La fotografia dell'immigrazione in Europa

L’Osservatorio sulle Migrazioni del Centro Studi Luca d’Agliano e del Collegio Carlo Alberto di Torino ha pubblicato il suo quarto rapporto annuale sull’integrazione economica degli immigrati in Europa, a cura di Tommaso Frattini con Pietro Campa. Le attività dell’Osservatorio sono sostenute dalla Fondazione Compagnia di San Paolo.
Il rapporto mostra come l’agglomerazione e la concentrazione, geografica e occupazionale, abbiano un ruolo centrale nell’influenzare le traiettorie di integrazione dei migranti nell’Ue. La probabilità di essere occupati degli immigrati è, in media, non troppo inferiore rispetto a quella dei nativi, anche grazie alla loro maggiore concentrazione nelle regioni economicamente più dinamiche di ciascun Paese. Tuttavia, gli immigrati tendono ad avere salari significativamente inferiori a quelli dei nativi, in gran parte a causa di una maggiore concentrazione in occupazioni poco qualificate.
Nell’Unione Europea, più di una persona su dieci è un immigrato. Questo rapporto aumenta al 12% nei Paesi Ue15, dove vive la maggior parte dei migranti. Il numero di stranieri nell’Ue è cresciuto di circa cinque milioni tra il 2015 e il 2018 e di circa un milione nell’ultimo anno. Tuttavia, quattro migranti su cinque sono nel loro Paese di residenza attuale da più di cinque anni.
Oltre la metà degli immigrati che vivono nella Ue sono europei, comunitari o extra-comunitari. Quasi un terzo ha un’istruzione universitaria, un terzo un’istruzione secondaria di secondo grado e il rimanente terzo ha completato al massimo una scuola secondaria di primo grado. I livelli di istruzione variano sensibilmente tra Paesi di destinazione, riflettendo significativamente quelli dei nativi: Paesi con percentuali più alte di nativi con istruzione universitaria hanno anche percentuali più alte di immigrati laureati.
Per esempio, in Italia il 14% dei migranti e il 20% dei nativi hanno un’istruzione universitaria, mentre in Irlanda le percentuali salgono rispettivamente al 56% e 44%.
Gli immigrati hanno meno probabilità di essere occupati dei nativi, soprattutto nei Paesi dell’Europa del Nord e dell'Europa centrale. La Gran Bretagna, l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo, dove la probabilità di occupazione degli stranieri è più simile a quella dei nativi, sono tra i Paesi con il minore differenziale nella probabilità di occupazione tra immigrati e nativi. Gli immigrati Ue hanno la stessa probabilità di impiego dei nativi, mentre per quelli provenienti da paesi extra-Ue la probabilità è di 12 punti percentuali inferiore. La probabilità di impiego è più alta per gli immigrati che hanno passato più tempo nel loro Paese di residenza.
Gli stranieri hanno probabilità sensibilmente più alte dei nativi di lavorare in occupazioni a basso reddito e status, e sono invece sotto rappresentati nella fascia media della distribuzione.
Gli immigrati non sono distribuiti uniformemente tra le regioni di ciascun Paese. In media, il 19% degli stranieri dovrebbe cambiare la sua regione di residenza all’interno del Paese in cui risiede affinché la distribuzione regionale diventi uniforme. La distribuzione degli immigrati tra regioni è cambiata negli ultimi 10 anni ed è correlata con indici di successo del mercato del lavoro e di crescita a livello regionale.
Circa il 12% dei migranti nati al di fuori dell’Ue che hanno raggiunto un Paese comunitario negli scorsi anni viveva all’interno dell’Unione Europea già prima di questa ultima migrazione. Le migrazioni in fasi successive (transit migration) sono diffuse soprattutto nei paesi dell’Europa del Nord e dell'Europa centrale. In Francia, Gran Bretagna e Svezia rispettivamente il 13, 15 e il 18% dei migranti extra-comunitari che, in ciascun anno. scelgono quel Paese come loro residenza provengono da altri paesi Ue. La quota corrispondente è del 3% e del 6% in Italia e in Spagna.