Oltre 21.000 le imprese del Nord Ovest che rischiano di diventare vittime di usurai

Sono poco meno di 240mila le imprese italiane che, secondo la definizione della normativa europea, presentano esposizioni bancarie deteriorate. In altre parole, aziende e partite Iva che risultano essere “schedate” dalla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia come insolventi. Una classificazione che, di fatto, pregiudica, per legge, a questi soggetti economici di accedere ad alcun prestito erogato dalle banche e dalle società finanziarie. Una condizione che, ovviamente, non consente di avvalersi nemmeno delle misure agevolate messe in campo recentemente dal Governo con il cosiddetto “decreto Liquidità”. “Non potendo ricorrere a nessun intermediario finanziario – dichiara Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre – queste pmi, strutturalmente a corto di liquidità e in grosse difficoltà finanziarie, in questo periodo di carenza di credito rischiano molto più delle altre di scivolare tra le braccia degli strozzini”.

Nelle tre regioni del Nord Ovest, le imprese affidate con sofferenze sono oltre 21.000, delle quali 16.158 in Piemonte, 4.809 in Liguria e 334 in Valle d'Aosta.

Per evitare che le imprese più in difficoltà finiscano nelle grinfie degli strozzini, secondo la Cgia “è necessario incentivare il ricorso al “Fondo per la prevenzione” dell’usura. Uno strumento attivo da decenni, ma poco utilizzato, anche perché sconosciuto ai più e, conseguentemente, con scarse risorse economiche a disposizione”. Il “Fondo di prevenzione” dell’usura consente agli operatori economici a “rischio” finanziario di accedere a canali di finanziamento legali e dall’altro aiuta le vittime dell’usura che, non svolgendo un’attività di impresa, non hanno diritto ad alcun prestito da parte del “Fondo di solidarietà”. Il “Fondo di prevenzione” prevede due tipi di contribuzione: la prima è destinata ai Confidi, a garanzia dei finanziamenti concessi dalle banche alle attività economiche; la seconda è riconosciuta alle fondazioni o alle associazioni contro l’usura che sono riconosciute dal Mef. Entrambe consentono alle persone in grave difficoltà economica (lavoratori dipendenti e pensionati) di accedere al credito in sicurezza. Dal 1998 al 2018, ai Confidi e alle Fondazioni anti usura lo Stato ha erogato 620 milioni di euro, di cui 430 ai primi e 190 ai secondi. Tali risorse hanno garantito finanziamenti per un importo complessivo pari a circa 2 miliardi di euro. Nel 2018 ai due enti erogatori (Confidi e Fondazioni) sono stati assegnati 19,8 milioni di euro (contro i 26,8 erogati l’anno prima). A imprese e cittadini, invece, grazie a queste garanzie sono stati erogati 67,7 milioni di euro di prestiti.

Numeri, quelli del “Fondo di prevenzione”, risibili rispetto alla preoccupante dimensione che ha raggiunto l’usura nel nostro Paese, che, negli ultimi anni, ha visto diminuire anche il numero delle segnalazioni alle forze dell’ordine. “Con le sole denunce all’Autorità giudiziaria – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – non è possibile dimensionare il fenomeno dell’usura. Le segnalazioni, purtroppo, continuano a essere molto poche. Con la depressione economica in corso, anche le forze dell’ordine hanno denunciato, in più di una occasione, molti segnali di avvicinamento delle organizzazioni criminali al mondo dell’imprenditoria. Questo dimostra che lo Stato deve intervenire con massicce dosi di liquidità, altrimenti molte imprese cadranno prigioniere di questi fuorilegge. Altresì, bisogna cambiare le regole di accesso al credito; se non lo faremo perderemo per strada tantissime imprese”. Negli ultimi 10 anni, infatti, il numero delle denunce per usura ha toccato il suo picco massimo nel 2013 (460). Il dato, poi, è progressivamente sceso toccando il valore minimo nel 2018 (189). Rispetto al 2010, il numero delle denunce registrato nel 2018 (ultimo aggiornamento disponibile) è crollato della metà.

Le scadenze fiscali spesso sono l’ “innesco” che attiva molte aziende a corto di liquidità a “contattare” o a essere “contattate” dalle organizzazioni criminali, che da sempre possono contare su importanti disponibilità di denaro proveniente da attività illegali. E da giovedì scorso fino al prossimo 31 luglio ci troveremo di fronte a un vero e proprio ingorgo fiscale. A seguito dello slittamento delle scadenze avvenuto nei mesi scorsi a causa del Covid, salvo cambiamenti dell’ultima ora, saranno ben 246 le scadenze fiscali (Irpef, Irap, Ires, Iva, ritenute e contributi Inps) che le aziende saranno chiamate a rispettare. Di queste, il 93,5% riguarda versamenti.

Al 31 marzo di quest’anno, il maggior numero di imprese con sofferenze era localizzato al Sud. In totale erano 80.500, contro le 59.659 del Centro, le 57.325 del Nord Ovest e le 39.369 del Nord Est. A livello regionale è la Lombardia a guidare la graduatoria con 36.024 imprese in sofferenza. Seguono il Lazio con 24.328 e la Campania con 21.762. A livello provinciale, invece, la situazione più critica si presenta a Roma con 18.041 imprese in difficoltà a restituire i prestiti contratti. Seguono Milano con 13.240, Napoli con 11.004 e Torino con 8.328. Ed ecco i dati delle altre province del Nord Ovest: Genova 2.640, Alessandria 2.114, Cuneo 1.932, Novara 1.287, Savona 895, Asti 843, La Spezia 692, Vercelli 666, Imperia 582, Biella 570, Verbania 418. Quest'ultima e Aosta sono il fanalino di coda nazionale.