NOTIZIE IN BREVE

IL 58% DEL PATRIMONIO E' COSTITUITO DALLA CASA
E' rappresentato dalle case il 58% dei patrimoni delle famiglie italiane (oltre l'80% di chi ha più di 33 anni è proprietario di un'abitazione). La ricchezza immobiliare pro capite è stimata in 162mila euro; mentre la ricchezza finanziaria media è di 116mila euro (4,1 volte il reddito medio, in crescita rispetto al 3,9 del 2019). Ne deriva una ricchezza complessiva di 278mila euro, in aumento di 8mila euro rispetto al 2019. Negli ultimi 12 mesi il 3,8% ha investito in case (7,8% nella classe di età più giovane) e il 6,4% intende effettuare un investimento immobiliare nei prossimi due anni, il che corrisponderebbe a una potenzialità di circa 1,6 milioni di transazioni; di queste, circa 300mila sarebbero già programmate nel corso dei prossimi dodici mesi.
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IN AUMENTO GLI ACQUISTI DI FONDI COMUNI
Le obbligazioni restano la prima forma di investimento degli italiani. Il 21,6% ha posseduto obbligazioni negli ultimi cinque anni (era il 23,5% nel 2019). Però, la quota di coloro che investono una parte rilevante del proprio patrimonio in obbligazioni (sopra il 30%) è in costante calo dal 2015. I “tassi a zero”, infatti, spingono sempre più obbligazionisti a cercare nuovi investimenti o ad attendere liquidi tempi migliori per questo tipo di investimenti. Nonostante tutto, comunque, le obbligazioni soddisfano ancora la maggior parte dei detentori (71,9%), che ne apprezzano l’aspetto della sicurezza del capitale per il rimborso alla pari del capitale investito.
Quanto al risparmio gestito, cresce ancora e interessa il 17,3% (15,3 nel 2019): il 4,7% ha comprato fondi comuni dinvestimento per la prima volta nel 2019-20 e il 30% di chi già li deteneva in portafoglio ne ha incrementato il possesso. Le prime tre motivazioni di acquisto dei fondi comuni sono state nel 2020 la professionalità dei gestori (29,2%), la fiducia nei proponenti (23,4%, che riflette un giudizio positivo sul settore della consulenza finanziaria) e, infine, la diversificazione del rischio (23,2%). Complessivamente, il grado di soddisfazione verso il risparmio gestito è elevato.
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CHI SPENDE DI PIU' PER LA SANITA'
In questi tempi di Covid-19, può essere interessante sapere quanto si spende per l'assistenza sanitaria, che varia nei diversi Stati membri dell'Unione Europea, come ha appena rilevato Eurostat, l'ufficio statistico della Ue. In media, nel 2018 (ultimo censimento disponibile), nella Ue, la spesa sanitaria è stata pari al 9,9% del Pil di quell'anno. Le quote maggiori sono state registrate in Germania (11,5% del Pil) e Francia (11,3%), seguite dalla Svezia (10,9%). Al contrario, le quote più basse della spesa sanitaria sono state riscontrate in Lussemburgo (5,3% del Pil) e Romania (5,6%).
In Italia la quota è stata dell'8,7%.
Rispetto alla dimensione della popolazione, la spesa sanitaria 2018 più alta tra gli Stati comunitari è stata quella della Danimarca (5.260 euro per abitante), seguita da quelle del Lussemburgo (5.220 euro) e della Svezia (5.040 euro), mentre le più basse sono state della Romania (580 euro) e della Bulgaria (590 euro). La media dell'Italia è risultata di di 2.534 euro, inferiore ai 2.982 euro della media Ue.
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RICERCA & SVILUPPO, LA MAPPA EUROPEA
La spesa e la l'intensità di R&S (ricerca e sviluppo) sono due degli indicatori chiave utilizzati per monitorare le risorse dedicate alla scienza e alla tecnologia a livello mondiale. Nel 2019, gli Stati membri dell'Unione europea hanno investito oltre 306 miliardi di euro in ricerca e sviluppo. Quanto all'intensità di R&S, cioè la spesa in R&S come percentuale del Pil, si è attestata al 2,19%, rispetto al 2,18% nel 2018. Dieci anni prima era dell'1,97%. Rispetto ad altre principali economie, l'intensità di R&S nell'Ue è stata molto inferiore a quella della Corea del Sud (4,52% nel 2018), del Giappone (3,28%) e degli Stati Uniti (2,82%), mentre era a circa stesso livello della Cina (2,06%); ma superiore a quella del Regno Unito (1,76%) e ancora di più a quella della Russia (1,03%) e della Turchia (1,03%).
Nel 2019, nella Ue, la più alta intensità di R&S è stata registrata in Svezia (3,39%), poi in Austria (3,19%) e Germania (3,17%). Questi Paesi erano davanti a Danimarca (2,96%), Belgio (2,89%) e Finlandia (2,79%). All'estremità opposta della scala, otto Stati membri hanno registrato un'intensità di R&S inferiore all'1% del Pil: Romania (0,48%), Malta (0,61%), Cipro (0,63%), Lettonia (0,64%), Irlanda (0,78%), Slovacchia (0,83%), Bulgaria (0,84%) e Lituania (0,99%). Per l'Italia l'intensità di ricerca e sviluppo è risultata pari all'1,45%. Negli ultimi dieci anni, l'intensità di R&S è aumentata in 19 Stati comunitari, con l'aumento più elevato registrato in Belgio (dal 2% del Pil nel 2009 al 2,89% nel 2019, Polonia (+0,66 punti), Cechia (+0,65) e Grecia (+0,64). Al contrario, l'intensità di R&S è diminuita in sei Stati membri, con la diminuzione più elevata in Finlandia (-0,94 punti percentuali) e Irlanda (-0,83), mentre è rimasta stabile in Francia e Svezia.