Fondazioni, il "caso" Profumo-Appendino e l'esempio virtuoso di Quaglia alla Crt

Chiara Appendino tra John Elkann e Francesco Profumo
“Caso” Profumo-Appendino. Nello stesso giorno dell'elezione di Francesco Profumo a presidente dell'Acri, l'associazione nazionale delle Fondazioni di origine bancaria e delle Casse di risparmio, c'è stato chi ha manifestato la convinzione che Chiara Appendino, sindaco di Torino, l'anno prossimo, confermerà Profumo alla presidenza della Compagnia di San Paolo, anche se – dicono – preferirebbe un altro.
Come se l'assegnazione della presidenza della Compagnia di San Paolo, seconda maggiore fondazione italiana, fosse una prerogativa del sindaco di Torino pro tempore. Non sapendo o dimenticando che il presidente dell'ente torinese di corso Vittorio Emanuele, privato, “è nominato dal Consiglio Generale, in occasione della prima riunione, anche tra soggetti non componenti del Consiglio Generale” (articolo 7 dello Statuto).
Il Comune di Torino ha il diritto di designare due dei 17 consiglieri della Compagnia di San Paolo. E basta. Fra l'altro, infatti, il decreto legislativo che norma le fondazioni di origine bancaria (n.153 del 1999) sancisce espressamente che i “i componenti dell'organo di indirizzo” - il Consiglio Generale nella definizione dello statuto della Compagnia – non rappresentano i soggetti esterni che li hanno nominati né a essi rispondono”. Insomma, non c'è vincolo di mandato.
La convinzione che il presidente della Compagnia di San Paolo sia “nominato” dal sindaco di Torino è diffusa per diverse ragioni. Un po' perché Profumo e alcuni suoi predecessori sono stati designati, come consiglieri generali, effettivamente, dal Comune di Torino; un po' perché alcuni politici hanno teso e tendono ad avvalorare questa suggestione, tanto ampia quanto erronea; ma anche perché da parte della Compagnia di San Paolo e di altre fondazioni non è stata espressa adeguatamente la totale indipendenza dell'ente, sancita persino dalla Corte Costituzionale, dei suoi organi e dei suoi regolamenti.
Indipendenza rafforzata anche dalle procedure delle nomine, che, fra l'altro, prevedono sia lo stesso Consiglio Generale a verificare i requisiti di professionalità, competenza, eleggibilità e compatibilità dei suoi componenti. E che non si tratti solo di parole lo provano casi di inammissibilità, verificatisi anche in Compagnia di San Paolo.
La Fondazione di corso Vittorio Emanuele II, come la Fondazione Crt e le altre, è un'istituzione a sé stante, non ha soci. Perciò, non si può considerarla come Iren, della quale il Comune di Torino è azionista di rilievo e, in quanto tale, titolato ad agire per nominare o non rinnovare il presidente. I soggetti designanti i componenti dell'organo di indirizzo non possono e non dovrebbero arrogarsi alcunchè nei confronti delle fondazioni.
Non rispettare l'indipendenza di una fondazione vuole dire non rispettare un'istituzione.
E' forse inevitale che certi amministratori pubblici propendano a far sentire il proprio potere anche dove non potrebbero. Impedirlo sta ai singoli componenti degli organi delle fondazioni, i quali hanno le prerogative per farlo. E' una questione di responsabilità personale degli eletti.
A favorire la difesa dell'indipendenza delle fondazioni, oltre alla possibilità di eleggere il presidente individuandolo anche al di fuori dei designati e alla previsione di un certo numero di cooptazioni, lo statuto di diverse fondazioni prevede che i soggetti titolati designino delle terne invece che un individuo singolo, così da consentire alla fondazione una scelta.
Fondazione Crt adotta il sistema delle terne. E proprio dalla Fondazione Crt, recentemente, è arrivato un bell'esempio. Giovanni Quaglia non ha accettato di essere inserito in alcuna delle terne dei candidati al Consiglio di Indirizzo. Che, alla sua prima riunione, lo ha eletto presidente, all'unanimità.
Nessuno degli enti designanti, pertanto, può vantare o millantare di avere indicato il presidente della Fondazione Crt, magari rivendicando, poi, come riconoscenza, attenzioni particolari.
L'indipendenza è fondamentale per la missione e il buon funzionamento delle fondazioni di origine bancaria, strategiche per le aree di loro riferimento. Come è fondamentale la buona gestione del loro patrimonio, non con norme astruse, matematiche e il sotteso affidamento a costosissime società esterne; ma garantendo che gli amministratori eletti possano operare con la diligenza e la responsabilità del buon padre di famiglia.

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