Boom di imprese che usano servizi digitali

In seguito all'esplosione del Covid-19, è salita al 21,6% la quota delle imprese che usano servizi digitali (newsletter, tutorial, webinar, corsi, ecc.), mentre prima dell'epidemia era solo l’8,1%. E molte imprese hanno accelerato notevolmente gli investimenti tecnologici anche per migliorare la qualità e l’efficacia del sito web, con l’effetto secondario di generare dati sull’utilizzo del web da parte della clientela, essenziali per un’ottimizzazione della gestione. Tali investimenti, che in precedenza riguardavano l’11,2% delle imprese, sono divenuti pratica comune per un altro 12,6%, portando così il totale a quasi il 24%.
Per quanto riguarda la comunicazione interna all’impresa, l’utilizzo di applicazioni di messaggistica e di video-conferenza è addirittura triplicato: dal 10,9% nella fase pre-Covid all’attuale 32%. Facilità d’uso e costi contenuti hanno sicuramento reso questi strumenti la base per lo sviluppo dello smart working, che però necessita di infrastrutture. I server cloud e le postazioni di lavoro virtuali a livello centrale, già disponibili nel 9,8% delle imprese, ora riguardano il 27,1%, mentre le apparecchiature informatiche fornite ai dipendenti, considerate già adeguate dal 10,2% delle imprese, sono state oggetto di investimento per un ulteriore 18,2%.
Persino le applicazioni software più specialistiche per la gestione condivisa di progetti, utilizzate in precedenza dal 6,0% delle imprese, hanno triplicato la loro diffusione. L’utilizzo di tali strumenti è strettamente legato all’adozione di pratiche di lavoro a distanza o smart working. Le imprese con 3-9 addetti orientate allo smart working, che prima della crisi avevano adottato tecnologie di comunicazione digitale nel 28,7% dei casi, hanno raggiunto il 76% a seguito degli investimenti indotti dall’emergenza.
Inoltre, sono quasi raddoppiate le imprese che vendono beni o servizi sul proprio sito web. Tuttavia, l’utilizzo di canali di vendita online da parte delle imprese, sebbene in forte sviluppo, resta piuttosto limitato a causa di alcuni fattori strutturali. In primo luogo, la maggioranza delle imprese non vende i suoi prodotti o servizi ai consumatori finali ma piuttosto a altre imprese e quindi non trova utile esporre il catalogo prodotti su un sito web, proprio o di intermediari. In secondo luogo, la rete del commercio al dettaglio tradizionale presenta un radicamento nel sistema economico che deriva anche dalla propensione della clientela all’interazione diretta con il venditore.
Nonostante ciò, la vendita di beni o servizi mediante proprio sito web (e-commerce), adottata prima della crisi Covid dal 9,2% delle imprese italiane con tre addetti e oltre riguarda attualmente il 17,4% delle stesse. Inoltre, una parte dell’offerta online di prodotti e servizi è mediata da piattaforme digitali che operano come intermediari commerciali tra una molteplicità di imprese e i consumatori. Queste piattaforme consentono alle imprese di entrare in contatto con un elevato numero di potenziali clienti, sia in Italia sia all’estero, ma sono spesso legate a specifici settori e più costose della vendita diretta. Prima della crisi le utilizzava il 2,7% delle imprese ma con l’emergenza la quota è salita al 6,5%. Se il cliente è un’impresa, i canali commerciali sono più diretti e con un’interazione costante tra fornitore e acquirente che non resta però impermeabile ai processi di digitalizzazione. L’interazione diretta con i clienti, ad esempio via e-mail, è addirittura il canale digitale di commercializzazione più utilizzato dalle imprese (15,7% pre-Covid, ha raggiunto il 27,8% durante la crisi).
Anche il sistema dei pagamenti è influenzato dalla digitalizzazione. Dal 5,3% prima della crisi Covid, la quota di imprese che utilizzano sistemi di pagamento sicuro via Internet è passata al 10,5%. Riguardo la diffusione dei pagamenti elettronici (cashless), l’incidenza di imprese che li hanno adottati durante la crisi, essenzialmente nel settore del commercio, ha raggiunto il 15% dal 9,8% del periodo antecedente
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