Quel virus malefico della rassegnazione che sta impoverendo Torino

"Torinesi rassegnati / Il virus della borghesia": è il titolo dell'editoriale pubblicato oggi, 18 agosto, dal Corriere Torino, edizione locale del Corriere della Sera e che, per gentile concessione, viene qui riproposto.

Chiara Appendino, sindaca di Torino
con Dario Gallina, presidente Unione Industriale di Torino
C'è un “virus”, pericoloso, che si sta diffondendo in Torino, soprattutto nella fascia della popolazione formata da quella che una volta era la media borghesia, gente che, grazie al proprio lavoro o alla buona pensione, al risparmio accumulato, alla casa di proprietà, stava economicamente bene, decentemente bene e senza troppe preoccupazioni; aveva fiducia ed era orgogliosa della propria condizione, di Torino e dell'Italia. Un ceto che ora è attaccato dal virus della rassegnazione. Stato d'animo conseguente a tante delusioni e successivo all'inutile indignazione.
La rassegnazione di un numero crescente di torinesi deriva dalla constatazione di una lunga serie di fatti negativi e di difficoltà che hanno portato a una condizione considerata irrimediabile.
Torino continua a perdere abitanti, il numero di imprese non smette di scendere, aumentano i giovani talenti che emigrano, restano troppi i cartelli vendesi o affittasi, affissi a portoni di abitazioni piuttosto che a saracinesche di negozi; direzioni generali traslocano e non ne subentrano altre. Si perdono anche manifestazioni e attività tradizionali, mentre non si registrano flussi in direzione contraria. L'aeroporto sta diventando marginale, la nuova Città della Salute rimane sulla carta, l'apertura del grattacielo della Regione viene progressivamente rinviata, progetti di riconversione sono bloccati da anni, pochi e piccoli i cantieri.
Il potere d'acquisto dell'ex borghesia cala, come scendono i suoi redditi e i suoi risparmi, sempre più ridotti, quando già non esauriti. C'è meno lavoro ed è pagato meno. Qui le occupazioni più remunerate si sono ridotte al lumicino. Persino professionisti storici, pur mantenendo a Torino la sede originaria, per non perdere ulteriori opportunità, aprono uno studio a Milano piuttosto che a Roma, in società con colleghi locali.
La città si sta impoverendo, lentamente, inesorabilmente e silenziosamente. Il fenomeno, confermato dalle statistiche, appare però quasi impercettibile; anche perché crescono, invece, i ricavi generati dalle attività in “nero”, dalla corruzione, dalla criminalità, dall'evasione fiscale. E sono le fonti dell'economia sommersa che fanno sembrare e, in realtà, rendono Torino un po' meno povera di come emerge dai dati ufficiali.
E' l'economia sommersa che compensa, almeno in parte, l'impoverimento di quella vasta parte di popolazione che paga tasse, tributi, contributi, rispetta le leggi e subisce la congiuntura, finendo in cassa integrazione, accettando il taglio degli straordinari, i contratti di solidarietà, il prepensionamento. E' nell'economia sommersa che si trova la spiegazione della circolazione di molte auto costosissime, di vacanze esotiche e di vari altri lussi, che sembrano in piena contraddizione con le denunce della gravità della crisi e dell'aumento delle richieste di sostegno.
L'ex borghesia subisce la perdita dello status precedente e la divaricazione progressiva dalla classe abbiente. Già, perché Torino non è fatta solo di impiegati, funzionari, operai, pensionati, dipendenti pubblici, tutti tartassati, con mutui da pagare e in difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Anche a Torino, infatti. non mancano titolari di grandi e medie imprese profittevoli e in buona salute, finanzieri, ereditieri, top manager milionari, liberi professionisti da parcelle mozzafiato. Persone che fanno salire le medie delle statistiche relative al Pil e al reddito pro capite (comunque inferiore ad altre città italiane) e abbassano gli indici dell'indigenza e del malessere.
Questa parte di Torino non è contagiata dal virus della rassegnazione, come non lo sono i più giovani, naturalmente vocati alla fiducia e non lo sono neppure gli attori dell'economia sommersa.
Comunque soddisfatta, la fascia benestante di Torino consuma, investe, si gode una città diventata più bella, nonostante tutto. Alcuni suoi componenti manifestano consapevolezza delle difficoltà e dell'arretramento di Torino, ma non se ne lasciano frustrare. Loro possono farlo, perché non patiscono le sofferenze di chi vive un peggioramento continuo delle proprie condizioni economiche e, perciò, anche sociali.
La Torino rassegnata è tale perché, da tempo, non vede azioni che consentano almeno di sperare. Azioni che spettano, innanzi tutto, ai governanti, ai politici. Sono loro che dovrebbero creare le condizioni per il rilancio di Torino, indispensabili anche per recuperare i rassegnati, un esercito che la città non può permettersi di avere demotivato, passivo, inerte.

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