record dei flussi turistici negli esercizi ricettivi del nostro Paese, con 131,4 milioni di arrivi e 436,7 milioni di presenze e una crescita, rispettivamente, del 2,6% e dell’1,8% in confronto con l’anno precedente. Però, nei mesi del lockdown la domanda quasi si è azzerata e le presenze nelle strutture ricettive sono risultate appena il 9% di quelle registrate nello stesso periodo del 2019. In particolare, il calo delle presenze è stato dell'82,4% a marzo, 95,4% ad aprile e 92,9% a maggio. Pressoché assente la clientela straniera (-98% sia ad aprile che a maggio). 
Complessivamente, nei mesi del lockdown, il calo è stato del 91%, con una perdita di quasi 74 milioni di presenze, di cui 43,4 milioni di clienti stranieri e 30,3 milioni di italiani. E il trimestre estivo (luglio, agosto e settembre) ha visto un recupero solo parziale; infatti, le presenze totali sono state il 64% di quelle registrate nel 2019, con una perdita di più di 74,2 milioni.
Il comparto alberghiero è risultato quello in maggiore sofferenza: le presenze registrate nei primi nove mesi del 2020 sono state meno della metà (il 46%) di quelle rilevate nel 2019, mentre quelle del settore extra-alberghiero il 54,4%. I viaggi effettuati dagli italiani pernottanti negli esercizi ricettivi sono diminuiti di circa il 30%. Il decremento più consistente si rileva nel segmento dei viaggi svolti per motivi di lavoro, che rappresentava nei primi nove mesi del 2019 il 13,6% degli spostamenti e circa l’8% delle presenze e che, nello stesso periodo del 2020, si riduce a meno della metà. In consistente calo tutte le motivazioni dei viaggi di lavoro, in particolare quelle legate alle attività congressuali e di convegni o seminari (-81,3%) e le riunioni d’affari (-41,8%). Tra le vacanze, le visite a parenti e amici hanno subito la riduzione maggiore (-66%) mentre i viaggi di piacere o svago sono calati del 20%. Per il comparto extra-alberghiero la flessione dei viaggi è stata più contenuta (-16,%) di quella subita dal settore alberghiero (-35%).
A livello territoriale, i dati dei primi nove mesi 2020, indicano che le flessioni più consistenti delle presenze hanno interessato di più le Isole (-62,7%) e le regioni del Nord Ovest (-61,9%); solo la ripartizione del Nord-Est ha registrato una variazione meno ampia di quella media nazionale (-45,7%). A livello regionale, risulta che le flessioni del numero di presenze siano state maggiori nel Lazio (-73,6%), in Campania (-72,2%) e in Liguria (-71,9%). Nessuna regione ha presentato incrementi; tuttavia le regioni che presentano diminuzioni più contenute sono le Marche (-27%), il Molise (-29%), le Province autonome di Bolzano (-29,5%) e Trento (-31,2%), l’Abruzzo (-36,9%), la Valle d'Aosta (-37,8%) e la Puglia (-42%).
La categoria delle grandi città, composta dai 12 comuni con più di 250 mila abitanti, che nel 2019 aveva registrato circa un quinto delle presenze dell’intero Paese, è quella che ha sofferto di più la riduzione della domanda, con una flessione del 73,2% delle presenze. Per i comuni a vocazione culturale, storico, artistica e paesaggistica il calo è stato del 54,9%, a fronte del 51,8% di quelli con vocazione marittima e del 29,3% di quelli a vocazione montana.