Radiografia del mondo del lavoro "rosa"

Nelle imprese attive in Italia a fine 2018, i ruoli svolti dalle donne sono 2,8 milioni, pari al 26,7% del totale. In particolare, le donne si dividono 1.124.799 incarichi come amministratore (+3,1% rispetto al 2017 e a fronte dell'aumento dell'1,7% riferito agli uomini), 840.889 sono titolari d’impresa, 620.572 ne sono socie e 241.418 ricoprono altre cariche.
A comunicarlo, alla vigilia dell'8 marzo, festa della donna, è la Cna, la confederazione nazionale dell'artigianato, precisando che a livello territoriale, i maggiori tassi di imprenditorialità femminile (quote “rosa” sul totale delle cariche sociali) si registrano nel Centro e nel Nord-Ovest del Paese.
L'incidenza delle donne che, in vario modo, fanno impresa oscilla dal minimo del 23,4% nel Trentino-Alto Adige al massimo del 30,4% nella Valle D’Aosta. In Piemonte è del 28,7%.
In valore assoluto la presenza di donne che fanno impresa appare maggiormente concentrata nel settore del commercio (23,3%), seguito dalle attività di alloggio e ristorazione (10,5%) e dalle attività manifatturiere (10%).
Per quanto riguarda i settori, gli ambiti di attività nei quali i tassi di imprenditorialità femminile risultano più elevati sono le “altre attività di servizi” (54,1%) - che è l’aggregato che comprende servizi per la persona quali le tintolavanderie, i parrucchieri e i centri estetici - le attività sanitarie e di assistenza sociale (43,7%) e di alloggio e ristorazione (37,9%).
La Cna sottoline che anche nel 2018, le donne hanno fornito un contributo fondamentale alla crescita dell’imprenditorialità italiana. Dall’analisi della dinamica del numero di donne che ricoprono ruoli apicali nelle imprese italiane, infatti, emerge un aumento dell'1% rispetto al 2017, valore ampiamente superiore alla crescita dello 0,4% riferita agli uomini (+0,4%). La variazione più elevata si registra nel Lazio, dove l’imprenditorialità femminile è aumentata del 2,7% (in Piemonte è diminuita dello 0,45%).
I settori nei quali il numero delle donne che fanno impresa è aumento in maniera più marcata sono le attività sanitarie e di assistenza sociale (+9,9%), l’istruzione (+6,1%) e le attività di fornitura di energia elettrica e gas (+5,6%). Il numero di titoli imprenditoriali femminili è aumentato, in misura rilevante, anche nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (+3,0%), ossia nei servizi caratterizzati da livelli di istruzione/formazione professionale più elevati. Fatta eccezione per un numero limitato di attività economiche -servizi di informazione e comunicazione, alloggio e ristorazione, commercio all’ingrosso e al dettaglio, attività estrattive)- nell’ultimo anno si osservano tassi di crescita superiori rispetto a quelli riferiti alla componente maschile.
Se anziché i ruoli si considera il numero delle lavoratrici indipendenti, emerge che queste sono circa 1,4 milioni, pari al 14,6% dell’occupazione italiana complessiva nel 2017. Una indagine Eurostat, rivela che, nonostante il quadro indubbiamente incoraggiante dei dati quantitativi, per molte italiane operare come lavoratrici indipendenti risulta un’opzione non semplice e, talvolta, obbligata. In Italia, infatti, solo il 12,2% delle lavoratrici indipendenti dichiara di non incontrare particolari problemi nell’esercizio quotidiano dell’attività lavorativa. Questa quota, che in Europa è più alta solo rispetto a quella rilevata in Grecia, risulta molto più bassa rispetto a quelle registrate nelle principali economie europee, comprese tra il 25,6% della Francia e il 42,1% del Regno Unito. Fra l'altro, in Italia, le lavoratrici indipendenti tendono a lamentarsi meno dei loro colleghi maschi. Burocrazia, mancanza di lavoro e pagamenti mancati o effettuati in ritardo da parte dei clienti sono i principali fattori che, in generale, rendono difficile l’esercizio del lavoro indipendente in Italia. Per la componente femminile in particolare il carico burocratico è indicato come principale motivo di difficoltà (28,8% delle rispondenti) seguito dalla discontinuità lavorativa (25,0%) e dai pagamenti mancati o effettuati in ritardo rispetto ai termini contrattuali (15,5%).
Le donne segnalano una posizione di svantaggio rispetto agli uomini anche quando si parla di tutele (sostegno al reddito in caso di malattia) e di accesso ai finanziamenti bancari. Infatti, in entrambi i casi le donne segnalano situazioni di difficoltà più alte di quelle maschili (rispettivamente 8,8% contro il 4,4% per quanto riguarda le tutele e 3,6% contro il 2,9% per quanto si parla di difficoltà di accesso al credito).
L’unico ambito in cui gli uomini appaiono più penalizzati è quello dei pagamenti mancati o effettuati in ritardo. In questo caso le lamentele maschili raggiungono quota 24,6%, quelle femminili il 15,5%. Questa differenza riflette probabilmente il fatto che in Italia le donne indipendenti lavorano più frequentemente in settori dei servizi nei quali il pagamento da parte della clientela è effettuato a vista. Un altro aspetto da rilevare è che per le donne la scelta del lavoro indipendente risulta più frequentemente una scelta quasi obbligata che per gli uomini.
Quando viene richiesto quali siano state le motivazioni che hanno portato a intraprendere la via del lavoro indipendente, il 12,5% indica l’impossibilità di trovare un lavoro dipendente mentre l’8,1% la volontà di disporre di orari flessibili per coniugare al meglio casa e lavoro. Per gli uomini questi valori risultano più bassi: rispettivamente 9,5% e 7,4%.
Nonostante le tante difficoltà, in Italia, il 52% delle lavoratrici indipendenti si dice molto soddisfatta della propria attività lavorativa. Questa quota, di fatto, è allineata a quella maschile (51%) e, in Europa, seconda solo a quella del Regno Unito.

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