Aumento dell'Iva, verità e mistificazioni

                                                                                 di Ernesto Auci *
Ernesto Auci 
I partiti che vogliono fare un nuovo governo, mettendo insieme gente che, fino a pochi giorni fa, si era sanguinosamente insultata e quelli destinati a stare all’opposizione, in primo luogo la Lega, su una cosa sono pienamente concordi: bisogna evitare l’aumento dell’Iva. Tutti i politici, insieme a gran parte dei commentatori, ritengono che l’aumento dell’ Iva possa essere facilmente evitato da un governo capace di fare, per tempo, una legge finanziaria che tenga i conti in ordine, dando, nel contempo, ampia soddisfazione ai cittadini, con ulteriori riduzioni fiscali o con politiche redistributive non meglio specificate.
Insomma, sembra che il governo, qualunque esso sia, possegga la bacchetta magica, riesca a fare il miracolo di annullare un aumento dell’Iva di ben 23 miliardi, senza mettere nuove tasse, o fare corrispondenti tagli di spese sociali e, addirittura, come ha detto Salvini, mantenere il deficit al di sotto del 3%.
Come al solito, la nostra politica non discute di questioni concrete, ma si basa su stereotipi di schieramento, o su vecchi parametri di destra e sinistra, che ormai non hanno più nulla da dire alla concreta realtà dei cittadini.
La questione dell’Iva è, in questo senso, emblematica. Infatti, tra i vari modi di reperire delle risorse per fare una politica di reale sviluppo lasciando la scomoda posizione di ultima ruota del carro europeo, l’aumento dell’Iva non sarebbe la peggiore.
In primo luogo, in una situazione di inflazione molto bassa, anche un lieve aumento del tasso di crescita dei prezzi non sarebbe negativo per l’equilibrio per i conti pubblici, in quanto migliorerebbe il rapporto del deficit e del debito rispetto al Pil. In secondo luogo, la maggiore Iva avrebbe un effetto simile a una piccola svalutazione della moneta, in quanto non si paga sulle esportazioni mentre viene caricata sulle importazioni.
Insomma, le nostre merci sarebbero più competitive rispetto a quelle degli altri Paesi, Cina compresa. Infine, gli effetti redistributivi, cioè il maggiore onere che graverebbe sulle classi medio-basse potrebbe essere agevolmente compensato da una riduzione fiscale mirata sui ceti meno fortunati, mentre i “ ricchi” pagherebbero qualcosa in più sui loro acquisti di lusso.
Naturalmente una manovra pro-crescita e non solo “redistributiva” come recita uno dei cinque punti del Pd, dovrebbe basarsi ,oltre che sull’aumento dell’Iva, su altre misure urgenti, quali, in primo luogo. il rilancio degli investimenti pubblici e privati e. in secondo luogo, sulla riduzione di alcune spese, come ad esempio quota 100, che non ha dato i risultati sperati ne’ a vantaggio dei pensionati ne’ nella creazione di nuovi posti di lavoro. Magari per evitare effetti negativi su coloro che avevano già fatto affidamento su questa legge si potrebbe potenziare la misura di esodo volontario con qualche penalizzazione, come fatto in precedenza dal governo Gentiloni.
Inoltre, bisogna considerare che una vera politica di risanamento del bilancio pubblico, insieme a riforme capaci di stimolare la produttività del sistema, avrebbe effetti positivi sulla credibilità del nostro Paese sui mercati mondiali e, quindi, si avrebbe una riduzione dello spread che, pur ridotto, rimane ancora oggi oltre 100 punti al di sopra di quello spagnolo e 150 punti più elevato di quello francese. Questo significa ridurre il peso degli interessi sul nostro enorme debito pubblico, sul bilancio dello Stato e ridurre il costo del denaro per le imprese e i consumatori, con effetti positivi sulle aspettative degli operatori economici.
Ridurre le incertezze e creare un clima di fiducia sul futuro sarebbe la carta veramente vincente per imprimere una svolta alla situazione economica del nostro Paese.

* Ernesto Auci è il presidente di Firstonline, autorevole giornale web di economia e finanza, oltre a essere stato direttore e amministratore delegato de Il Sole 24 Ore

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