Quando Torino era l'Università degli orafi

Gustavo Mola di Nomaglio
Di Gustavo Mola di Nomaglio
Valenza, oggi una capitale dell’industria orafa mondiale, ha gettato le basi del proprio primato in anni non molto remoti, a partire dalla seconda metà dell’800. Prima, si può dire sino al XVII secolo, non c’era città del Piemonte in grado di competere con i maggiori centri produttivi d’Europa, come Parigi. Torino si è ritagliata un ruolo di qualche rilievo dal principio del ‘600, quando la sua scuola orafa ha iniziato a dare prova di vitalità e capacità artistiche e tecniche notevoli.
Nel corso del secolo seguente, gli orafi e argentieri torinesi hanno elaborato - come sottolineano nei loro studi Vittorio Viale e Mario Abrate - proprie peculiarità estetiche e si sono conquistati un posto autonomo, seppur non esente da influenze straniere (e francesi in particolare) nel contesto artistico del barocco europeo. Si vuole che molti mastri settecenteschi operanti in Piemonte fossero esecutori di opere povere di originalità, semplici ripetizioni di forme tradizionali. Al loro fianco, tuttavia, operavano anche artisti -come scriveva, nel 1963, Augusto Bargoni, nel catalogo di una straordinaria mostra del barocco piemontese- capaci di creare forme nuove, originali e anticipatrici.
L’importanza delle attività professionali legate alla lavorazione e al commercio dei metalli e pietre preziose, del tutto speciale per i rapporti con le zecche, con i cambi e col commercio estero, portò a precoci regolamentazioni. Una delle più antiche di cui rimane memoria, emanata da Amedeo VIII nel maggio 1476, altro non è che una conferma di anteriori regole e privilegi rivolta a orefici, merciai, ebanisti, “alchimisti”, gioiellieri, argentieri, filaoro, costruttori di casse da orologio “et autres usans de marc et ballances en or ou en argent” dello Stato sabaudo “pro confectione monetarum aliorumque operum ex auro et argento”.
All’inizio del ‘600, tuttavia, restavano nell’apparato normativo zone d’ombra e incertezze. Furono gli stessi mastri a sollecitare una nuova regolamentazione della loro arte. Molti di loro, a causa di norme non sufficientemente precise, erano stati accusati <<d’uso et vendita dei lavori d’oro et d’argento bassi>>, vale a dire con un titolo non rispondente alle leggi. Non raramente “gli ori bassi” provenivano da Milano, Genova o Ginevra, ma questa non era considerata una giustificazione sufficiente.
Nel 1612 gli orefici ottennero di potersi riunire in «Università» ed ebbero nuovi regolamenti e statuti validi sia in Torino, sia in tutte le province “di quà da’ monti”. Il 24 luglio 1619 i mastri orefici si riunirono nella chiesa dei Santi Simone e Giuda (che si trovava in Borgo Dora) per una delle prime elezioni dei consoli della loro arte.
In quegli anni l’«Università» torinese aveva chiesto al sovrano che nella capitale non potessero operare più di 28 botteghe, con altrettanti capomastri. Ma in città ve ne erano assai di più, poiché si era stabilito che in ciascuna delle 28 botteghe fosse ammessa la presenza di più capomastri e che le botteghe “degli Hebrei” (nel campo dell’oreficeria tutt’altro che rare) non avrebbero concorso a formare il numero massimo consentito.
Ogni artefice aveva l’obbligo di imprimere il proprio marchio su ogni sua produzione; il marchio degli “assaggiatori” scelti dallo Stato garantiva, in un complesso e severo contesto normativo, la veridicità del titolo legale fissato per i metalli preziosi. Questo doveva essere «della stessa bontà dello scudo d’oro coniato nelle zecche di S.A.R.» per i lavori d’oro, vale a dire <<carati ventuno e sei ottavi>>. Per i lavori d’argento il titolo doveva essere «di bontà di denari ondeci», cioè undici parti di metallo fino su dodici di lega (916,667 per mille).
Siccome questo titolo rendeva poco concorrenziali i manufatti piemontesi rispetto a quelli esteri, di qualità inferiore, nel 1713, l’«Università» degli orefici ottenne due eccezioni, per «li annelli de contadini, e povere persone» per i quali era «permessa la fabbrica a denari nove» e per «li lavori per uso delle chiese» (denari sette) con obbligo della marca indicante la rispettiva “bontà”.

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