Economia, ecco le sei ragioni per le quali la ripartenza sarà a J rovesciata, se va bene

di Luca Paolazzi*
C’era una volta l’ardua scelta. Gli inglesi lo chiamano asetticamente trade-off. Ma come fai a rimanere indifferente se devi decidere chi o cosa salvare? Le vite umane o l’economia, il presente o il futuro? Fino a qualche giorno fa. tutti pensavano che si dovesse decidere tra le une e l’altra. Da qui il tergiversare, il temporeggiare, il piroettare linguistico, l’affidarsi alla coscienza dei singoli, al senso civico, per chiudere senza ordinare la chiusura, azzerare i contatti sociali ma andare a produrre. Che cosa e per chi, poi?
Ora è chiaro: salvare le vite umane viene prima di tutto. E va insieme con il salvare l’economia. Prima anticipiamo la dolorosa decisione di ordinare la chiusura totale e imporre il tutti a casa, con l’esercito a farci obbedire, se necessario, più vite salviamo e più economia salviamo. E finalmente i la regione Lombardia prima e il Governo dopo si sono mossi, ordinando la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali.
Come mai? Semplice: uno a uno i settori stanno comunque spegnendosi, ma è una lenta agonia. E chi ha dovuto chiudere per primo, per dettato di legge giuridica o di ferrea legge economica (comunque sia dura lex sed lex), soffre di più e più si avvicina al baratro del fallimento. Pensiamo agli alberghi e alle compagnie aeree, solo per citarne due di una lunga e buia lista.
Mentre se decretiamo la chiusura immediata, come ha fatto la Cina e come è stato deciso anche da noi, di ogni attività, accorciamo il tempo della ferma e avviciniamo il momento della ripartenza. Che, diciamolo con sincerità, non sarà a «V», una discesa ardita e una risalita, e nemmeno a «U», che tra la fase discendente e quella ascendente mette una pausa di riflessione. Se va bene sarà a «J» rovesciata, dove il recupero risulterà parziale e graduale.
Perché? Per sei ragioni, come spiega l’ultima newsletter di Ceresio investors: 1. le persone non si fideranno di ricominciare subito l’esistenza che conducevano prima (e se per caso fosse rimasto un solo coronavirus in giro e infettasse proprio me?); 2. le misure restrittive verranno allentate gradualmente (per vedere l’effetto che fa); 3. i movimenti internazionali delle persone rimarranno limitati, per evitare di importare nuovamente l’epidemia; 4. le fabbriche riapriranno lentamente, in funzione dei semilavorati disponibili e degli ordini in arrivo; 5. la attuale diminuzione di reddito è così forte che intacca le future possibilità di spesa; 6. il crollo delle borse costringerà a essere parsimoniosi per ricostituire il risparmio perduto.
Così è, piaccia o meno. L’importante è evitare una «L»: depressione dopo recessione. E questo è il fine delle politiche economiche che sono varate e continuamente aggiustate al bisogno.
Non è, purtroppo, un reculer pour mieux sauter, un prendere la rincorsa per spiccare un salto più alto. Ora che vita umana e vita economica sono completamente riconciliate, chiudere tutto e chiudere subito è sacrosanto.
*Luca Paolazzi è Economista partner a Ref Ricerche. Dall'ottobre 2007 al febbraio 2018 ha diretto il Centro Studi Confindustria. Dal settembre 1986 al settembre 2007 ha lavorato a Il Sole 24 Ore, arrivando a coordinare gli editoriali. Dal marzo 1984 all'agosto 1986 è stato economista all'Ufficio studi Fiat. Autore di numerose pubblicazioni di economia, ha vinto i premi Q8, Brizio e Lingotto per il giornalismo economico.

Ps: Questo articolo viene pubblicato per gentile concessione di Firstonline, l'autorevole e prestigioso giornale web di economia e finanza fondato e guidato da Ernesto Auci e Franco Locatelli.

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