La burocrazia tiene bloccati 115 miliardi tra debiti coi fornitori e opere pubbliche

Il nuovo ponte di Genova progettato da Renzo Piano
Tra i debiti commerciali non ancora onorati (53 miliardi di euro) e la mancata apertura di tantissimi cantieri relativi a infrastrutture strategiche e a opere pubbliche minori (per un valore di 62 miliardi), la nostra Pubblica amministrazione (Pa) blocca complessivamente 115 miliardi di spesa, che sarebbero indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione economica. La denuncia è sollevata dalla Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre.
“Mentre aspettiamo che i 27 Paesi della Ue trovino un accordo per consentire l’utilizzo dei coronabond – afferma Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia– sarebbe opportuno che la nostra Pa pagasse i propri fornitori e avviasse le tante opere pubbliche che, ironia della sorte, sono, in buona parte, quasi tutte finanziate. Se sbloccate, queste misure darebbero una prima importante iniezione di liquidità al sistema economico del Paese,;invece, la cattiva burocrazia e il malfunzionamento della macchina pubblica continuano a rappresentare un problema molto serio, quanto la rovinosa caduta che l’economia italiana si appresta a subire nei prossimi mesi”.
Mai come in questo momento, infatti, le famiglie e le imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, avrebbero bisogno di liquidità e nonostante le misure messe in campo dal Governo si continua a non affrontare il cuore del problema.
“Le piccolissime imprese – sottolinea il segretario Renato Mason - spesso si appoggiano alle banche del territorio, che, indicativamente, hanno poche risorse e quindi mi aspetto che anche nei prossimi mesi saranno più severe nel valutare le garanzie per concedere i finanziamenti. Per questo andrebbero cambiate le regole europee, introducendo il principio di proporzionalità. Ovvero, non si possono seguire gli stessi criteri di valutazione, lo stesso rating, per imprenditorialità diverse. I lavoratori autonomi, ad esempio, non possono essere valutati come le imprese strutturate o le grandi società di capitali. La richiesta di garanzie andrebbe modulata in base alla dimensione dell’impresa. Invece, tutti sono trattati allo stesso modo, con il risultato che a subire il credit crunch sono in particolar modo i piccoli. E il combinato disposto tra mancati pagamenti della Pa e poco credito erogato dalle banche alle piccole imprese rischia di far chiudere definitivamente tantissime attività”.
A dire che i debiti della Pa sono di 53 miliardi è la Banca d’Italia, mentre è l'Ance, l'associazione nazionale dei costruttori a sostenere che ammonta a 62 miliardi il valore delle quasi 750 opere pubbliche ferme. Oltre a scuole, strade, ospedali ci sono anche una trentina di grandi opere infrastrutturali strategiche, la quasi totalità già finanziate, che non decollano a causa degli intoppi burocratici relativi alle procedure amministrativo-progettuali richieste, alle guerre giudiziarie in atto tra le imprese o a seguito del tira e molla in corso tra la politica centrale e quella locale.
Se da un lato questa situazione di impasse non consente l’ ammodernamento del Paese, dall’altro non dà alcun contributo alla crescita della domanda interna, che, mai come in questo momento, dovrebbe essere supportata.
Alcune di queste infrastrutture strategiche ancora ferme sono: Tav Torino-Lione (8,6 miliardi di euro); Tav Messina-Catania-Palermo (8 miliardi); Gronda di Genova (5 miliardi); Av Verona-Padova (4,9 miliardi); Terza corsia A11 Firenze-Pistoia (3 miliardi); Autostrada Roma-Latina (2,8 miliardi); Autostrada Pedemontana Lombarda (2 miliardi); Tav Napoli-Bari lotto Irpinia-Orsara/tratta Orsara Bovino (2 miliardi); Autostrada regionale Cispadana (1,3 miliardi).
L’auspicio, concludono dalla Cgia, è che il “modello Genova” - adottato per la costruzione del ponte sopra il Polcevera, progettato da Renzo Piano – venga esteso a tutte le principali grandi opere già finanziate ma non ancora avviate, attraverso la tanto agognata nomina dei commissari.