Risalito il debito di Comuni e Province nonostante l'aumento delle loro entrate

“Miracolosamente”, in agosto, il debito pubblico italiano non è aumentato; anzi, alla fine del mese è risultato inferiore di 15,5 miliardi rispetto 31 luglio, quindi a 2.326,5 miliardi. Una buona notizia, ma nessuna illusione. Fra l'altro, infatti, sempre in agosto si è fermato il calo progressivo del debito delle amministrazioni pubbliche locali, risalito sopra gli 86 miliardi. Per colpa dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane.
L'indebitamento dei Comuni è cresciuto a 38,666 miliardi dai 38,469 di fine luglio e quello di Province e Città metropolitane a 7,014 miliardi dai 7,012, interrompendo, in entrambi i casi, il processo virtuoso della riduzione, continuato invece dalle Regioni e dalle Province Autonome, il cui indebitamento è ancora calato da 30,635 a 30,607 miliardi.
L'andamento del debito delle Amministrazioni pubbliche, locali e centrali, è stato comunicato dalla Banca d'Italia, mentre il ministero dell'Economia e delle Finanze ha diffuso i dati relativi alle entrate tributarie nei primi otto mesi di quest'anno.
Così, emerge che le Amministrazioni pubbliche locali hanno incrementato l'indebitamento nonostante l'aumento delle loro entrate tributarie, risultate pari a 33,441 miliardi dal primo giorno di gennaio all'ultimo di agosto, mentre erano state di 32,419 miliardi nello stesso periodo del 2017. L'aumento è del 3,2%, pari a un miliardo.
In particolare, 13,684 miliardi sono derivati dall'Irap (+6,4%), 8,546 miliardi da Imu-Imis (+2,3%), 7,743 miliardi dall'addizionale Irpef regionale (-0,4%), 2,872 miliardi (+0,8% dall'addizionale Irpef comunale e 596 milioni (+1%) dalla Tasi.
Comunque, le entrate tributarie dello Stato nei primi otto mesi 2018 sono ammontate a 292,188 miliardi, 5,441 miliardi in più rispetto al corrispondente periodo dell'anno scorso (+1,9%).
E ancora di più, percentualmente, sono cresciute le entrate contributive, risultate pari a 155,106 miliardi (+3,7%). L'Inps ha incassato 143,016 miliardi (+3,8%), l'Inail 6,414 miliardi (+2,1%) e gli enti previdenziali privatizzati hanno avuto entrate per 5,676 miliardi (+2,5%). Nonostante questo, gli enti previdenziali hanno aumentato il loro indebitamento, salito a 249 milioni.
Tornando al debito pubblico complessivo, la disaggregazione dei dati di Banca d'Italia evidenzia che per 1.945,644 miliardi è costituito da titoli emessi dalle Amministrazioni centrali: Btp per 1.390,666 miliardi, Btp indicizzati per 221,396 miliardi, Cct per 138,433 miliardi, Bot per 49,702 miliardi e titoli internazionali per 32,420 miliardi. Quanto alle Amministrazioni pubbliche locali, i loro titoli in essere a fine agosto hanno un valore complessivo di 17,890 miliardi.
Ultima annotazione: al 31 luglio (ultimo dato reso noto), il 30,8% del debito pubblico italiano era in mano a creditori non residenti, cioè stranieri. Quota equivalente a 722,029 miliardi euro. Una somma che giustifica la preoccupazione di Mario Draghi e della Bce, della Ue, del Fondo Monetario Internazionale, degli investitori, internazionali e nazionali, oltre che dei politici più responsabili, per le misure economico-finanziarie del governo italiano.
La ritirata degli investitori stranieri, infatti, comporterebbe la necessità di trovare altri sottoscrittori delle nuove emissioni di titoli pubblici, per di più mentre le famiglie italiane stanno riducendo gli acquisti di Btp e affini e la Bce ha già anticipato che con dicembre cesserà di comprare, dopo averlo fatto, finora, per centinaia di miliardi.
La Banca d'Italia continua a sottoscrivere nuovi titoli, come conferma che a fine luglio ne aveva in cassa per 383,8 miliardi, quasi tre miliardi in più del mese precedente. Ma la Banca d'Italia non basta, tant'è vero che i nuovi titoli pubblici vengono emessi con la promessa di rendimenti più elevati. D'altra parte, le Amministrazioni pubbliche hanno bisogno di piazzare e di incassare, perché la spesa pubblica resta sempre superiore alle entrate, nonostante il loro irrefrenabile aumento. E se non entra denaro fresco, inevitabilmente finiscono a rischio gli stipendi di componenti della colossale macchina pubblica che fa funzionare, più o meno bene, sanità, istruzione, giustizia, difesa e, fra l'altro, la previdenza (pensioni, cassa integrazione, sussidi di disoccupazione).

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