Imprese innovative, la radiografia torinese fatta da Camera di commercio e dal "Poli"


Vincenzo Ilotte, presidente
Camera di commercio di Torino
Sono oltre 1.800 le imprese innovative torinesi e sono aumentate del 10% in un anno. Ecco uno dei risultati della quinta edizione dell’Osservatorio sulle imprese innovative della provincia di Torino, indagine realizzata dalla Camera di commercio e dal Politecnico, uno studio che rappresenta una fotografia completa sulle aziende, grandi piuttosto che Pmi o start up, che nel territorio creano e fanno business con prodotti e servizi innovativi, attraverso strategie, investimenti e modelli di business differenti.
L’innovazione torinese ha un volto e un nome in queste 1.800 aziende, di dimensioni diverse che, grazie ai loro investimenti in R&S (ricerca e sviluppo), riescono a essere competitive nei mercati nazionali e internazionali, dove il successo si gioca sulla qualità e l’affidabilità di prodotti e servizi, più che sul prezzo” ha osservato Vincenzo Ilotte, presidente della Camera di commercio di Torino.
Ilotte ha aggiunto: “In questo vivace panorama non mancano criticità importanti, che, tuttavia, possono, trasformarsi in sfide per il futuro: la scarsa consapevolezza sull’utilità dei sistemi 4.0, il ricorso limitato alla brevettazione, la difficoltà nell’accesso al credito, la necessità di risorse umane con specifiche competenze. Proprio su questi temi il nostro ente può fornire molte risposte: per questo, lanciamo il nostro Desk Start Up, un servizio completo che può aiutare l’impresa innovativa in tutti gli stadi di sviluppo, dalla start up in fase di definizione fino all’azienda già avviata che vuole continuare a crescere anche a livello internazionale”.
Il Desk Start Up della Camera di commercio di Torino mira a essere il punto di approdo per tutte le imprese innovative torinesi: dalla messa a punto dell’idea imprenditoriale, con la definizione di mercato, concorrenti e business plan, passando per l’iscrizione al Registro Imprese, fino alle opportunità di sviluppo e crescita, per esempio con la partecipazione a bandi europei, l’accesso a opportunità di alta formazione o a servizi di valutazione e management dell’innovazione. Il tutto messo gratuitamente a disposizione dell’imprenditore dall’ente camerale torinese, attraverso una serie di professionisti specializzati sul tema dell’innovazione, capaci di intervenire e offrire consulenza anche personalizzata in tutti le fasi di sviluppo dell’impresa (Informazioni e contatti su:www.to.camcom.it/deskstartup).
Le informazioni raccolte dall’Osservatorio monitorano oltre 1.800 aziende, di cui 176 inserite per la prima volta quest’anno. Le imprese devono rispondere a particolari criteri come l’appartenenza a settori high-tech, la presenza di attività brevettuale in anni recenti, l’iscrizione nella sezione speciale del Registro Imprese, la collocazione in incubatori e parchi scientifici, la partecipazione a Poli di Innovazione del Piemonte o a progetti speciali di innovazione della Camera di commercio, l’assegnazione di progetti di ricerca cofinanziati da soggetti pubblici.
Il campione - 420 imprese rispondenti - è costituito per il 48,8% da Pmi e per il 13% da startup. La maggioranza opera in settori ad intensità tecnologica media o alta, con una elevata incidenza di imprese operanti nell’Ict (22,5%). Circa il 54% opera a livello internazionale. dove i prodotti e i servizi realizzati sono soggetti a rapida evoluzione tecnologica.
Rispetto alla precedente indagine del 2014, si registra un aumento nella percentuale di imprese che ha realizzato innovazioni nei processi produttivi/operativi (dal 22,3 al 29,3%). A spiegare questa tendenza è la disponibilità delle agevolazioni fiscali previste dai piani nazionali di Impresa 4.0. lanciati nel 2016 e 2017, aspetto che spiega, inoltre, un significativo aumento nella percentuale di imprese che dichiara di aver usufruito di finanziamenti e agevolazioni pubbliche per l’innovazione (dall’8% del 2014 al 23,5% del campione attualmente esaminato).
Il 68,6% delle imprese dichiara di aver investito in ricerca e sviluppo nel biennio 2016-17, con cifre superiori a 100mila euro/anno nel 49% dei casi. L’innovazione si è concentrata sia sul miglioramento delle caratteristiche e delle prestazioni di prodotti già esistenti (60,5%), sia sull’introduzione di prodotti radicalmente innovativi (42,1%).
L’elevato livello di innovazione si riflette anche nelle caratteristiche del personale impiegato: ben il 32% degli addetti (che in circa il 50% delle imprese è inferiore alle 20 unità) si distribuisce nelle aree di sviluppo prodotto e il 37% ha un titolo di studio pari o superiore alla laurea.
Al di fuori delle grandi aziende, complessivamente emergono limitati livelli di investimenti nelle tecnologie di Impresa 4.0: il 31% delle imprese ritiene che Internet of Things e Big Data non siano applicabili alle proprie attività. Tra le imprese che hanno effettuato investimenti in chiave Impresa 4.0, le tecnologie maggiormente sperimentate e/o utilizzate sono lacyber-security (29,4%), l’Internet of Things (il 22%) e la gestione dei Big Data (21,8%), tutte tecnologie su cui le imprese affermano che concentreranno anche i loro investimenti futuri.
Le agevolazioni fiscali del piano Industria 4.0 hanno favorito in buona parte tali investimenti: il 44,4% delle imprese ha utilizzato almeno una misura e quasi il 70% dichiara che senza tali agevolazioni gli investimenti non sarebbero stati realizzati o lo sarebbero stati in misura minore.
La misura più utilizzata è il credito di imposta per Ricerca e Sviluppo (33,5%), mentre si registra una limitata propensione nell’investire in beni strumentali (solo il 12,8% ha utilizzato l’iper-ammortamento) e software (solo l’8,7% ha utilizzato il super ammortamento), e una tendenza quasi assente verso la brevettazione (il 2,5% ha utilizzato il patent box) e la formazione continua sull’impiego delle nuove tecnologie digitali (il 2,2% ha utilizzato il credito d’imposta per la formazione).
Particolarmente rilevante il ruolo dei clienti nei processi di innovazione di prodotto: il 64,2% delle imprese ritiene che abbiano un ruolo importante nella definizione delle specifiche per i prodotti e le soluzioni innovative. Più marginale è invece l’apporto dei consulenti (27,2%) e dei distributori (18,3%). Le altre fonti di conoscenza innovativa, quali Università o consulenti, sono invece generalmente localizzate sul territorio regionale o nazionale. In particolare, il 28,6% delle imprese ha contratti di collaborazione con Università; decisamente più limitata è l’incidenza di consorzi di imprese (12%), joint venture (7%) o contratti di licensing-out (4%) per la cessione di diritti su proprie tecnologie.
Per quanto concerne le strategie per proteggere il valore economico delle attività di innovazione, i dati confermano la prevalenza di quelle volte a trattenere in azienda le risorse umane depositarie del know-how tecnico e quelle finalizzate a fidelizzare i clienti (59%). Il 31% considera i brevetti una strategia efficace per la valorizzazione dell’innovazione. Il 14% ha depositato in anni recenti domande di brevetto a livello nazionale e l’11% a livello internazionale, valore in diminuzione rispetto al passato.
La mancanza di risorse finanziarie (42%), la carenza di finanziamenti pubblici (42%) e l’incertezza sulla domanda di mercato (19%) sono indicati dalle imprese con maggiore frequenza come fattori che hanno ostacolato nuovi investimenti in R&S nel periodo 2016-2017. Di conseguenza l’autofinanziamento derivante da risorse interne è la fonte finanziaria predominante per la copertura di investimenti in innovazione, per il 60% delle imprese. A questo canale di finanziamento seguono come importanza il credito bancario a lungo termine (25%), le agevolazioni fiscali (23%), il credito bancario a breve (19%), e l’apporto di capitale di rischio da soci preesistenti (17%). I settori del venture capital e del private equity mostrano in questo campione un ruolo assolutamente marginale.
Un terzo delle imprese ha beneficiato di fondi pubblici per sostenere i propri progetti di innovazione: il 36% ha avuto finanziamenti su leggi regionali, il 31% nazionali e il 33% europee. Nel 54,8% dei casi i progetti sarebbero stati realizzati anche in assenza del contributo pubblico, ma con un budget o obiettivi inferiori.
Posta un commento