Manghi risponde sul mondo del lavoro

Bruno Manghi, sociologo, storico sindacalista torinese della Cisl, della quale, a 79 anni, resta consulente dopo la lunga militanza anche con incarichi direttivi, autore di diverse pubblicazioni, è il presidente della Fondazione comunitaria di Mirafiori (gruppo Compagnia di Sanpaolo) e continua a seguire con grande attenzione e passione il mondo del lavoro.
Manghi, come vede il mondo del lavoro?
“Il mondo del lavoro presenta due aspetti contradditori: in passato è stato socialmente ed economicamente svalutato; con gli anni è diventato un problema soggettivo enorme. Ora la gente continua a pensare al lavoro, a cercarlo, a desiderarlo: il lavoro è centrale per la persona. Il mondo del lavoro oggi è estremamente frammentato e per questo fa fatica a fare coalizione, ad avere riferimenti comuni, a legarsi attraverso la solidarietà. Oggi è difficile agire nel mondo del lavoro e farne una forza. Ne soffre anche il sindacato”.
In particolare, come sta quello piemontese?
“I dati si conoscono, la situazione è nota. Emerge chiaramente la fragilità del lavoro giovanile. I giovani stentano a trovare una strada e a farsela. Comunque, non c'è un Piemonte unico, uguale. Il Cuneese, per esempio, è ben diverso dall'area di Torino, che deve ancora smaltire la fine di un primato assoluto dell'industrializzazione, di un ciclo economico che è finito, con inevitabili conseguenze anche sul tessuto sociale. Ma i cicli sono lunghi: dopo che Torino ha cessato di essere capitale, ci sono voluti 35 anni perché tornasse a primeggiare, con un'altra funzione, come capitale della meccanica. Non lo è più da vent'anni. Ma è ' ancora presto perché sia capitale di qualcosa d'altro. Non sappiamo cosa saremo. Intanto abbiamo anche delle sorprese positive, come quella della Lavazza: chi l'avrebbe detto che sarebbe cresciuta tanto e sarebbe arrivata a primeggiare nel mondo? Poi c'è un altro aspetto del lavoro, che nel nostro passato industriale abbiamo sottovalutato, non considerato nelle sue potenzialità: il terziario, il turismo, la cultura, le partite Iva. Nessuno di noi, 20-25 anni fa, si rendeva conto che l'Università è anche una straordinaria risorsa economica, oltre che un luogo di formazione dei futuri lavoratori. Oggi Torino ha centomila universitari, il suo sistema universitario è una grande industria”.
Per cassa integrazione, il Piemonte è al secondo posto in Italia e Torino al primo …
“Inevitabilmente, considerando appunto il nostro processo di deindustrializzazione. Meno male che la cassa integrazione c'è, la classica e quella d'emergenza. Gli ammortizzatori sociali funzionano. Il problema è rappresentato dalle risorse per il finanziamento della cassa. E' molto complicato. Sarà necessaria una revisione”.
Cosa succederà dopo lo sblocco dei licenziamenti?
“Un conto sono i licenziamenti da parte delle imprese che si avviano alla chiusura perché ormai fuori mercato e un altro quello di chi licenzia per ridurre i costi o per essere più competitivo. In ogni caso, bisognerebbe che il sistema imprenditoriale evolvesse, investisse nella riqualificazione e nella ricollocazione dei dipendenti. Riqualificazione e ricollocazione sono problemi che riguardano non solo lo Stato assistenziale ma anche gli imprenditori. Il sistema attuale è insufficiente, modesto, per usare un eufemismo. Soprattutto nella situazione eccezionale che stiamo vivendo. Abbiamo assoluto bisogno di un sistema più efficace, che dia spazio al Terzo settore, il quale ha una sensibilità sociale che nessun sistema pubblico può avere”.
Quali provvedimenti sarebbero opportuni per migliorare situazione e prospettive del mondo del lavoro?
“Non lo so. Ci vuole un'intelligenza strategica che non posseggo. E' chiaro che servono gli investimenti: nella scuola, nella ricerca, nell'innovazione; ma come trasformare questa agenda generale in una sequela di investimenti che promuovano le imprese e anche il lavoro autonomo proprio non ne ho idea. Comunque, è ridicolo farne una questione di rivalità tra pubblico e privato.
Chi ha più responsabilità della nostra situazione occupazionale? Gli imprenditori, i sindacati o i politici?
“C'è stata una deriva, a prescindere dagli attori. Quando andava tutto bene, non si è pensato al futuro, ai possibili imprevisti, a prepararsi a condizioni diverse, a costruire un'economia e condizioni sociali più eque e più rispettose dell'uomo e della natura, come spiega molto meglio Papa Francesco”.