Pubblica amministrazione paga in ritardo l'Italia rischia multa Ue da due miliardi

“Dopo la sentenza di condanna emessa il 28 gennaio scorso dalla Corte di giustizia europea nei confronti del nostro Paese, saremo chiamati a pagare una maximulta da 2 miliardi di euro ?” A porsi la domanda è il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, che, stando a quanto hanno dichiarato nei gironi scorsi alcuni autorevoli esperti, i sistematici ritardi nei pagamenti compiuti dalla nostra Pubblica Amministrazione (Pa) potrebbero far scattare una maximulta come quella ricevuta per le quote latte che, finora, ci è costata circa 2 miliardi di euro. Tutto questo , comunque, potrà essere evitato se lo Stato italiano metterà fine, in tempi rapidissimi. a questa cattiva abitudine. Ipotesi difficilmente attuabile, viste le performance realizzate nel 2019.
Anche l'anno scorso, infatti, i ritardi nei pagamenti dello Stato e delle sue articolazioni a livello locale sono stati molto diffusi. Se la Direttiva 2011/7/UE impone, nelle transazioni commerciali tra Pa e imprese termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni (in quest’ultimo caso solo per il settore sanitario), per esempio, il Comune di Napoli ha liquidato i propri fornitori con 395 giorni medi di ritardo; l’Asl Napoli 1 Centro con 161; il Comune di Reggio Calabria con 146, la Regione Basilicata con 83, l’Asl Roma 1 con 72 e il Comune di Roma Capitale con 63.
Nonostante l’obbligo della fatturazione elettronica, lo stock del debito è sconosciuto. Sebbene questa prassi sia partita gradualmente dal luglio del 2017, lo Stato non conosce ancora adesso a quanto ammonta complessivamente il debito contratto da tutte le Amministrazioni pubbliche con i propri fornitori, per il semplice fatto che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo gli enti periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma centrale e con scadenze ben oltre quelle stabilite dalla legge.
Secondo le stime della Banca d’Italia, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pa a fine 2018 sarebbe pari a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento. Recentemente è intervenuta anche la Corte Costituzionale, la quale ha stabilito che le anticipazioni di liquidità ottenute dagli enti locali per onorare le passività pregresse sono prestiti di carattere eccezionale, che devono essere utilizzati per la finalità per cui sono stati erogati e non per migliorare i risultati di bilancio. La sentenza, quindi, chiude definitivamente una controversia sollevata dalla Corte dei Conti nei confronti del Comune di Napoli.
Nel recente passato, infatti, non sono stati pochi i sindaci e anche igGovernatori che hanno utilizzato i prestiti statali sblocca-debiti, erogati dal 2013, per assestare i bilanci di Comuni e Regioni, anziché per liquidare le vecchie fatture dei propri fornitori. Una condotta che la Corte Costituzionale ha finalmente chiarito che non può più essere praticata.
Perché la Pa paga in ritardo ? Le principali cause che hanno dato origine a questa cattiva abitudine tipicamente italiana sono le seguenti: la mancanza di liquidità da parte del committente pubblico; i ritardi intenzionali; l’inefficienza di molte amministrazioni a emettere i certificati di pagamento in tempi ragionevolmente brevi; le contestazioni, che allungano la liquidazione delle fatture.
A queste ragioni ne vanno aggiunte almeno altre due che, tra le altre cose, hanno indotto la Corte di Giustizia europea a condannarci nelle scorse settimane. Sono: la richiesta, spesso avanzata dalla Pa nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture; l’istanza rivolta dall’Amministrazione pubblica al fornitore di accettare, durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge, senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo.

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