Ecco le cause del ritardo del Green Deal

di Agostino Re Rebaudengo*
La transizione energetica è un percorso irreversibile, il cui esito però non va dato per scontato. Sono i tempi e i modi di avanzamento a determinare la possibilità di arrivo al traguardo. In soli 10 anni, l’Italia dovrà dare il proprio contributo all’impegno europeo di tagliare del 55% le emissioni di CO2, aggiungendo almeno 65 GW di nuova potenza rinnovabile e rendendo green il 70% dei consumi elettrici italiani. Abbiamo poco tempo; pertanto, il raggiungimento degli obiettivi del Green Deal dipenderà da quanto saremo efficaci e veloci.
I target nazionali implicano la necessaria partecipazione proattiva delle Regioni; è infatti proprio tra le varie Regioni che viene suddiviso l’obiettivo attribuito dall’Europa all’Italia ed è sui territori che si autorizzano e si costruiscono gli impianti. Il “burden sharing” deve essere la declinazione del Green Deal a livello regionale. Elettricità Futura ha quantificato l’aumento della capacità rinnovabile al 2030 nelle diverse aree del territorio nazionale: 21 GW al Nord (Piemonte, Valle D’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria ed Emilia Romagna); 8 GW al Centro Nord (Toscana, Umbria e Marche); 13 i nuovi GW da installare al Centro Sud (Lazio, Abruzzo, Campania); 13 GW al Sud (Molise, Puglia, Basilicata, Calabria); 7 GW in Sicilia e 3 GW in Sardegna.
Attualmente, la transizione energetica sui territori avanza troppo poco e troppo lentamente. Negli ultimi anni, siamo riusciti adinstallare in Italia circa 1 GW all’anno di nuova capacità rinnovabile. Dovrebbero essere 6,5 i nuovi GW rinnovabili da installare ogni anno per rispettare i target del Green Deal al 2030, che di questo passo raggiungeremo nel 2085.
Cosa blocca la decarbonizzazione a livello locale? Un freno è di certo il circolo vizioso tra l’incapacità decisionale di chi governa il territorio e l’opposizione, quasi sempre strumentale, dei comitati del “no” allo sviluppo degli impianti, laddove i fenomeni Nimt (Not In My Term of Office) e Nimby (Not In My Back Yard) si alimentano a vicenda, con la complicità degli eccessi di burocrazia e della troppo spesso confusa compagine di responsabilità e competenze che caratterizzano il settore elettrico.
La distanza tra gli impegni sottoscritti dall’Italia a livello europeo con il Green Deal e l’effettivo sviluppo delle rinnovabili sui territori sta diventando incolmabile. Perché? L’energia è una materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, cioè a livello nazionale sono stati stabiliti i principi fondamentali – tra cui quello della massima diffusione e di un generale favor per le fonti rinnovabili come previsto dall’Unione europea – ma è dalle Regioni che dipende la normativa di dettaglio, in particolare per gli aspetti autorizzativi e per l’individuazione delle “aree non idonee” alla costruzione degli impianti.
Questa dualità di competenze genera spesso posizioni contrastanti tra Stato e Regioni nei confronti dello sviluppo impiantistico, rendendo necessario il ricorso alla Corte Costituzionale per verificare la legittimità di disposizioni regionali che adottano criteri più restrittivi rispetto alla normativa nazionale. Norme particolarmente stringenti e gravose, con effetti dilatori o in alcuni casi di illegittima moratoria, nonché altri ostacoli posti a livello regionale in materia di energia rinnovabile, sono stati in più occasioni giudicati incostituzionali dalla Corte perché con essi le Regioni hanno invaso uno spazio riservato allo Stato, spesso anche in contrasto con gli impegni assunti in ambito comunitario.
Tra le azioni urgenti per rendere le tempistiche autorizzative più semplici, certe e veloci vi sono il superamento di una eccessiva discrezionalità amministrativa negli iter autorizzativi, l’aggiornamento del Piano Energia Clima e l’assegnazione dei target regionali vincolanti in coerenza con il Green Deal. E' indispensabile che anche il ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo definisca linee guida, sui temi del paesaggio, chiare e compatibili con il raggiungimento dei target, la cui responsabilità esecutiva deve essere chiaramente delegata ai funzionari o ai sovraintendenti. Troppo spesso si assiste a casi di progetti che, nonostante siano stati sottoposti a lunghi e severi percorsi autorizzativi, patiscono un diniego sulla base di rilievi paesaggistici arbitrari e non calibrati in maniera corretta rispetto a obiettivi e benefici ambientali.
In parallelo, serve un’ampia ed efficace informazione sui benefici che la transizione energetica genera a livello locale. Oltre a essere deleterio per il raggiungimento degli obiettivi al 2030, una sterile e a volte inconsapevole opposizione agli impianti da fonti rinnovabili fa perdere ai territori preziose opportunità di sviluppo sostenibile, di cui invece l’Italia ha assoluto bisogno.
Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), un quarto dell’intero territorio nazionale è in stato di degrado. La transizione energetica è un potente motore per lo sviluppo sostenibile locale. Pertanto, piuttosto che temere la presenza di impianti rinnovabili sui territori, dovremmo occuparci di creare valore sui terreni che utilizziamo. In questa direzione va il protocollo tra Elettricità Futura e Confagricoltura: le due associazioni lavoreranno insieme per creare sinergie tra il settore agricolo, l’energia solare, le biomasse, il biogas e le altre fonti rinnovabili, valorizzando anche le innovative applicazioni dell’agrovoltaico. L’accordo è un importante passo per un’efficace integrazione degli impianti rinnovabili sui terreni agricoli.
È bene ricordare che entro il 2030 in Italia dovremo avere installato di solo fotovoltaico a terra 35 nuovi GW. Utilizzeranno soltanto 50.000 ettari, che equivalgono allo 0,3% dei terreni agricoli ovvero all’1,4% di quelli non utilizzati.
* Presidente di Elettricità Futura (dal blog Ambiente Clima Energia www.rerebaudengo.it)