Torino riuscirà a restare in Serie B?

“Torino riuscirà a restare in Serie B? Situazione e prospettive di una città retrocessa e impoverita”. E' il tema discusso al Rotary Torino Ovest, presieduto da Germano Turinetto, presidente anche della torinese Vivibanca. “Titolo provocatorio” ha subito premesso Turinetto; “ma giustificabile” ha aggiunto il relatore, “soprattutto, se rapportato a un campionato non di calcio, ma di economia”.
E' indubbio che, a confronto del passato prossimo, a pochi decenni fa, Torino è andata indietro, rispetto non solo ad altre metropoli europee, ma anche a diverse città italiane.
Torino era il motore del triangolo industriale nazionale, ora è fuori da quello nuovo, formato da Milano, Bologna e Treviso. Torino era la capitale dell'auto e dell'industria italiana e un polo europeo (Fiat se la giocava con Volkswagen per il primato delle vendite nel Vecchio continente, ora Fca è al settimo posto, preceduta anche dai gruppi Mercedes, Bmw, Hyundai, oltre che da Renault, Peugeot e il gruppo tedesco di Wolfsburg).
Politicamente, Torino contava a Roma più di tutte le altre città italiane e contava anche negli Usa;
ora, nel folto governo Conte II ha un unico ministro (Paola Pisano) e un vice ministro (Laura Castelli); soltanto cinque piemontesi ne fanno parte, compresi i sottosegretari. E nelle trattative al vertice per la sua formazione non si è mai sentito alcun accento piemontese. Torino e la regione sono senza leader politici e questo conta, molto.
Torino aveva il grande, storico, Sanpaolo-Imi e tutti sanno che cosa ne è rimasto. Aveva la Cassa di Risparmio, la seconda maggiore in Italia. Era il maggiore polo assicurativo nazionale (Sai, Toro, Unione Subalpina... ) E' rimasta Reale Mutua.
Aveva le sedi di Stet, Sip, Rai, Seat, Italgas, Cir... Aveva le più prestigiose case editrici, come Einaudi, Boringhieri, Utet. “Quanto all'industria, meglio non ricordare – è stato detto - Basti pensare al Gft, a Ceat, Zust Ambrosetti, Carpano, Martini & Rossi, Bertone, Recchi e tanti altri grandi nomi che sarebbe doloroso rievocare”.
Germano Turinetto, presidente Vivivbanca
e Rotary Torino Ovest
Tutto questo voleva dire Pil, direzioni generali, top manager, buon reddito pro-capite, consumi sopra la media, tanto lavoro per commercialisti, avvocati, notai, consulenti, boutique, ristoratori stellati, antiquari, gallerie d'arte. Le direzioni generali comportano stipendi più elevati, sono fucine di nuovi top manager e di potenziali imprenditori. Ma Torino continua a perderne (un caso: la Ferrero); mentre non ne attrae da fuori.
Ora Torino non figura neanche più tra i primi dieci capoluoghi di provincia per reddito pro capite (23.000 euro nel 2017): prima è Milano, seguita da Monza, Bergamo, Pavia, Treviso, Bologna, Padova, Parma, Roma e Lecco. E, in termini regionali, il Piemonte è quinto con 129,3 miliardi annui (30.300 euro pro capite), preceduto da Emilia-Romagna (circa 154 miliardi), Veneto (155,5), Lazio (186) e Lombardia (366,5).
La provincia di Torino faceva registrare più immatricolazioni di auto che ogni altra; adesso è diventata il quinto mercato nazionale.
Torino ha avuto il maggior numero di società quotate private e la maggiore quota di capitalizzazione borsistica; adesso ne conta 17 su oltre 450 e il numero sta scendendo invece che salire. L'aeroporto ha una quota intorno al 2% del mercato italiano (per la precisione 2,4% dei voli e 1,8% dei passeggeri). Nella graduatoria nazionale 2018 è risultato quattordicesimo.
Popolazione. L'intera provincia di Torino conta 2.259.523 abitanti, oltre 38.000 in meno di cinque anni fa. Il comune di Torino è sceso a 875.698 abitanti da 1.117.000 del 1981 e 1.168.000 del 1971.
E questo vuol dire meno redditi, meno denaro che gira, meno consumi, minore domanda di servizi e di abitazioni (con conseguente calo dei prezzi).
E' diminuito anche il numero delle imprese, scese a 220.000 in tutta la provincia, che ne ha perse oltre 6.000 negli ultimi cinque anni. Ed è diminuita anche la loro incidenza sulla popolazione: 97 imprese ogni mille abitanti, artigiane comprese. Il tasso di natalità aziendale è sceso al 6%.
Torino ha 359 startup innovative, meno di Napoli (399), Roma (1.044) e Milano (1.955).
Il numero dei clienti ai quali le banche hanno concesso fidi superiori ai 25 milioni si è ridotto a 390 in tutto il Piemonte.
Tutto questo significa che è calato lo spirito imprenditoriale, fondamentale per il benessere e lo sviluppo della comunità, perché è l'imprenditore che investe, che crea lavoro, che fa innovazione.
Inoltre, al 4 settembre, sono risultate 50.627 le domande di reddito di cittadinanza presentate dalla provincia di Torino (32.355 quelle già accolte). Dal solo comune di Torino ne sono arrivate 28.947 (oltre 19.000 quelle accolte). L'ex borghesia, la classe media ha perso potere d'acquisto e si è ristretta. Si è rassegnata. E' aumentata la disparità sociale.
Tornando alle similitudini calcistiche, Torino è come una squadra blasonata, che per tanto tempo ha dominato il campionato italiano e avuto successo anche all'estero, perché dotata di grandi campioni e ottimi giocatori. Però, ora il suo ciclo magico è finito. Sono emersi competitori più forti, più determinati, con nuovi talenti, allenatori più efficaci e presidenti più ambiziosi e generosi.
Comunque, nonostante sia più piccola, più vecchia, più povera e meno intraprendente, Torino, quarta maggiore metropoli italiana, è ancora una buona squadra, abbastanza forte e con qualche giocatore di alto livello (Lavazza, Reale Mutua, Reply, i due Atenei, alcune eccellenze ospedaliere); inoltre, è molto bella, molto vivibile, ha due delle tre più ricche fondazioni bancarie (Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt), ha giovani talenti, ha potenzialità in diversi campi, ha una grande dotazione finanziaria costituita dai risparmi (i depositi bancari delle famiglie consumatrici in Piemonte ammontano a 82 miliardi).
Per Torino è forse impossibile tornare nella Serie A dell'economia europea, ma può restare almeno nella B, con dignità e anche vincendo qualche partita internazionale.
Il suo futuro, a medio e lungo termine, dipende, soprattutto, dai governanti pubblici, a partire da quelli torinesi e della Regione Piemonte. Sono loro che possono fermare l'emorragia, invertire la rotta, far riprendere un percorso virtuoso, intervenendo adeguatamente là dove possono, se vogliono: sulla burocrazia e le tasse locali, sulle spese non obbligatorie, sulle nomine di pertinenza pubblica, sulla destinazione delle risorse disponibili, sulle scelte urbanistiche, sui rapporti con il governo centrale e le Regioni vicine, con i potentati economici e finanziari
La soluzione sta nelle persone, nelle capacità e qualità individuali. Occorrono nuovi leader, di grande levatura, non importa se giovani o meno giovani. E' incredibile che Torino non ne abbia o non ne possa avere.

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