Come la finanza ora può aiutare a vincere le sfide ambientali e le nuove pandemie

di Marina Bosio

La crescente frequenza di epidemie è legata ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità. Le nuove tecnologie offrono speranza nella ricerca di contromisure; ma anche la protezione del mondo naturale è necessaria. In questo scenario la finanza può svolgere un ruolo-chiave.

Sono molti gli articoli di carattere scientifico che condividono la tesi che il contagio non sia che un sintomo del Covid-19, mentre l'infezione si trovi nell'ecologia. Lo sostiene il World Economic Forum ma anche Paolo Giordano nel libretto "Nel contagio", pubblicato dal Corriere della Sera.

L'aggressività umana verso l'ambiente rende sempre più probabile il contatto con patogeni e universi macrobiotici ancora del tutto sconosciuti alla scienza. Ne sono esempi la deforestazione, che avvicina l'uomo ad un habitat che non ne prevedeva la presenza, oppure gli allevamenti intensivi, dove prolifera letteralmente di tutto; ma anche l'estinzione di molte specie animali costringe i batteri che vivevano nei loro intestini a trasferirsi altrove.

I virus sono, infatti, tra i tanti profughi della distruzione ambientale. “Se riuscissimo a mettere da parte un po' di egocentrismo, ci accorgeremmo - scrive Giordano - che non sono tanto i nuovi microbi a cercarci quanto noi a stanare loro”.

Chi di noi può sapere cosa hanno liberato nell'aria gli incendi dell'estate scorsa in Amazzonia? Chi è in grado di prevedere cosa verrà dall'ecatombe più recente di animali in Australia? Microrganismi mai censiti dalla scienza potrebbero avere bisogno di una nuova patria, e quale terra migliore degli essere umani, che sono tanti e ovunque?

Siamo oltre sette miliardi di persone, decisamente troppi per questo ecosistema, che ci ostiniamo a sfruttare e occorre prendere in considerazione anche il fatto che il bisogno crescente di cibo induce milioni di persone a mangiare selvaggina a rischio, tra cui i pipistrelli,che sono malauguratamente anche serbatoi di Ebola.

Non è un caso se la frequenza dei focolai di malattie sia aumentata costantemente, colpendo tutti i Paesi del mondo. Un certo numero di tendenze ha contribuito a questo aumento, inclusi l'aumento di viaggi globali, commercio, connettività e vita ad alta densità, ma sono proprio i collegamenti con i cambiamenti climatici e la biodiversità i più sorprendenti.

Ritornando alla deforestazione, essa è cresciuta di continuo negli ultimi due decenni ed è collegata al 31% dei focolai come l'Ebola e i virus Zika e Nipah. La deforestazione spinge gli animali selvatici fuori dai loro habitat naturali e si avvicina alle popolazioni umane, creando una maggiore opportunità per le malattie zoonotiche, cioè le malattie che si diffondono dagli animali agli umani. Più in generale, i cambiamenti climatici (alluvioni, siccità, ecc.) hanno alterato e accelerato i modelli di trasmissione di malattie infettive come la Zika, la malaria e la febbre dengue e hanno provocato lo sfollamento umano.

La migrazione di grandi gruppi verso nuove località, spesso in condizioni sfavorevoli, aumentano la vulnerabilità delle popolazioni sfollate a malattie come il morbillo, la malaria, la diarrea e le infezioni respiratorie acute.

Il tempo della quarantena è una grande occasione per riflettere che non siamo i padroni del mondo ma parte di un fragile e superbo ecosistema, che dobbiamo tutelare. Come?

Ed è qui che scendono in campo gli investimenti sostenibili e responsabili, ossia che incorporano i fattori ambientali, sociali e di buon governo (“environmental”, “social” and “governance”, o “Esg”), che, per fortuna, sono in rapida crescita.Ne sono previsti per 53.000 miliardi di dollari nei prossimi anni. 

Negli ultimi decenni, infatti, sta sempre più aumentando sia l’offerta di prodotti sostenibili che la domanda e l’interesse per tali prodotti, da parte di investitori istituzionali e di risparmiatori privati. Per questi ultimi, investire secondo questi criteri spesso significa fare delle scelte coerenti non solo con i propri obiettivi di rendimento-rischio, ma anche con i propri valori e le proprie convinzioni morali.

Nel 1987 la Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite ha redatto un documento, il rapporto Brundtland, in base al quale “lo sviluppo sostenibile” viene definito come “quello sviluppo che consente la soddisfazione dei bisogni economici, ambientali e sociali delle attuali generazioni, senza compromettere lo sviluppo delle generazioni future”.

Smpre più spesso, investire in società “sostenibili” può voler dire anche scegliere società con caratteristiche molto innovative. L’innovazione di modello di business, modalità di produzione, di prodotti si riscontra spesso in società che rientrano negli screening di tipo Esg, che perciò può significare anche una forte spinta verso l’innovazione e il cambiamento.

Mentre prima del 2011 erano i rischi economici a essere i più temuti, negli ultimi anni sono stati i rischi ambientali quelli reputati più importanti e con maggiore probabilità di accadimento. In effetti, tre dei rischi ambientali esaminati si sono posizionati al vertice della classifica rischi 2018: eventi climatici estremi; disastri naturali; fallimento delle misure di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici. In aggiunta, anche i rischi di tipo “sociale”, come le migrazioni e le crisi idriche, hanno un’elevata importanza.

La Finanza sta rispondendo ai rischi legati al «Climate Change» attraverso prodotti finanziari sostenibili. L’industria finanziaria può infatti ricoprire un ruolo importante nel cercare di contrastare, o comunque mitigare, le gravi conseguenze negative legate all’impatto dei cambiamenti climatici e alle problematiche ambientali, anche di tipo sanitario e economico-finanziario, come quelle che stiamo vivendo oggi. È una sfida complessa che richiede la collaborazione di governi, società, aziende, investitori e asset manager.

Più nel dettaglio, i principali tipi di strategie di investimento sostenibile, a volte sovrapponibili, possono essere classificabili come segue: Selezione negativa/esclusione (prevede l’esclusione dal fondo o dal portafoglio di certi settori, aziende o aree operative sulla base di criteri specifici di Esg, per esempio, armi, alcolici, tabacco, gioco d’azzardo, intrattenimento per adulti, energia nucleare e Ogm); Selezione positiva/ best in class (approccio che mira a selezionare le «migliori aziende», da un punto di vista Esg, all’interno di un determinato settore).

Inoltre: Selezione su base normativa (selezione degli investimenti sulla base del rispetto di norme e standard internazionali, fra i più utilizzati sono quelli definiti in sede Ocse, Onu o dalle sue Agenzie); Investimenti in temi o attività specificamente concentrati sulla sostenibilità (ad esempio, energia pulita, riduzione delle emissioni inquinanti, trattamento delle acque, tecnologie e agricoltura sostenibili); Impact/community investing (investimenti in imprese, organizzazioni o fondi con l’intenzione di realizzare un impatto ambientale positivo, insieme a un ritorno finanziario. Ne sono esempi le energie rinnovabili, gli investimenti in microfinanza e in social housing, investimenti “comunitari”, in cui il capitale è specificamente diretto a favorire individui o comunità marginali).

Ancora: Integrazione Esg (l’inclusione sistematica ed esplicita di fattori Esg da parte dei gestori di fondi nell’analisi finanziaria degli investimenti); Corporate engagement e attivismo azionario (uso dei propri diritti di azionisti con l’obiettivo di influenzare e modificare i comportamenti aziendali, attraverso un dialogo diretto con il management dell’azienda e l’esercizio del diritto di voto).

In aggiunta alle soluzioni offerte dagli asset manager, anche gli investitori possono contribuire a fermare il cambiamento climatico. Detenere risorse comporta anche averne la responsabilità: gli investitori, che virtualmente possiedono tutte le risorse e gli attivi produttivi, hanno il dovere di evitare di arrecare danni mentre ricercano il proprio guadagno. Possono ricoprire un ruolo chiave incoraggiando le aziende ad affrontare i rischi attraverso politiche di engagement e rafforzare tali azioni attraverso il proprio sostegno a iniziative collettive internazionali legate alla lotta contro il cambiamento climatico.

Una delle modalità per migliorare la situazione è ricordare il concetto di “economia circolare”, che negli anni del consumismo spinto sembrava essere stato completamente dimenticato, ma che, invece, è molto coerente con gli obiettivi di mitigazione dei rischi ambientali. Oggi il modello economico di tipo «lineare», basato sul «prendere, fare, aver la disponibilità o la proprietà» di una grossa quantità di materiali ed energia venduti a prezzi bassi, sta raggiungendo un limite fisico, principalmente a causa del fatto che questo modello crea altissime quantità di «rifiuti».

L'economia circolare o del riciclo, invece, è «pensata per rigenerarsi da sola» e «mantenere l’utilità di prodotti, materiali e componenti» più a lungo nel tempo, ottimizzando il rendimento delle risorse e riducendo o eliminando le «esternalità negative».

Modelli circolari sono quelli caratteristici dei «sistemi viventi»; per avvicinarsi a tali modelli, sarebbe necessario ripensare a come progettare molti prodotti, allungandone il ciclo di vita e rendendone più facile il riutilizzo (come, ad esempio, la Share Economy, il Car Sharing, il riciclo di rifiuti e altri beni, le energie rinnovabili).