Per Istat sono oltre otto milioni gli italiani che possono lavorare in smart working

Prima dell’epidemia Covid-19, in Italia, il ricorso al lavoro da remoto ha interessato un segmento limitato di attività e di lavoratori - circa 1,3 milioni di occupati, pari al 5,7% - nonostante la platea potenzialmente più ampia. Secondo una stima dell’Istat, infatti, sono 8,2 milioni gli occupati nel nostro Paese che svolgono una professione in qualche modo esercitabile da remoto, numero che scende a circa sette milioni se si escludono le professioni per le quali il lavoro da remoto è ipotizzabile solo in situazioni di emergenza (per esempio gli insegnanti nei cicli di istruzione primaria e secondaria).
L’adozione dello smart work è stata tuttavia determinante per preservare i livelli occupazionali durante la pandemia e per limitare la mobilità quotidiana, soprattutto nelle aree urbane. Oltre a ridurre le possibilità di contagio, la minore mobilità lavorativa rappresenta uno strumento di salvaguardia ambientale, avendo come effetto la riduzione del tempo speso negli spostamenti e dell’inquinamento a esso associato (nel 2019, il 2,8% degli occupati – 630mila - ha dichiarato di aver impiegato più di un’ora per recarsi sul posto di lavoro, il 13,3% da mezz’ora a un’ora e l’83,1% non più di mezz’ora).
Far lavorare a distanza anche solo i lavoratori che svolgono una attività telelavorabile e impiegano più di un’ora per recarsi al lavoro, perciò, significherebbe diminuire di circa 800mila ore il tempo speso negli spostamenti e l’inquinamento a esso associato per ogni giorno di smart working.
Comunque, sempre relativamente al pre Covid-19, l'Istat ha censito che l’81,7% degli occupati lavorava principalmente in locali o uffici messi a disposizione dal datore di lavoro o di proprietà nel caso dei lavoratori autonomi. Tale condizione più spesso caratterizzava le lavoratrici (90,4%), i laureati (88,8%) e i più giovani (83,4%); mentre lavorava principalmente da casa lo 0,8% degli occupati (1,5% tra i laureati).
Il lavoro da casa è risultato più diffuso nel settore dei servizi, anche se con forti differenze tra i comparti: lo adottano più di frequente il settore dell’informazione e comunicazione, oltre a quello dei servizi alle imprese; invece, è pressoché inesistente per gli occupati negli alberghi e ristorazione, trasporti e magazzinaggio, sanità e assistenza sociale, servizi alle famiglie. Nello specifico dei servizi generali della pubblica amministrazione, soltanto l’1,7% dei dipendenti nel 2019 ha utilizzato la casa come luogo di lavoro: lo 0,2% come luogo principale, lo 0,9% come luogo secondario, lo 0,6% occasionalmente.
La possibilità di lavorare nella propria abitazione è risultata frequente tra chi svolge una professione qualificata o di tipo intellettuale (12,9%), mentre ha più spesso un luogo di lavoro unico e tradizionale chi svolge una professione esecutiva, sia nel lavoro d’ufficio sia nel commercio (rispettivamente, 88,1% e 86,8%). I lavoratori con almeno la laurea lavorano da casa (anche se come luogo secondario) molto più spesso di chi ha un titolo di studio più basso (12,7% contro 2,0%).
Dall'indagine Istat, fra l'altro, è emerso che nel 2019 le donne hanno utilizzano più spesso la casa come luogo di lavoro principale e secondario; ma, allo stesso tempo, erano presenti in misura maggiore anche tra coloro che lavorano in un unico luogo di lavoro tradizionale. Gli uomini hanno evidenziato una maggiore mobilità lavorativa e, quando usano la casa come luogo di lavoro, più spesso lo fanno in modo occasionale. L’utilizzo della casa, inoltre, è risultato meno diffuso tra i lavoratori meno istruiti (2%), gli stranieri (2,8%) e i più giovani (4%), i quali, come le donne, hanno prevalentemente attività lavorative che prevedono un unico luogo di lavoro tradizionale. Il lavoro a casa è inoltre meno diffuso tra i lavoratori del Mezzogiorno.
Circa un quarto degli occupati (25,7%) ha almeno due luoghi in cui svolge il proprio lavoro, soprattutto tra gli uomini e i laureati (33,3 e 33,6%). I lavoratori dipendenti sono anche quelli che con maggiore frequenza hanno un unico luogo di lavoro (78,9% nel complesso). Chi svolge professioni impiegatizie ha di solito come luogo principale di lavoro gli uffici del datore (91,9%), una condizione simile caratterizza le professioni qualificate (84,8%).
Dei 408 mila lavoratori dipendenti che, nel 2019, hanno utilizzato la propria abitazione come luogo principale o secondario di lavoro (2,3% dei lavoratori dipendenti e 1,7% degli occupati), l’8,2% aveva un contratto di telelavoro e il 20,2% un accordo di smart workin
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