I fondi Pir arrivati a gestire 17 miliardi

A causa del Covid, anche il 2020 si conferma un anno di transizione per i Pir (piani individuali di risparmio). “La pandemia ha innescato una crisi sistemica che ha colpito anche la raccolta di questo strumento, sostanzialmente piatta nei primi sei mesi dell’anno” ha osservato Riccardo Morassut, research analyst dell’ufficio studi di Assogestioni, in occasione della presentazione dell’Osservatorio Pir. Il report semestrale, infatti, mostra che a fine giugno 2020 il sistema dei 72 fondi Pir conta masse in gestione per 17 miliardi, pari a circa il 2% del mercato totale dei fondi dei fondi aperti.
Ampiamente superate le soglie di investimento indicate dalla normativa che ha introdotto i Pir 3.0 con l’obiettivo di convogliare nelle pmi una parte del risparmio italiano – asset portante del Paese – in modo da creare un ponte di collegamento stabile tra risparmio privato e tessuto produttivo italiano composto dalle piccole e medie imprese non quotate. Il limite del 70% previsto dalla normativa 2020 per il patrimonio del Pir – che deve investire in strumenti finanziari emessi da imprese italiane o europee ma con stabile organizzazione in Italia e senza limiti nella capitalizzazione della società – viene ampiamente superato. “I Pir investono per l’81% in strumenti, sia bond sia equity, emessi da imprese italiane”. Superati anche i sotto-limiti. “Quello del 25% fuori dal Ftse Mib è doppiato – ha spiegato Morassut - Siamo al 50% con circa 6 miliardi investiti. Mentre il limite del 5% di ammontare investito in società di medio-piccola capitalizzazione diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib e Ftse Mid – quindi small cap e Aim e tutto il mondo non quotato – è pari al 15%, il triplo rispetto alle previsioni di legge”.
Dei 16,7 miliardi investiti in Pir, 7,7 sono in azioni di imprese italiane, 5,8 in obbligazioni corporate italiane e i restanti 3,2 miliardi sono ripartiti in cash, titoli di Stato o titoli esteri.
Prosegue Morassut: “Gli investimenti dei Pir in small cap contano per 400 milioni, mentre 240 milioni sono gli afflussi verso l’Aim. Mentre per quanto riguarda le obbligazioni corporate “sono quasi quattro miliardi le obbligazioni emesse da società quotate nel Ftse Mib. Tiene comunque il mid cap, con quasi un miliardo. Interessante anche il miliardo di bond emessi da società non quotate”, mentre sono di fatto “assenti” i bond emessi in small cap e Aim.
Tra i settori azionari che beneficiano maggiormente degli investimenti dei Pir si segnalano gli industriali, con il 42% dello stock di equity investito in Aim e il 25% di quello impiegato in small cap, mentre l’investimento in equity del Ftse Mib “dipende anche dalla composizione dell’indice, dunque si concentra maggiormente sulla parte dei servizi finanziari, in particolare banche e assicurazioni, al 35%”. Bene anche i tecnologici, che pesano per il 20% degli investimenti in small cap e per circa il 10% di quelli in Aim.
Un grande impulso allo sviluppo dell’Aim viene dai Pir: l’azienda media quotata sull’Aim in cui investono i Pir ha 48 milioni di fatturato e 170 dipendenti, quindi di fatto rientra a pieno nella definizione di Pmi. Non solo: nel 2019, anno in cui i Pir sono stati fermi in termini di raccolta, hanno comunque investito circa 30 milioni nelle società che sono approdate sul listino con una Ipo.
In chiusura, il report si sofferma sull’anagrafica dei sottoscrittori di Pir, che a fine dicembre 2019 sono 930mila. “Sono un’ po’ calati rispetto al milione di due anni fa, a causa di disinvestimenti e uscite. Restiamo comunque abbondantemente sopra le stime del governo, che erano di 240mila sottoscrittori in tre anni”, ha detto Morassut.
L’investimento medio complessivo è di 16mila euro, in crescita rispetto agli anni precedenti.  “I Pir rappresentano un investimento a cui possono accedere tutti i sottoscrittori di fondi per aggiungere un tassello nel loro portafoglio come attività di diversificazione e partecipare all’investimento nell’economia reale del Paese anche con importi piccoli”, ha concluso Morassut.