Come le donne sono penalizzate sul lavoro Nuova radiografia Istat sul gap di genere

In questo periodo fortemente segnato dalla crisi economica, il gap di genere (maschile/femminile) nei tassi di occupazione è diminuito di 6,3 punti percentuali. Si tratta di una riduzione dello stesso ordine di grandezza di quella già registrata nel periodo tra il 1994 e il 2007. Le ragioni che sottendono questa medesima dinamica sono però diverse: mentre allora la riduzione del gap è stata frutto della crescita dell’occupazione femminile, nel periodo 2007 al 2019 vi ha contribuito non poco il calo dell’occupazione maschile. In sostanza, le donne hanno retto meglio all’impatto della crisi da un punto di vista quantitativo, hanno perso meno occupazione e l’hanno recuperata prima. In questo processo di riassestamento non tutte le generazioni di donne si sono trovate nella stessa situazione. Dall’inizio della crisi le ultracinquantenni hanno visto crescere il loro tasso di occupazione di oltre 20 punti percentuali (dal 23% del 2007 al 44,6% del 2019), perché permangono più a lungo nel mercato del lavoro, dato anche l’elevamento dell’età pensionabile; le 25-34enni sono, invece, ancora quasi cinque punti percentuali sotto i livelli pre-crisi. I loro coetanei maschi hanno visto scendere il tasso di occupazione di circa 10,5 punti (da 81,0% al 70,4%). Inoltre, le stime dell'Istat mettono in luce come il recupero e il superamento dei livelli pre-crisi abbia interessato sostanzialmente solo le laureate. Le analisi – declinate per genere – sui livelli di istruzione raggiunti e la successiva transizione scuola-lavoro, ben rappresentano lo scarso utilizzo del capitale umano in Italia, particolarmente marcato per la componente femminile. Le giovani donne hanno livelli di istruzione più elevati rispetto ai loro pari uomini; tuttavia si registrano grandi differenziali, a loro sfavore, nei tassi di occupazione all’uscita dagli studi.
L’indagine sull’inserimento professionale dei laureati mostra come per le donne sia più complesso trovare una collocazione sul mercato del lavoro adeguata al percorso di istruzione seguito. Le laureate di primo livello, occupate a quattro anni dal conseguimento del titolo, svolgono una professione consona al loro livello di istruzione nel 67% dei casi. Nel caso dei laureati di primo livello la stessa percentuale supera il 79%.
Le professioni impiegatizie e quelle addette alle vendite e ai servizi rappresentano lo sbocco per il 31,4% delle laureate di primo livello che lavorano, quasi il doppio della stessa percentuale relativa ai laureati.
La distribuzione per professione è invece più bilanciata nel caso dei laureati di secondo livello, per i quali si considera adeguata una professione dirigenziale, imprenditoriale o di elevata specializzazione: in questo caso le giovani laureate distano meno di due punti percentuali dai colleghi di sesso maschile.
Esiste anche per i laureati un divario di genere nel livello di reddito netto mensile a tre anni da conseguimento del titolo e si quantifica in 233 euro nel caso dei laureati di primo livello e in 275 euro per quelli di secondo livello; su tale differenza influisce la diversa incidenza di lavoro part-time, che riguarda una quota di laureate pari a più del doppio dei laureati (33,5% nel caso delle laureate di primo livello e 25,2% nel caso delle laureate di secondo livello). Se calcolato sui lavoratori a tempo pieno, il divario retributivo si dimezza nel caso dei laureati di primo livello e si riduce a 217 euro nel caso dei laureati di secondo livello.
Le lavoratrici dipendenti sono aumentate dal 2008 al 2018, sia quelle a tempo indeterminato (+370 mila) che quelle a tempo determinato (+273 mila). Le lavoratrici indipendenti, invece, sono diminuite di 137 mila unità. Il calo deriva dal dimezzamento delle collaboratrici e dalla diminuzione delle coadiuvanti e delle lavoratrici in proprio senza addetti. Crescono,però, le libere professioniste di circa 100 mila unità. In aumento in particolare avvocate, psicologhe, tecniche della gestione finanziaria, contabili.
La quota di lavoratrici dipendenti che, a prescindere dalla qualifica, dichiarano di coordinare il lavoro di altre persone è pari nel 2018 al 18,4%, una quota in leggera crescita rispetto al 2017 e anche rispetto al 2008. Il gap con gli uomini è di 5,4 punti percentuali.
La crisi economica ha inciso anche sul pubblico impiego: negli ultimi dieci anni, i dipendenti sono diminuiti di circa 200 mila unità (- 6%), calo che ha coinvolto soprattutto gli uomini (-12.3% mentre la diminuzione è stata dell'1% per le donne). 
La Pubblica amministrazione continua a svolgere un ruolo importante nell’innalzamento dei livelli occupazionali delle donne: circa 1/5 delle donne è occupata nella Pa. Il settore pubblico, comunque, non sembra favorire pari opportunità di carriera, per il persistere di stereotipi culturali e rigidità dei contesti organizzativi. Le donne sono ancora sotto-rappresentate nelle posizioni apicali, specie in alcuni comparti. Ma emergono alcuni segnali positivi: per esempio, le donne magistrato in 23 anni sono passate dal 25,8% a oltre il 50%. I progressi più marcati si registrano nei dirigenti apicali degli enti locali, ministeri e scuola, mentre è ancora troppo bassa la quota di donne ambasciatore e primario nella sanità.