Oberto: cure palliative e terapia del dolore come e perché bisogna evitare di soffrire


Liliana Oberto
di Ernesto Bodini
“Sempre più ampi gli obiettivi della terapia del dolore: mai fare male!” è il titolo dell'ultimo incontro del ciclo 2019 “I Lunedì della prevenzione e della salute”, organizzato dall'associazione torinese “Più vita in salute”, presieduta da Roberto Rey, con la collaborazione di Giovanni Bresciani. Il tema è stata trattato da Liliana Oberto, specialista in Rianimazione e Terapia del Dolore all’ospedale di Chivasso.
Da millenni si parla e si affronta il tema dolore, un’esperienza che accompagna l’umanità sin dal suo esordio. É un’esperienza sensoriale ed emotivamente spiacevole, che non risparmia nessuno, non ha confini geografici ed è associata a effettivo, o potenziale, danno tissutale tanto da essere descritta come tale. É un campanello d’allarme che mette in guardia il corpo dalla presenza di stimoli pericolosi o potenzialmente tali, presenti nell’organismo al di fuori di esso.
«Il dolore può essere acuto o cronico – ha spiegato Liliana Oberto – ma anche duraturo, perché lo stimolo dannoso persiste o perché subentrano fenomeni di auto mantenimento, che lo fanno percepire nonostante la causa scatenante sia tenuta sotto controllo. Ciò avviene per patologie progressive neoplastiche e non, o per altre malattie con andamento cronico. La costante presenza del dolore coinvolge l’esistenza di una persona in quanto innesca un circolo vizioso: non colpisce solo il fisico, ma anche la psiche, promuovendo così stati d’animo negativi come ansia, frustrazione, depressione, fatica, disturbi del sonno e una riduzione delle facoltà intellettive».
Quindi diventa una malattia in quanto è anche un dolore dell’anima, che influenza la sfera psicologica e sociale, provocando un impatto sulla qualità della vita.
Ma quali le caratteristiche del dolore da cancro, ad esempio? «É un dolore che unisce quello acuto e quello cronico – ha sottolineato la relatrice – definito “inutile” perché fine a se stesso. Un tempo si riteneva il dolore un’esperienza ineluttabile, ma solo verso la fine degli anni ’70 nacquero i primi Centri della terapia antalgica e si diffuse il concetto che il dolore deve essere trattato, ossia la persona non deve soffrire. Ma l’utilizzo degli oppiacei, per esempio, era visto ancora con molta diffidenza e la loro prescrizione risultava essere assai complessa; molti erano ancora i tabù e i pregiudizi anche da parte della classe medica».
Per alleviare il dolore, nel 1986 l’Oms propose la “Scala a tre gradini”: oppioidi forti per dolori moderati forti, oppioidi deboli per dolori moderati, non oppioidi (Fans) per dolori lievi. In Italia, nel 2001, è stata promulgata una legge che semplifica la prescrizione degli oppioidi, ma il concetto che il paziente non dovesse soffrire era ancora poco conosciuto, anche quando questo dolore poteva essere risolto. 
Nello stesso anno il ministero della Sanità ha istituito una Commissione per le linee guida inerenti al progetto “Ospedale Senza Dolore” e altre successive, emanante sino al 2010, con la legge n. 38 del 19 marzo, per semplificare la prescrizione degli oppioidi, con il presupposto di cambiare la mentalità dei medici sulla prescrizione dei farmaci; inserire, inoltre, nel corso di laurea in Medicina e chirurgia, il relativo insegnamento per alleviare la sofferenza, come pure inserire nei nosocomi il Comitato Ospedale Senza Dolore.
«La legge obbliga – ha precisato Liliana Oberto – a occuparsi del dolore sia nel soggetto adulto che pediatrico e istituisce due reti assistenziali: le cure palliative e la terapia del dolore; inserendo fra i relativi parametri del controllo del dolore, che vengono controllati e riportati in cartella clinica».
Anche la Chiesa si è espressa a favore del trattamento del dolore. Papa Pio XII, nel 1957, disse: «La sopportazione cristianamente motivata e corroborante del dolore, non induce a ritenere che ogni sofferenza e ogni dolore vadano sopportati comunque e che non si debba intervenire per lenirli…». Più recentemente, Giovanni Paolo II sottolineò: «Tra le cure da somministrare al malato terminale vanno annoverate anche quelle analgesiche e va messo anche in evidenza che l’anestesia come l’analgesia, agendo su ciò che il dolore ha di più aggressivo e sconvolgente, rende più umana l’esperienza della sofferenza».