Perché la biodiversità bancaria resta valida

La rivista inglese “The Banker”, in un suo approfondito articolo in occasione dei dieci anni dall’inizio della crisi economica e finanziaria ne ha recentemente analizzato i motivi, giungendo alla conclusione che più dell’esposizione verso attività rischiose, i cosiddetti sub-prime, la principale causa va ricercata nel cambiamento culturale che, negli anni precedenti, si era andato a diffondere all’interno dei mercati bancari, sbilanciandone l’attività verso operazioni sempre più speculative alla ricerca di guadagni per gli azionisti in un’ottica di breve periodo e a scapito dell’attività di tipo tradizionale verso l’economia reale”.
Inizia così l'intervento di Giuseppe De Lucia, Segretario generale di Assopopolari (l'associazione nazionale fra le banche Popolari), pubblicato da "Firstonline", il prestigioso giornale web nazionale di finanza, Borsa ed economia, diretto magistralmente da Franco Locatelli e presieduto da Ernesto Auci.
De Lucia continua così: “Quella del periodico inglese è un’ulteriore conferma di quanto sia incomprensibile la posizione di chi, ancora oggi e ancora su autorevoli quotidiani, ritiene che il modello che ha caratterizzato le banche del territorio nel passato sia da considerare superato e che solo attraverso un cambiamento di questo modello sia possibile continuare a operare in favore dei territori e, in particolare, delle piccole e medie imprese e delle famiglie. Infatti, non risulta chiaro il motivo che debba spingere a un tale cambiamento visto che il modello ha funzionato, contribuendo ad arginare le fasi recessive del ciclo economico attraverso una politica creditizia fortemente anticiclica. Le ragioni che vengono addotte spesso sono quelle dell’introduzione del nuovo framework di Basilea 3, dell’aumento dei requisiti di capitale, della creazione dell’Unione Bancaria con l’accentramento di numerose funzioni in seno alla Banca Centrale Europea”.
Appare alquanto singolare che proprio le banche cooperative italiane siano quelle che hanno dovuto maggiormente e forzatamente adeguarsi per effetto di decisioni politiche imposte e di provvedimenti che hanno penalizzato principalmente proprio le banche che finora si erano impegnate di più in favore delle comunità di riferimento – riporta Firstonline - Senza considerare che nel caso delle Banche Popolari, la maggior parte di esse aveva già provveduto a raccogliere risorse per aumentare la propria patrimonializzazione prima dell’introduzione della riforma che ha imposto per quelle con oltre otto miliardi di euro di attivo la trasformazione forzosa in società per azioni”. Riforma il cui avvio, comunque, è slittato.
Anche l’auspicio di evitare la frammentazione e migrare “tout court” verso grandi gruppi bancari – aggiunge De Lucia - sembra un controsenso, in quanto diametralmente opposto al tentativo di promozione di quella biodiversità bancaria, che dove era presente ha garantito maggiore stabilità all’economia e ha potuto meglio supportare il tessuto produttivo”.
Che il modello tradizionale di banca sia ancora pienamente attuale lo dimostra anche l’evoluzione che si sta registrando nell’ambito del Fintech. Con l’entrata in vigore lo scorso gennaio della normativa Psd2 in materia di pagamenti elettronici, è aumentata la concorrenza sul mercato dei pagamenti grazie all’ingresso di nuovi soggetti non bancari ,che dovrebbero collaborare proprio con le banche stesse. Questo spingerà sempre di più quest’ultime a cambiare la propria cultura per poter collaborare al meglio” sottolinea il Segretario generale di Assopopolari, secondo il quale “E’, dunque, necessario che le banche cambino la propria impostazione gerarchica in un modello più orizzontale, che contempli un maggior grado di condivisione e di partecipazione, così come avviene proprio nelle banche cooperative o del territorio, dove il radicamento territoriale e l’identificazione con i soci e gli stakeholders favorisce la banca nella lettura delle esigenze della clientela e nell’individuazione di soluzioni condivise promosse dal basso”.

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