Il quadro fosco dell'economia che emerge dalla nuova indagine della Banca d'Italia

Nel secondo trimestre del 2020 la quota di imprese che ha segnalato un peggioramento della situazione economica generale rispetto al trimestre precedente è aumentata, quasi al 90% in tutte le aree geografiche. Il dato emerge dalla nuova indagine della Banca d'Italia (era 82% nella precedente). Le aziende attribuiscono una probabilità nulla al miglioramento della situazione economica generale nei prossimi tre mesi nel 38% dei casi, una percentuale ancora elevata, ma più bassa dello scorso trimestre, quando era al 70% (massimo storico). Il saldo fra le attese di miglioramento e quelle di peggioramento delle proprie condizioni operative nel breve termine è rimasto fortemente negativo, pur attenuandosi (-34 punti).

I giudizi sull’andamento della domanda totale negli ultimi tre mesi sono peggiorati. Il deterioramento è stato più accentuato per la domanda estera. L’attività delle imprese ha risentito delle chiusure disposte in conseguenza dell’epidemia. Secondo le risposte fornite nell’indagine, nell’industria in senso stretto e nei servizi circa il 75% delle aziende ha continuato a operare (apertura per decreto 43%, in deroga 19% o in telelavoro 13%); mentre la percentuale scende al 64% nel settore delle costruzioni.

Le attese sull’evoluzione della domanda nel prossimo trimestre sono migliorate rispetto alla precedente rilevazione, benchè il loro saldo sia ancora negativo per il complesso dell’industria in senso stretto e dei servizi. In media, le aziende dei servizi e dell’industria in senso stretto, il cui fatturato si è ridotto rispetto a prima dell’epidemia, si attendono che la propria attività ritorni ai livelli precedenti la crisi sanitaria in circa 10 e 9 mesi, rispettivamente. Poco più di un quinto delle imprese segnala invece livelli di attività già uguali o superiori. Solo il 3% delle aziende ritiene di non poter più tornare a livelli di fatturato pari a quelli precedenti la diffusione del Covid-19. Nelle costruzioni il recupero completo dell’attività è previsto in 8 mesi e circa il 30% delle aziende indica già livelli di attività uguali o superiori a quelli prevalenti prima dell’epidemia.

Gli effetti della pandemia si stanno manifestando principalmente sull’andamento della domanda (sia interna sia estera); preoccupazioni minori suscitano l’approvvigionamento delle materie prime, la disponibilità di forza lavoro e l’incremento dei costi degli input acquistati in Italia o all’estero. Durante i mesi di restrizioni imposte per contenere la diffusione dell’epidemia, il 72% delle imprese ha fatto ricorso alla modalità di smart-working, il 71% ha utilizzato la Cassa integrazione guadagni o forme di integrazione salariale simili. Una quota minore di imprese ha introdotto altre politiche di riduzione temporanea dei costi del lavoro o di riduzione dell’orario di lavoro. Il saldo fra la quota di aziende che intendono incrementare l’occupazione nel prossimo trimestre e quelle che prevedono di ridurla, già negativo, è ulteriormente diminuito nell’industria in senso stretto e nei servizi; mentre è aumentato, tornando positivo, nel settore delle costruzioni.

Il saldo fra i giudizi di miglioramento e di peggioramento delle condizioni per investire è rimasto fortemente negativo. Le previsioni delle imprese sulla spesa per investimenti prefigurano una ulteriore riduzione dell’accumulazione nel secondo semestre: il saldo tra le attese di aumento e di diminuzione è negativo in tutti i settori, ma di entità inferiore a quello rilevato nella scorsa indagine per il primo semestre. I giudizi delle imprese indicano che le condizioni di accesso al credito sono solo lievemente peggiorate nel secondo trimestre rispetto al precedente. In merito alle misure di supporto alla liquidità introdotte dai recenti decreti governativi, il 47% delle imprese ha avanzato richiesta di liquidità, che è stata accordata a circa il 70% di esse, in forma totale o parziale.