Quell'epidemia economica in Piemonte che non colpisce gli imprenditori stranieri

Per chi non avesse letto l'editoriale de L'Economia Nord Ovest, inserto del lunedì del Corriere Torino, edizione locale del Corriere della Sera, eccolo riproposto qui sotto, per gentile concessione del giornale.
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Un'epidemia economica si è diffusa in Piemonte. E' grave, pericolosa: sta decimando migliaia di imprese all'anno; ma non colpisce gli stranieri. La nuova malattia che ha contagiato il sistema produttivo piemontese è la de-imprenditorialità. Sindrome che si riconosce dall'accidia, dalla mancanza di spirito d'iniziativa, dal pessimismo, dall'arrendevolezza, dalla sfiducia, dalla rassegnazione, dalla svogliatezza, dall'apatia.
Più che altrove, in Piemonte, il numero di imprese sta calando in misura considerevole: l'anno scorso, quelle che hanno chiuso definitivamente i battenti sono risultate duemila più di quelle che li hanno aperti per la prima volta. In particolare, nella provincia di Torino, le aziende di giovani under 35 sono diminuite di oltre il 3% rispetto al 2017, le artigiane di oltre l'1% e si sono ridotte di quasi lo 0,3% persino le femminili.
La de-imprenditorialità è un fenomeno esteso in Piemonte, trasversale alle fasce d'età, ai generi, ai settori, ai territori. Ne è immune, finora, unicamente la componente straniera. Come rilevato da Infocamere-Unioncamere, il numero delle imprese straniere in regione continua a crescere. Nel 2018 sono ancora aumentate di più di mille, diventando circa 44.000. La loro quota ha superato il 10% delle 432.538 iscritte alle rispettive Camere di commercio.
L'anomalia ha diverse motivazioni.
La percentuale di stranieri che vivono in Piemonte, uomini e donne, giovani e meno giovani, dotati di titoli di studio o no, sono obbligati ad avere più voglia di fare e a fare, a intraprendere, a non fermarsi davanti agli ostacoli, a credere nelle proprie forze e capacità, a tentare e ritentare, a impegnarsi al massimo, a sacrificarsi, a credere in un futuro migliore anche quando c'è crisi e le prospettive non sono favorevoli.
Per tanti stranieri, non c'è alternativa all'apertuta di un'impresa, sia essa una bottega, un laboratorio, un banchetto al mercato, un kebab, una take away, un ristorantino, una lavanderia, piuttosto che una ditta edile o di pulizie, solo per fare qualche esempio. L'alternativa, infatti, per chi decide di restare nella legalità, sarebbe la disoccupazione, la povertà, il ritorno al Paese dal quale si è andati via per cercare di stare meglio.
L'imprenditorialità degli stranieri, in Piemonte e non solo, nasce, normalmente e soprattutto, dal bisogno. Come dal bisogno ha avuto origine il boom economico italiano, la creazione di un Paese
tra i primi al mondo per produzione di ricchezza, per benessere generale, per welfare.
Certamente, gli incubatori universitari, le scuole di management, tutti i soggetti che promuovono e favoriscono le start up e l'innovazione, sono fonti preziose di imprenditorialità, incentivatori dello spirito d'iniziativa. Ma restano la necessità e la volontà di migliorare le proprie condizioni i più grandi propulsori dell'imprenditorialità, che è il fattore fondamentale ed essenziale del progresso e dello sviluppo di una comunità, non solo economico ma anche sociale e culturale.
La stragrande maggioranza dei piemontesi e degli altri italiani, naturalmente, non si trova nelle condizioni degli immigrati. Non sono molti i piemontesi che avviano un'attività in proprio per vocazione, animati da un irresistibile spirito d'iniziativa, per la soddisfazione di creare, per diventare ricco, per ambizione.
Invece, gran parte dei piemontesi, soprattutto giovani, che prendono la partita Iva o costituiscono un'impresa, lo fanno per necessità, perché non hanno trovato il lavoro che cercavano oppure perché lo hanno perso.
Comunque, la propensione all'imprenditorialità è in calo; mentre aumentano i virus patogeni della de-imprenditorialità e non si intravvedono interventi di cura. Anzi, la prognosi appare infausta. Quasi tutto sembra concorrere all'aggravamento della situazione e della tendenza. In Piemonte, la crisi economica persiste, gli ostacoli alle nuove iniziative non vengono ridotti - al contrario, aumentano gli intralci - non emergono motivi per avere un po' di fiducia, latitano gli incentivi al fare, all'intraprendere.
Eppure, si potrebbe. La vicinissima Milano lo dimostra e non solo Milano. La soluzione del problema è innanzi tutto politica. Le leve del possibile cambiamento stanno nei palazzi delle Amministrazioni pubbliche, a partire da quelle locali, oltre che nelle mani dei principali esponenti del potere economico, finanziario e istituzionale di Torino e del resto del Piemonte.

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