Ecco quante vite ha salvato il lockdown

di Luca Paolazzi*

Ne è valsa la pena? Dalla società e dal mondo politico arrivano sempre più frequenti segnali d’insofferenza, se non di vera e propria rabbia, contro le politiche di distanziamento fisico introdotte per bloccare l’epidemia del Covid-19. In Italia e fuori. Le sofferenze psicologiche e i danni economici – è difficile stabilire quali siano maggiori, ma sappiamo che sono legati a doppio filo – rendono comprensibili questi sentimenti. Tuttavia, rischiano di essere strumentalizzati da chi, per interessi elettoralistici o produttivi, sostiene che alla fine i contagi sono stati pochi e anche le morti, pur se dolorose. E se questi sentimenti montassero, l’esito per la società non potrebbe essere fausto. La rabbia di massa non è mai una buona consigliera.

Allora bisogna riproporre la domanda: ne è valsa la pena? Due mesi e mezzo fa, nel pieno del lockdown, si è risposto affermativamente. Una risposta che si basava sulle stime di quanti morti ci sarebbero stati se si fosse lasciata correre l’epidemia. Stime adattate al caso italiano sulla base delle opportune analisi e spiegazioni di Tomàs Pueyo (Why You Must Act Now). Erano, in realtà, previsioni su quel che sarebbe potuto succedere in Italia senza quelle, pur costosissime, misure di contenimento. Previsioni fragili. Quindi, chiunque oggi potrebbe sostenere il contrario e affermare che, alla luce dei numeri molto più contenuti di contagi e decessi, quelle previsioni erano sbagliate e il lockdown una risposta sciagurata. Dunque, non ne sarebbe valsa la pena.

Ma è una conclusione clamorosamente sbagliata. Uno studio da poco apparso su Nature dimostra che in Italia abbiamo evitato circa 2,1 milioni di ammalati confermati, contro gli attuali 235mila. E lo fa sulla base di una meticolosa verifica dell’efficacia nel contenimento dell’epidemia di tutti i provvedimenti adottati, a livello nazionale e locale. Si tratta, in tutto, di 1.717 misure di distanziamento fisico prese in sei nazioni: Usa, Cina, Francia, Iran, Sud Corea e Italia, appunto. Per ciascuna misura si sono valutati gli impatti sul contagio, trovando che, per esempio, la chiusura delle scuole non è stata molto utile (mentre, aggiungiamo noi, ha provocato un danno enorme sugli alunni, specie sui più giovani).

Con alcune tecniche econometriche, gli autori hanno poi valutato cosa sarebbe successo se quelle misure non fossero state adottate. Il bilancio è il seguente: 2,1 milioni di casi accertati con i tamponi in Italia; 37 milioni di casi in Cina, contro gli 83mila dichiarati; 11,5 in Sud Corea (meno di 12mila oggi); 4,9 in Iran (174mila); 280mila in Francia (154mila); e 4,8 negli Usa (2 milioni). Le stime si riferiscono a fine marzo, primi di aprile.

Non viene fatto il conto dei morti. Ma se si applica il tasso di mortalità valutato in Cina (di poco inferiore all’1% sull’intera popolazione ammalata), in Italia si arriva a mezzo milione di decessi, rispetto ai 34mila dichiarati finora e ai 40-50mila reali. L’1% va applicato a tutti gli ammalati, non solo a quelli acclarati e, secondo gli autori dello studio, in Italia, senza la chiusura, sarebbero stati 49,4 milioni. Un divario enorme: sono state salvate nove vite su dieci.

Questo vuol dire che dovremo andare avanti così? Con distanziamento fisico elevato? Con rischi di nuove chiusure? No. Come si è argomentato su Firstonline, ora conosciamo il nemico, abbiamo messo a punto alcune terapie, sappiamo come trattare i casi, interveniamo prima e in modo più mirato. Possiamo convivere con più serenità con il virus e ritrovare fiducia nel futuro. Una fiducia che non arriverebbe se si continuasse a soffiare sul fuoco della rabbia contro le sacrosante misure prese da questo e da altri governi in altri Paesi. Chi non l’ha fatto, come la Svezia, sta vivendo momenti drammatici con un’impennata dei casi e si trova oggi come noi a febbraio.

* Economista, partner a Ref Ricerche e advisor di Ceresio investors. Dall'ottobre 2007 al febbraio 2018 ha diretto il Centro Studi Confindustria. Dal settembre 1986 al settembre 2007 ha lavorato a Il Sole 24 Ore, arrivando a coordinare gli editoriali. Dal marzo 1984 all'agosto 1986 è stato economista all'Ufficio studi Fiat. Autore di numerose pubblicazioni di economia, ha vinto i premi Q8, Brizio e Lingotto per il giornalismo economico.  (PER GENTILE CONCESSIONE DI FIRSTONLINE)

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