"Perché ora conviene investire in azioni" L'analisi dell'economista Luca Paolazzi

Grazie alla gentile concessione, riprendiamo da Firstonline, autorevole e prestigioso giornale web di economia e finanza guidato da Franco Locatelli ed Ernesto Auci, l'articolo di Luca Paolazzi, noto e stimato economista.
di Luca Paolazzi
Luca Paolazzi, economista
Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura”. È scritto nel Levitico. Ma nemmeno la Bibbia arriva a prescrivere al creditore di pagare un interesse al debitore affinché prenda i suoi soldi. Eppure questo è il significato dei tassi di interesse nominali negativi, che prevalgono nell’area euro, in Giappone, Svizzera, Danimarca e Ungheria. La Svezia si è appena tolta da questo club, ma chissà per quanto ne resterà fuori.
A un certo punto del 2019 quasi 18 mila miliardi di dollari in titoli obbligazionari offrivano (sic!) un rendimento polare (nel senso di Polo Nord). E si ritiene che gli Stati Uniti siano distanti solo una recessione dal dover abbassare sotto zero il proprio costo (si fa per dire) del denaro. Mai nella storia millenaria della moneta il saggio dell’interesse è stato così infimo.
Perché i tassi sono scesi tanto? E quali sono le conseguenze per gli investitori? Dall’analisi condotta per Ceresio investors emergono due spiegazioni della discesa dei tassi e un suggerimento sugli asset da privilegiare nell’investimento finanziario.
La prima spiegazione appartiene alla scuola che ritiene che sia l’eccesso di risparmio (saving glut come lo ha chiamato Ben Bernanke, prima di diventare Presidente della Fed) la causa del calo del tasso di interesse naturale, ossia di quel tasso che garantisce piena occupazione e stabilità dei prezzi al consumo. Questa causa è stata richiamata più volte sia da Mario Draghi, quando guidava la Bce, sia da Jerome Powell nelle conferenze stampa che concludono le riunioni della Fed.
L’eccesso di risparmio, poi, deriva principalmente dall’allungamento della vita, che impone di risparmiare di più per la vecchiaia, dal maggior peso dei paesi emergenti, che hanno una più elevata parsimonia, sull’economia mondiale, dalla minor dinamica della produttività, che fa flettere i profitti e riduce il tasso di accumulazione, e dal taglio degli investimenti pubblici. Secondo uno studio della Banca d’Inghilterra , questi tre fattori hanno provocato 400 dei 450 punti base di diminuzione del tasso di interesse naturale avvenuto negli ultimi 30-35 anni.
La seconda spiegazione, invece, afferma che il tasso di interesse è il prezzo della moneta, che non è solo mezzo di scambio e misura del valore, ma è anche uno strumento in cui detenere il risparmio. Jonh M. Keynes, il maggiore economista di sempre, insegna. Quindi il tasso di interesse viene influenzato in modo decisivo dalle banche centrali.
Nell’uno e nell’altro caso, comunque, i tassi bassi sono destinati a durare molto a lungo. Da un lato, perché i fattori strutturali citati sopra non cambieranno tanto presto; a meno di un improbabile colpo d’ala dei governi che varino un grande piano di investimenti infrastrutturali. Dall’altro, perché le banche centrali sono determinate a portare l’inflazione vicino, se non sopra, il loro obiettivo del 2%, così da esorcizzare lo spettro della deflazione.
Dato questo quadro, in quali attività finanziarie investire? In tre: azioni, azioni, azioni. Che sono gli unici titoli a dare un rendimento ancora largamente positivo: il dividend yield (utili distribuiti in percentuale delle quotazioni azionarie) è 2% in USA, oltre il 2% in Giappone, oltre il 3% nell’Eurozona e 4% in UK.
Ma non sono care le azioni? Sì. Il CAPE, ossia il rapporto tra prezzi di borsa e utili aggiustato per il ciclo economico, secondo la formula inventata dal premio Nobel Robert Shiller, è a 30 per il principale indice di Wall Street. Uno dei valori più elevati della seria storica che parte dal 1881. Molto più alto di così è stato nel settembre 1929 e nel dicembre 1999, ossia poco prima dello scoppio di due grandi bolle.
Tuttavia, oggi è diverso proprio perché sono i tassi bassi a spingere all’insù i multipli borsistici. Infatti, i tassi a dieci anni dei titoli di stato sono inferiori ai dividend yield, di poco in USA, di molto in Giappone, Eurozona e UK. D’altra parte, nel mondo dei gestori finanziari è diffusa la convinzione che TINA to stocks, ossia there is not alternative alle azioni. Inoltre, l’eccesso di risparmio continuerà ad affluire, in larga parte, verso il mercato azionario.
Mettere più azioni nel portafoglio, per avere un maggiore rendimento complessivo, implica accettare una maggiore fluttuazione del suo valore, perché la volatilità delle borse sale quando il loro alto prezzo si basa sui bassi tassi anziché su più rosee prospettive di crescita dell’economia.
Infine, occorre tenere sotto attenta osservazione le tre variabili che potrebbero far cambiare lo scenario: l’inflazione, la crescita economica e l’incertezza politica. Più inflazione, meno crescita e più incertezza farebbero cadere le quotazioni borsistiche. Ma oggi non appaiono all’orizzonte, anche quando si usa un buon cannocchiale.
E visto che siamo a Natale,quando tutti diventiamo un po’ più altruisti, conviene acquistare quote di imprese che abbiano un buon bilancio sociale e ambientale, oltre che un ottimo bilancio economico. Anche perché i conti tornano, nel senso che chi ha a cuore la società e l’ambiente ottiene anche migliori profitti. Far del bene fa bene al portafoglio.