Fondazioni e banche, prospettive e rischi dopo le decisioni su dividendi e nomine

Tempi duri si preannunciano per le Fondazioni di origine bancaria. Ma anche per le loro conferitarie, cioè le banche dalle quali sono nate. Quest'anno, infatti, le banche e le assicurazioni non hanno potuto distribuire dividendi, impedite a farlo dalle autorità monetarie e di vigilanza, con “raccomandazioni” cogenti (guai grossi per chi non si adegua). All'inizio si era parlato di un congelamento, con la promessa di un riesame e di un possibile sblocco prima della fine di dicembre. Il riesame c'è stato, lo sblocco no. Anzi. I dividendi 2020 sono passati in cavalleria e per il 2021 c'è poco da sperare. Infatti, è già stato anticipato che i prossimi dividendi potranno essere al massimo pari al 15% degli utili e, comunque, prima di poterli deliberare, le banche dovranno chiedere l'autorizzazione alla Bce piuttosto che alla Banca d'Italia.

Un brutto colpo per le Fondazioni, che hanno nei dividendi delle banche una delle principali fonti di reddito quando non la principale, come nel caso di parecchi enti minori. Quasi tutte le Fondazioni avranno un taglio drastico delle loro entrate, con l'inevitabile conseguenza che ridurranno notevolmente anche i loro interventi e le erogazioni a beneficio delle rispettive comunità di riferimento. C'è stata qualche critica; ma la cosa sembra quasi finita lì. Nonostante che, ancora recentemente, anche il Governatore della Banca d'Italia e il Presidente della Repubblica abbiano riconosciuto il ruolo strategico delle Fondazioni non soltanto per la loro attività benefica e come motori locali di sviluppo; ma pure per quanto hanno fatto e stanno facendo per il sistema bancario italiano. Fra l'altro, hanno sottoscritto ingenti aumenti di capitale, hanno favorito aggregazioni e fusioni, hanno rinnovato e rafforzato le governance.

Se tante banche italiane sono solide, ben gestite e redditizie lo si deve anche alle Fondazioni, loro azioniste. E destinate, prima o poi, a trovarsi nuovamente di fronte al problema delle ricapitalizzazioni. Ma, allora, in considerazione delle decisioni perniciose di Bruxelles e di via Nazionale, torneranno ad aprire i cordoni delle loro borse? Loro e gli altri azionisti investiranno ancora in beni che non possono più dare un giusto rendimento? E' vero che le Fondazioni sono investitori pazienti e di lungo periodo; però, non possono essere investitori fessi o irresponsabili, dato che devono rendere conto della gestione del loro patrimonio.

Già ora, gli amministratori delle Fondazioni, come gli altri soci, si dovrebbero chiedere se non convenga investire in asset diversi dalle banche e dalle assicurazioni italiane. A Bruxelles e in Banca d'Italia sono consapevoli delle conseguenze derivanti da una progressiva dismissione delle partecipazioni bancarie e assicurative italiane da parte delle Fondazioni e non solo? O, di nuovo, c'è qualcuno che mira proprio a far uscire le Fondazioni dalle banche italiane, che diventerebbero così facili prede magari di forti speculatori internazionali? A pensar male si fa peccato, ma magari non si sbaglia.

Comunque, queste decisioni sui dividendi sono sbagliate; così come lasciano perplessi i nuovi poteri che si sono arrogate le autorità di vigilanza su top manager e consiglieri di amministrazione delle banche, che devono passare sotto il loro vaglio e possono essere rimossi a loro discrezione. A questo punto, quali diritti restano ai soci privati, agli azionisti? Le banche sono ancora imprese di un mercato libero? Perché i regolatori dovrebbero fissare le regole e controllare, non fare i giocatori. Altrimenti, gli investitori cambiano campo.