Il carico fiscale sulle pmi (59,1%) in Italia quasi doppio di quello sui giganti del web

Giuseppe Conte, premier italiano
Se le pmi italiane hanno un carico fiscale complessivo che si attesta al 59,1% dei profitti, le multinazionali del web presenti nel nostro Paese, o meglio le controllate di questi giganti economici qui ubicate, quali Amazon, Adp, Alphabet, Apple, Booking, Microsoft, Oracle, Vipshop e Uber Technologies, registrano un tax rate del 33,1%.
Commenta Paolo Zabeo, il coordinatore dell’Uffici studi della Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre: “Premesso che i dati sono desunti da fonti diverse, quindi non comparabili da un punto di vista strettamente scientifico, è comunque verosimile ritenere che sulle piccole imprese il carico fiscale sia quasi doppio rispetto a quello che grava sui giganti tecnologici presenti in Italia. Un’ingiustizia che grida vendetta, non tanto perché su questi ultimi grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre pmi il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa”.
Tra i Paesi dell’Area dell’euro, infatti, i dati della Banca Mondiale ci dicono che solo la Francia (con il 60,7%) registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore alla nostra, contro una media del 42,8% dei 19 Paesi che utilizzano la moneta unica. Un dato, quest’ultimo, di oltre 16 punti percentuali inferiore al dato medio italiano.
“Se con la manovra approvata la settimana scorsa abbiamo evitato l’aumento dell’Iva – dichiara il Segretario Cgia, Renato Mason – entro la fine di quest’anno il Governo dovrà trovare altri 20 miliardi di euro per scongiurare che dal 1° gennaio 2021 si registri un ritocco all’insù sia dell’Iva che delle accise sui carburanti. In altre parole, anche la prossima finanziaria è in buona parte già vincolata da questo impegno così importante e, pertanto, sarà molto difficile recuperare altre risorse per ridurre in misura altrettanto significativa le tasse su famiglie e imprese”.
All’orizzonte, quindi, pare estremamente difficile ipotizzare una riforma che tagli pesantemente il carico fiscale, in particolar modo alle imprese. Un’operazione che sarebbe gradita ai più, soprattutto a quegli imprenditori che esportano i propri manufatti in giro per il mondo e ogni giorno sono chiamati a misurarsi con concorrenti stranieri che possono beneficiare di livelli di tassazione e di oppressione burocratica sensibilmente inferiori ai nostri.
Tornando alla comparazione iniziale, quali sono le ragioni per cui le controllate italiane delle principali multinazionali del web possono beneficiare di un tax rate del 33,1%? Per il semplice motivo che la metà dell’utile ante imposte è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, che procura un risparmio fiscale che, nel periodo 2014-2018, ha sfiorato complessivamente i 50 miliardi di euro.
Tuttavia, non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio concessa da molti Paesi. Anche i grandi player italiani, da anni hanno trasferito la sede legale principale, o di una consociata, all’estero. Stiamo parlando, per esempio, di Fca, Eni, Enel, Ferrero, Telecom, Saipem, Luxottica Group. Molte holding di italiani hanno deciso di spostarsi nei Paesi Bassi, ad esempio, perché in questo Paese è possibile beneficiare sia di una legislazione societaria molto favorevole - che permette agli azionisti storici di avere il doppio dei voti in assemblea, modalità che consente di difendersi meglio da eventuali scalate - sia dal trattamento tributario molto generoso che il governo olandese riserva a ogni big company disposta ad aprire la sede fiscale ad Amsterdam. Con queste operazioni, formalmente ineccepibili da un punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando in particolar modo le realtà imprenditoriali di piccola dimensione che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di lasciare armi e bagagli e trasferirsi altrove.
Oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia è il Paese, con il Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile. Sempre dai dati presentati recentemente dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), da noi sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute; per completare tutte le dichiarazioni dei redditi e per presentarle all’Amministrazione finanziaria; per effettuare il pagamento on line o presso le autorità preposte.
In Francia, l’unico Paese Ue con un carico fiscale sulle imprese superiore al nostro, per espletare le incombenze burocratiche derivanti dal pagamento delle tasse sono necessari solo 17 giorni, mentre la media dell’Area dell’euro è di 18 giorni. Anche in questa comparazione, i dati sono della Banca Mondiale, che per ciascun Paese prende in esame una media impresa (società a responsabilità limitata), al secondo anno di vita e con circa 60 addetti.

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