Mappa dei peggiori pagatori pubblici

Ne esce maluccio, il Nord Ovest, da un nuovo studio sui ritardi dei pagamenti dei fornitori da parte degli enti pubblici. Tant'è vero che l'onore è salvato soltanto da due piccoli comuni piemontesi, gli unici soggetti a figurare in una delle tre classifiche nazionali relative ai venti migliori pagatori; mentre sette si trovano nelle graduatorie che comprendono i venti maggiori ritardatari.
Lo studio in questione è appena stato pubblicato dalla Cgia, l'associazione degli artigiani e delle piccole imprese di imprese, che, fra l'altro, se l'è presa anche con Equitalia, accusata di predicare bene e razzolare male: “Quando era chiamata a riscuotere – ha scritto la Cgia – non guardava in faccia nessuno. Nei confronti dei contribuenti era rigorosa, inflessibile e non ammetteva alcuna giustificazione. Per contro, quando doveva onorare gli impegni contrattuali sottoscritti, almeno alla luce di quanto è accaduto nel 2016, questa precisione e meticolosità nel rispettare le scadenze sfumavano, al punto che liquidava i propri fornitori oltre i termini di legge”.
Nel 2016, Equitalia ha pagato con 13 giorni di ritardo, medi ponderati, rispetto ai 30 giorni che la legge prevede come termine entro il quale le amministrazioni pubbliche devono saldare le fatture. L'Inps ha ritardato di 29 giorni, mediamente. E tanti altri enti, ministeri compresi, hanno fatto ancora peggio, molto peggio.
Comunque, tornando al Nord Ovest, il gol della bandiera l'hanno segnato i piccoli comuni piemontesi di Oldenico (Vercelli) e di Germagno (Verbania): entrambi con poco più di 200 abitanti, l'anno scorso, si sono piazzati tra i primi venti migliori pagatori della categoria. Oldenico ha saldato le fatture dei fornitori addirittura con 28 giorni di anticipo rispetto al limite previsto dalla legge, ottenendo così la medaglia di bronzo, a pari merito con due municipi lombardi (l'oro è andato al comune sardo di Lunamatrona e l'argento ad Aiello del Friuli: il primo ha pagato con un anticipo di 30 giorni rispetto alla scadenza e il secondo con 29 giorni).
Proprio Verbania, invece, è risultata in testa alla graduatoria italiana delle province che, nel 2016, hanno pagato i fornitori con i maggiori ritardi: quello attribuito a Verbania è stato di 175 giorni, ancora più di Ascoli Piceno, seconda con 111 e i 94 di Benevento, terza.
Le altre province del Nord Ovest entrate nella classifica dei venti peggiori pagatori sono: la Spezia, quarta con 69 giorni di ritardo, la Città Metropolitana di Torino, decima con 49 giorni, Alessandria dodicesima con 46 e Asti diciasettesima con 35. Nessuna tra le venti che hanno pagato in anticipo.
Per quanto riguarda gli enti della sanità pubblica, situazione analoga alla precedente: nessuna Asl o Usl o soggetto simile di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, tra i primi 20 enti del Servizio sanitario nazionale che hanno pagato i fornitori in anticipo rispetto alla scadenza prevista dalla legge; mentre tre sono tra i venti con i maggiori ritardi.
Si tratta dell'Azienda ospedaliero-universitaria Maggiore della Carità (Novara), ottava a livello italiano per i suoi 100 giorni di ritardo, l'Asl della provincia di Biella, diciasettesima per i suoi 65 giorni e l'Asl Torino 3, ventesima per i 56 giorni.

Lo studio della Cgia di Mestre non comprende le Regioni, “per l'impossibilità di realizzare un confronta a causa della mancanza di dati omogenei”.

Rischio usura, tante richieste d'aiuto

Altre 700. Tante sono le richieste di aiuto già pervenute alla Scialuppa Crt Onlus – Fondazione anti usura, dall'inizio di gennaio a oggi, da parte di famiglie di Piemonte e Valle d'Aosta in gravi difficoltà per l'eccessivo indebitamento. Il numero degli sos assume un valore ancora maggiore se si considera che nell'intero 2016 le domande di salvataggio sono state 793, cifra che certamente risulterà superata al 31 dicembre prossimo.
Nei primi nove mesi di quest'anno, la Scialuppa Crt Onlus, presieduta da Ernesto Ramojno (consigliere delegato è Luciana Malatesta) ha deliberato interventi per oltre 2 milioni di euro a favore di soggetti a rischio di usura, mettendoli nelle condizioni non soltanto di cadere nelle grinfie degli strozzina ma anche di rendere di nuovo sostenibile la loro posizione debitoria.
L'intervento materiale della Scialuppa Crt Onlus, infatti, consiste nella concessione della garanzia necessaria perché le banche convenzionate eroghino un nuovo prestito alla persona in difficoltà che, fra l'altro, non avrebbe potuto più ricorrere agli istituti di credito in quanto finita nella lista dei debitori non più affidabili.
Fra l'altro, il nuovo prestito, restituibile con rate che la famiglia può pagare più facilmente sia per il tasso minimo sia per la lunga durata, che le rende sopportabili, viene erogato dopo il pagamento di tutti i debiti precedenti, non pochi dei quali tagliati grazie alle trattative fatte dal volontario della Scialuppa Crt Onlus che si è preso cura della pratica.
L'ente benefico, costituito vent'anni fa dalla Fondazione Crt, finora ha deliberato oltre 2.000 pratiche di finanziamento, ha concesso garanzie per poco meno di 36 milioni di euro e ha dato, sempre in modo del tutto gratuito, poco meno di 13.400 consulenze a famiglie, artigiani e commercianti troppo indebitati e, perciò, a rischio usura.
La Scialuppa Crt Onlus è una delle due fondazioni torinesi anti usura; l'altra è la San Matteo.
Ernesto Ramojno presidente La Scialuppa Crt Onlus

“ANTENNE DI ASCOLTO SULLA RAMPA DI LANCIO”

A proposito, ancora, di enti benefici e volontario, sempre a Torino, è sulla rampa di lancio “Antenne di ascolto”, un nuovo centro di assistenza per “donne e uomini d'impresa in difficoltà” promosso dall'Arcidiocesi e dall'Ucid, l'unione degli imprenditori e dirigenti cattolici.
All'iniziativa hanno già aderito la Commissione regionale dell'Abi (Associazione Bancaria Italiana), la direzione piemontese e valdostana di Equitalia, l'Unione Industriale di Torino, la locale Api (associazione piccole e medie imprese), l'Ascom-Confcommercio, la sezione provinciale della Cna (Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa) e la Confartigianato Imprese di Torino.
La gestione operativa di “Antenne d'ascolto”, che dovrebbe trovare collocazione all'interno della Fondazione Operti, per ora fa capo a Giancarlo Picco, Pierfranco Rivolo e a Roberto Vio, i primi due esponenti dell'Ucid e il terzo dell'Ufficio per la Pastorale del Lavoro.

Volontari che s'impegneranno nell'attività del nuovo centro d'ascolto hanno già seguito dei corsi di formazione, secondo il relativo progetto della psicologa Enrica Gagliardi.  

La Fiorentini "promossa" per il suo boom

Tra le mille pmi europee non quotate in Borsa selezionate, per i loro alti tassi di sviluppo, dalla London Stock Exchange, la società che gestisce anche Piazza Affari, 110 sono italiane e una di queste è la torinese Fiorentini Alimentari, leader nel nostro Paese per le gallette di cereali “soffiati” (mais, riso e non solo).
Questa impresa, le cui origini risalgono al 1918, come rivendita di alimentari esotici, per iniziativa di Leonildo Fiorentini, per una dozzina d'anni, fino al 2016, è cresciuta a due cifre, ininterrottamente, arrivando così a fatturare 80 milioni di euro.
La Fiorentini, che conta oltre 200 dipendenti, ha una vastissima gamma di prodotti, tutti rigorosamente bio, dietetici, senza glutine, certificati, di alta qualità e saporiti, quindi salutistici e macrobiotici. La lista dell'offerta si allunga continuamente e diverse specialità ricevono premi anche all'estero, dove l'azienda è sempre più presente.
A breve, la Fiorentini lancerà uno snack innovativo in monoporzioni che, esordirà nei mercati Esselunga, con la quale l'impresa torinese ha appena raggiunto un accordo per la collocazione privilegiata accanto alle casse, ulteriore riconoscimento della sua affermazione su in notevole sviluppo.
La Fiorentini Alimentari, che possiede al 100% la Birko, società che realizza le specialità della sua controllante commerciale, è presieduta da Roberto Fiorentini, nipote del fondatore, 67 anni, laurea in Economia e commercio, padre di Simona e Fabrizia, già impegnate nell'impresa di famiglia con i rispettivi mariti. Amministratore delegato è la moglie di Roberto Fiorentini, Adriana.
In seguito al costante sviluppo, la Fiorentini Alimentari, che produce anche per altre marche e il cui capitale è tutto in mano all'omonima famiglia, ha dato il via ai lavori di costruzione di un nuovo stabilimento, a Trofarello, nella cintura del capoluogo piemontese. E' previsto un investimento di 30 milioni.
Roberto Fiorentini, presidente Fiorentini Alimentari

Ai raggi X i conti delle Università

Poco meno di 1,1 miliardi di euro. E' la somma dei proventi operativi 2016 (entrate) delle quattro università statali del Nord Ovest, che, insieme, hanno circa 145.000 iscritti e quasi 9.000 dipendenti, la meta dei quali è costituita dal personale dedicato alla didattica e alla ricerca. I quattro atenei sono l'Università e il Politecnico di Torino, l'Università di Genova e l'Università del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro (Upo).
Il Nord Ovest dispone di altri due atenei, non statali, ma che sono riconosciuti dal Miur, il ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca: l'Università della Valle d'Aosta e l'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, che ha sede a Pollenzo, nel Cuneese, ed è più conosciuta come l'Università del Gusto, come l'aveva battezzata il suo fondatore, il braidese Carlin Petrini.
Se si facesse un bilancio consolidato degli atenei statali di Piemonte e Liguria, relativamente all'esercizio 2016, riporterebbe, fra l'altro, costi operativi per circa 902 milioni, un risultato netto (utile) di poco inferiore ai 61 milioni, debiti per oltre 217 milioni, a fronte dei quali, però, si troverebbe un patrimonio netto di quasi 940 milioni.
In merito ai proventi operativi, la disaggregazione dei dati mostra che quelli propri – prevalentemente le tasse d'iscrizione e i ricavi conseguenti a ricerche commissionate da soggetti esterni e trasferimenti tecnologici – sono stati pari a 285,5 milioni, mentre sono ammontati a 666,4 milioni i contributi ricevuti dal Miur, nell'esercizio.
Quanto ai costi operativi, quelli dovuti al personale tutto sono stati di 559 milioni, dei quali 442 per docenti e ricercatori. Ha poi sfiorato i 126 milioni la spesa dei quattro atenei per il sostegno dei loro studenti, innanzi tutto con le borse di studio.
L'Università del Nord Ovest più grande è quella di Torino, mentre il Politecnico subalpino può vantare il risultato netto più alto: 42,869 milioni (37,698 nel 2015), a fronte dei 13,184 milioni della Upo (Piemonte Orientale), i neppure due milioni sia dell'Università di Torino(per la precisione 1,931 milioni) sia di quella di Genova (1,862 milioni).
L'Università di Torino, il cui rettore è Gianmaria Ajani, conta poco meno di 70.000 iscritti, 1.174 professori, 742 ricercatori e oltre 1.800 addetti amministrativi. Nel 2016, i suoi proventi sono stati di 448,3 milioni (460,2 nel 2015), di cui 107,8 propri (111,3) e 281,7 rappresentati dai contributi ministeriali (287 milioni nell'esercizio precedente).
I costi operativi dell'ateneo guidato da Ajani, che al 31 dicembre presentava debiti per 131,6 milioni e un patrimonio netto pari a 412,7 milioni, sono stati pari a 425,7 milioni (427,1 nel 2015): 259,2 milioni per il personale tutto (189,1 milioni per quello dedicato alla didattica e alla ricerca) e 56,9 milioni per il sostegno degli studenti.
Politecnico, rettore Marco Gilli: 31.500 iscritti, 693 docenti, 261 ricercatori, 871 amministrativi. Dei proventi 2016, pari a 265 milioni (251 nell'esercizio precedente), 89,7 milioni sono propri (85,4) e 135,5 arrivati dal Miur (133,8). I costi operativi sono rimasti uguali al 2015,cioè sui 208 milioni, 121,3 dei quali dovuti al personale (125,8) e, in particolare, 85,6 milioni a professori più ricercatori (87,1). Le spese di sostegno degli studenti sono salite da 18,2 a 19,9 milioni. I debiti sono scesi da 68,1 a 64,3 milioni, mentre il patrimonio netto è cresciuto da 275,4 a 312,6 milioni.
Upo. L'Università del Piemonte Orientale, il cui rettore è Cesare Emanuel, ha circa 12.000 iscritti, 236 professori, 109 ricercatori e 307 dipendenti tecnico-amministrativi. I suoi proventi operativi sono risultati pari a 89,3 milioni (91 nel 2015), dei quali 19,6 propri (18,8) e 56,3 arrivati dal Miur (56). Il totale dei costi operativi, 74,6 milioni, come nel 2015, è formato dai 43 milioni per il personale, compresi i 32, invariati, per quello dedicato alla didattica e alla ricerca, più gli 11,4 milioni spesi per il sostegno degli studenti, cifra analoga a quella del 2015. Al 31 dicembre, i suoi debiti ammontavano a 4,8 milioni (3,1) e il patrimonio netto a 83,2 milioni (75,7).

Infine l'Università di Genova, che ha al vertice il rettore Paolo Comanducci. Circa 31 iscritti, 785 professori, 470 ricercatori e 1.418 amministrativi. Proventi operativi per 294,8 milioni (298,3 nel 2015), 68,3 dei quali propri (70,3) e 193 di origine Miur (196,2). Totale dei costi operativi: 289,2 milioni (298,2), dei quali 193,6 milioni per il personale (202,4) e, in particolare, 135,3 per quello dedicato alla didattica e alla ricerca (144,3), e 37,6 milioni per il sostegno degli studenti (36,5). Debiti per 16,7 milioni (14,9) e patrimonio netto per 129,2 (127,3 al 31 dicembre del 2015).
Marco Gilli rettore Politecnico

Gianmaria Ajani rettore Università Torino


Paolo Comanducci rettore Università Genova

Cesare Emanuel rettore Upo




Reale Group cresce, Intesa Sanpaolo sfida

“Reale Group chiude un buon primo semestre 2017, con risultati ampiamente positivi e la conferma di una solida capacità di sviluppo redditizio sia in Spagna sia in Italia, malgrado le difficoltà di crescita del mercato interno. E si consolida ulteriormente con l'acquisizione di Uniqa in Italia e il lancio di Reale Chile Seguras sul mercato sudamericano”: questo il commento di Luca Filippone, direttore generale di Reale Mutua, la compagnia a capo dell'omonimo gruppo torinese che conta oltre 3,8 milioni di assicurati e più di 3.600 dipendenti.
Nei primi sei mesi 2017, l'utile netto di pertinenza del Gruppo Reale è stato di 50,5 milioni, in sostanziale continuità con quello del primo semestre dell'anno scorso, nonostante la svalutazione del Fondo Atlante per ulteriore 18 milioni.
La raccolta premi complessiva è cresciuta del 13,2% rispetto al corrispondente periodo 2016, raggiungendo così i 2,085 miliardi; in particolare, la raccolta Vita è aumentata del 27,1% e del 7,9% quella Danni. Il patrimonio netto è salito a 2,460 miliardi dai 2,363 miliardi del 30 giugno 2016.
Tutti questi risultati tengono conto degli impatti derivati sia dall'acquisto delle imprese italiane del gruppo austriaco Uniqa, completato lo scorso maggio, sia dall'avvio dell'operatività della Reale Chile Seguros.

Nello stesso giorno dell'emissione della semestrale di Reale Group, diversi quotidiani hanno pubblicato che Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, mira a far crescere le attività assicurative del Gruppo anche nel ramo Danni, tanto da diventarne uno degli attori principali, in Italia,entro quattro anni e il primo entro i quattro anni successivi. Primo come lo è già nel ramo Vita. “Diventare leader in Italia nel ramo Danni – ha dichiarato Carlo Messina – non è impossibile, come abbiamo già dimostrato nel Vita e nell'asset management”.
Attualmente, le attività assicurative del Gruppo fanno capo a Intesa Sanpaolo Vita, compagnia con sede legale a Torino, presieduta dal piemontese Luigi Maranzana, ex amministratore delegato del glorioso “Sanpaolo”, e guidata da Nicola Maria Fioravanti, amministratore delegato e responsabile della Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo..

Nel primo semestre di quest'anno Intesa Sanpaolo Vita ha conseguito un utile netto di 375,3 milioni, e ha registrato una produzione netta Vita pari a 3,666 miliardi. Il suo patrimonio netto è ammontato a 5,520 miliardi.

Nicola Maria Fioravanti, responsabile Insurance Isp
Luca Filippone, direttore generale Reale Mutua 
                                              



Due "casi" liguri: Orsero e Carige

Giornata nera, quella odierna, per il titolo Orsero, uno dei quattro liguri (gli altri sono: Erg, Banca Carige e Boero Bartolomeo, che però ha già avviato le procedure per uscire dal listino di Piazza Affari). L'azione Orsero, infatti, ha chiuso a 10,51 euro, il 15,65% in meno rispetto alla quotazione precedente. L'”orso” ha portato Orsero vicino al minimo del 2017, che è stato di 9,36 euro, segnato il 9 gennaio. Nonostante la caduta di oggi, però, l'azione dell'impresa di Albenga, guidata da Raffaella Orsero (vice presidente e amministratore delegato) mostra un valore ancora superiore del 17,7% a un anno fa.
Il tonfo è sopraggiunto il giorno dopo la comunicazione dei risultati conseguiti nel primo semestre 2017. Dati non tutti positivi. Se, infatti, i ricavi netti sono ammontati a 473 milioni (336,6 nel corrispondente periodo precedente), l'utile netto è stato di 20 milioni (11,4 nel gennaio-giugno dell'anno scorso) e il patrimonio netto è salito a 149,2 milioni dai 116,5 di fine 2016; il margine lordo è sceso da 43,8 a 38,1 milioni e l'indebitamento netto è cresciuto dai 49,1 milioni del 31 dicembre 2016 ai 76,8 milioni del 30 giugno, comprensivi però dei 20,4 milioni spesati per le acquisizioni.

Anche per l'azione ordinaria di Banca Carige le contrattazioni odierne di Borsa si sono chiuse in rosso, dato che l'ultimo prezzo è stato di 0,23 euro (-1,24%). Un risultato che molti hanno ritenuto non negativo in considerazione della notizia, pubblicata con grande evidenza, che la continuità aziendale dell'istituto creditizio genovese potrebbe essere a rischio se il piano di rafforzamento patrimoniale non raggiungerà tutti gli obiettivi.
In risposta alla richiesta di chiarimenti da parte della Consob, infatti, la stessa Banca Carige ha scritto che “qualora anche una sola” delle operazioni di rafforzamento – l'aumento di capitale, la conversione di individuati bond subordinati e vendita di assest - “non si realizzasse in tutto o in parte, i requisiti patrimoniali della Banca potrebbero risultare inferiori a quelli indicati dalla Bce, richiedendo ulteriori misure di rafforzamento patrimoniale, ovvero determinando altri interventi da parte dell'Autorità di Vigilanza”.
In parole povere, è stato paventato il rischio di una fine come quella di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Ipotesi che, tuttavia, giudica non realistica chi conosce a fondo Vittorio Malacalza, diventato il nuovo azionista di riferimento dopo le dismissioni della Fondazione Carige. Per il suo 17,5% di Banca Carige, fino a qualche anno fa sesto gruppo bancario in Italia, Vittorio Malacalza ha investito oltre 230 milioni, che certamente non intende perdere, come succederebbe in caso di liquidazione.
Malacalza è un imprenditore tosto, come ha dimostrato e continua a dimostrare. Volontà e tenacia sono sue caratteristiche. Ha battezzato “Mai domo” la sua barca a vela, tanto per essere chiaro. E soltanto uno così poteva affrontare la sfida Carige, banca certamente non amata da regolatori e vigilanti e banca che, altrettanto certamente, qualcuno voleva finisse in altre mani. E soltanto uno come Malacalza ha potuto resistere e reagire, finora, a tutti gli attacchi, visibili e non.
A questo punto, Malacalza è anche l'ultima speranza per i piccoli azionisti e i detentori delle obbligazioni meno rischiose. Se perderà lui, avranno perso tutti.

Vittorio Malacalza, azionista di riferimento di Banca Carige

Quanto ci prende il fisco ogni anno

Nel nostro Paese, c'è un soggetto che, mese dopo mese, da innumerevoli anni, continua ad aumentare i suoi “ricavi”: è il Fisco, inteso come cassa pubblica dove finiscono gli introiti derivanti da imposte, tasse, tributi, contributi, addizionali, accise e così via. Le prove della crescita progressiva degli incassi fiscali arrivano, puntualmente, ogni trenta giorni, con i dati diramati dal Mef, il ministero dell'Economia e delle Finanze.
Così, l'ultimo rapporto del Mef riferisce che le entrate tributarie e contributive, nei primi sette mesi 2017, sono aumentate di altri 6 miliardi di euro (+1,6% rispetto all'analogo periodo 2016). In particolare, le entrate tributarie sono ammontate a 259,229 miliardi (+1,5) e a 28,625 miliardi (+2,8%) quelle degli enti territoriali (Regioni, Comuni, Province e altri Enti locali); quanto alle entrate contributive (Inps, Inail e gli altri enti previdenziali privatizzati) sono state pari a 129,650 miliardi (+1,7%).
Il totali degli incassi fiscali nei primi sette mesi è di 415,7 miliardi, tale da da far prevedere facilmente che il 2017 si chiuderà con una somma ben superiore ai 732,1 miliardi introitati dal Fisco nell'intero 2016.
Altrettanto prevedibile, perciò, è che risulterà ancora maggiore l'”apporto” finanziario fornito alle Amministrazioni pubbliche da parte dei contribuenti in regola con il Fisco (non tutti gli italiani lo sono). In proposito, la Cgia, associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre, ha appena pubblicato uno studio su quanto ha versato, in media, ogni abitante delle diverse regioni, come entrate tributarie alle Amministrazioni centrali e territoriali (dati del 2015, ultimi disponibili).
Così, è emerso che se ogni soggetto italiano (media fatta contando sia le persone fisiche, compresi neonati e ultracentenari, sia le imprese, più gli evasori di entrambe le categorie) ha partecipate alle entrate tributarie per 8.800 euro (nel 2015), il lombardo lo ha fatto per 11.898 euro (primato nazionale) e il calabrese per 5.436 euro, meno di tutti gli altri.
Dal soggetto ligure medio sono arrivati 10.121 euro nelle casse delle Amministrazioni centrali e territoriali, cifra superiore ai 9.590 euro del piemontese e valdostano. La Liguria, pertanto, si è piazzata quinta nella classifica redatta sulla base delle entrate tributarie dal residente medio, mentre sono risultati sesti Piemonte e Valle d'Aosta.
Le tre regioni del Nord Ovest sono state precedute, nell'ordine, da Lazio (10.452 euro), Emilia-Romagna (10.810), Trentino-Alto Adige (11.029) e, appunto, Lombardia. A loro volta, si sono trovate davanti anche a Veneto (9.408 euro), Toscana (9.390) e Friuli-Venezia Giulia (9.311), che chiude la top ten.
Nell'anno d'imposta 2015, le persone fisiche che hanno presentato la dichiarazione dei redditi sono state 40,8 milioni (+0,1% sul 2015), per un totale dichiarato di 833 miliardi (media do 20.690 euro pro-capite). Però, l''82% del reddito complessivo dichiarato è rappresentato dai redditi da lavoro dipendente e da pensione; in particolare, quest'ultimo, vale il 30% del reddito complessivo dichiarato.
Un quadro che autorizza a ritenere attendibili le stime sull'evasione fiscale nel nostro Paese. Una nuova indicazione delle somme sottratte all'Erario arrivata da Unimpresa, secondo la quale l'evasione fiscale in Italia è di circa 87 miliardi all'anno.

La stessa Unimpresa ha calcolato che, negli ultimi dieci anni, l'attività di recupero delle imposte fatta dall'amministrazione ha portato nelle casse dello Stato solo 119,8 miliardi a fronte degli 850 dovuti. Comunque, il recupero è in crescita, come confermano i 19 miliardi incassati nel 2016.

Aeroporti, Torino "vola"

Estate double face per gli aeroporti del Nord Ovest: è stata buona per lo scalo di Torino, così così per quello di Genova, molto fredda per quello cuneese di Levaldigi. 
La Sagat, che gestisce l'aeroporto di Caselle-Torino, ha contato 367.396 passeggeri in agosto (+6,3% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso), 388.502 in luglio (+6,6%) e 363.000 in giugno (+5,5%). Trimestre tutto positivo, perciò, per la Sagat, che nel 2016 ha contato 3.950.908 passeggeri, con un incremento del 7,8%, che ha consentito di far segnare allo scalo torinese il suo record storico, destinato però a essere superato a fine 2017.
Fra l'altro, con quello di agosto sono 44 i mesi consecutivi di crescita dei passeggeri che hanno utilizzato l'aeroporto di Torino, che sta aumentano anche i collegamenti con nuove linee.
La cura di Roberto Barbieri, amministratore delegato, fa molto bene alla Sagat, che ha chiuso l'esercizio passato con un fatturato di 56,7 milioni (+16,6% rispetto al 2015) e un utile netto di circa 6,5 milioni. Sagat, controllata da F2i Aeroporti con il 75,3% del capitale (il 10% fa capo al Comune di Torino, il 5% alla Città Metropolitana e il resto a Tecno Holding), nel 2016 ha fatto investimenti per 4,7 milioni e ha terminato l'anno con una posizione finanziaria netta positiva per 17,5 milioni.
L'aeroporto di Genova, pubblico a larga maggioranza (il 60% appartiene all'Autorità portuale e il 25% alla locale Camera di Commercio, a fronte del 15% di Adr, Aeroporti di Roma), ha registrato 130.282 passeggeri in agosto (-0,8% rispetto al corrispondente mese del 2016), 137.113 in luglio (+0,3%) e 129.705 (-1,4%).
In tutto il 2016, l'aeroporto di Genova, al cui vertice si è appena insediato Paolo Odone, ex presidente della Camera di Commercio, ha registrato 1.269.756 passeggeri (1.363.240 nel 2015), ricavi per 25,260 milioni (23,686) e un utile netto di 795.495 euro (circa 125.000 nell'esercizio precedente). Il risultato dell'anno scorso è stato il più alto conseguito dalla società di gestione dello scalo, tale da far salire il suo roe (indice di redditività) al 12,82% e il patrimonio netto a 6,6 milioni.
Infine, l'aeroporto di Levaldigi (Cuneo), gestito dalla Geac, presieduta da Giuseppe Viriglio. I suoi passeggeri sono stati 15.046 in agosto (-6,1%), 12.706 in luglio (-13,8%) e 10.543 in giugno (-18,2%).
Roberto Barbieri, amministratore delegato Sagat 

Nuovo record di Diasorin

Nuovo record borsistico di Diasorin, società piemontese leader nel mercato della diagnostica in vitro (produce e vende in tutto il mondo kit di reagenti destinati all'analisi clinica di laboratorio). Il prezzo finale della sua azione, alle contrattazioni di oggi 25 settembre, è stato di 75,85 euro, superiore dell'1,68% a quello della seduta precedente e il più alto fatto segnare finora. Negli ultimi cinque anni il valore del titolo Diasorin, a Piazza Affari, è aumentato di 52,6 euro; infatti, in questi stessi giorni del 2012 quotava 26,2 euro. Il primato precedente era stato fatto segnare un paio di mesi fa con il prezzo di 75,15 euro.
Diasorin ha sede a Saluggia (Vercelli), conta oltre 1.700 dipendenti; nel primo semestre di quest'anno ha fatturato 319,3 milioni (+19,9% rispetto allo stesso periodo precedente) e ha conseguito un utile netto di 33,6 milioni (+14,4%). Nell'intero 2016 aveva fatturato poco meno di 570 milioni e ne aveva guadagnati oltre 112. Il suo piano industriale prevede, fra l'altro, ricavi pari a circa 735 milioni nel 2019.
Diasorin, la cui capitalizzazione ha sfiorato i 4,2 miliardi ed ha una posizione finanziaria netta positiva per quasi 90 milioni, è controllata dalla famiglia torinese Denegri, rappresentata al vertice della società da Gustavo Denegri e da suo figlio Michele, rispettivamente presidente e vice. Amministratore delegato è Carlo Rosa.

Gustavo Denegri presidente Diasorin 
Carlo Rosa amministratore delegato Diasorin













KI GROUP ANCORA IN PERDITA
Notizie meno positive, invece, da un'altra quotata piemontese. Infatti, Ki Group, presieduta da Daniela Garnero Santantché, oggi ha approvato il bilancio semestrale al 30 giugno 2017, chiuso con ricavi per 24,67 milioni (29,23 nello stesso periodo 2016) e con una perdita di 0,7 milioni, a fronte dei 0,65 milioni emersi al 30 giugno dell'anno scorso. E' migliorata di circa un milione, invece, la posizione finanziaria netta, comunque ancora negativa per 7,18 milioni.

Corsera torinese, fatta la squadra

E' quasi del tutto definita la squadra che costituirà la redazione torinese del Corriere della Sera per l'edizione locale, che avrà 14 giornalisti più una schiera di collaboratori. Anche la sede è già stata scelta: secondo piano di Galleria San Federico, che in passato ha ospitato La Stampa, quotidiano che avrà la forte concorrenza del Corsera torinese, come la Repubblica.
Umberto La Rocca, chiamato alla guida della redazione torinese del Corriere della Sera dal direttore dello stesso, Luciano Fontana, e dal suo editore, Urbano Cairo, nuovo azionista di controllo di Rcs Group, avrà come vice il torinese Enrico Caiano, 53 anni, capo redattore al quotidiano milanese di via Solferino, dove è approdato, oltre vent'anni fa, per farvi una brillante carriera. Dal Corsera arriveranno altri sei giornalisti.
L'edizione subalpina del Corriere della Sera, il cui esordio è previsto entro la prima metà di novembre, avrà una fogliazione quotidiana di 16-24 pagine, tutte interne al giornale.
Nel capoluogo piemontese e non solo c'è molta attesa per questa nuova iniziativa editoriale, fra l'altro in controtendenza.

Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera

Ersel punta alla banca Albertini Syz

Una banca privata milanese, specializzata nel private banking e nell'asset allocation (gestione di patrimoni facoltosi) è nel mirino di un prestigioso e forte gruppo finanziario torinese, il cui capitale appartiene interamente alla famiglia del fondatore.
La banca milanese è la Albertini Syz, che fa capo al gruppo bancario svizzero Syz, che la controlla dal 2002 con il 64,3% (il restante 35,7% è di Alberto Albertini, amministratore delegato e figlio di Isidoro, che l'ha costituita nel 1952). La banca Albertini Syz ha in gestione attivi per 2,8 miliardi, 5 uffici in Italia e 66 dipendenti).
Ad aspirare all'acquisizione del controllo della Albertini Syz, rilevandolo dal gruppo svizzero, è l'Ersel, gruppo subalpino che da oltre ottant'anni gestisce patrimoni: al 31 marzo scorso, aveva asset netti della clientela pari a 14,8 miliardi, un patrimonio netto consolidato di 623 milioni e 215 dipendenti, impegnati nelle diverse società che lo formano: Ersel Investimenti, Ersel Sim, Ersel Asset Management, Ersel Gestion International Sa, Fidersel Fiduciaria, Simon Fiduciaria e Norman Fiduciaria, queste ultime due comprate nel 2015.
Per la Albertini Syz, l'Ersel è in gara con Credit Suisse, Banca Profilo e Cassa Lombarda.
Al vertice del gruppo Ersel, nato nel capoluogo piemontese nel 1936 anni fa, per iniziativa di Giuseppe Giubergia, si trova Ersel Investimenti, il cui presidente è Bruno Argentero e vice Antonio Scalvini. Amministratore delegato è Guido Giubergia, numero uno dell'intero Gruppo, fondato da suo nonno e sviluppato dal padre Renzo, insieme con il cognato Bruno Argentero.
Del consiglio di amministrazione di Ersel Investimenti fanno parte anche Paola e Francesca Giubergia, rispettivamente sorella e figlia di Guido, oltre che Daniela Argentero, Ferruccio Luppi e Mario Mauro.

Guido Giubergia, numero 1 del Gruppo Ersel


Alla ribalta

SERGIO MARCHIONNE E FCA

Venerdì 22 settembre, l'azione Fca ha chiuso in Borsa a 15,05 euro, prezzo mai raggiunto prima e tale da far superare i 22,2 miliardi di euro il valore attribuito dal mercato all'impresa pilotata, magistralmente, da Sergio Marchionne. La nuova impennata del titolo è stata motivata dalle voci di una possibile alleanza tra Fiat Chrysler Automobiles e la coreana Hyundai, che controlla anche la Kia. Se l'ipotesi diventasse realtà, il nuovo gruppo si piazzerebbe ai primi posti a livello mondiale.
E pensare che, ancora un anno fa, l'azione Fca era scambiata a 5,7 euro, oltre il 160% in meno rispetto all'ultima quotazione. Non solo: quasi non passa mese, per non dire settimana, che non si parli di interessi di diversi soggetti verso il Gruppo nella sua completezza o di sue parti, dalla Jeep all'Alfa Romeo, alla Magneti Marelli. Intanto, Sergio Marchionne firma nuovi accordi con Costruttori del calibro di Bmw, vara progetti, realizza investimenti, annuncia risultati sempre migliori e, persino, il prossimo azzeramento dell'indebitamento netto.
Inevitabile che Marchionne abbia riconquistato il primo posto nella classifica dei manager più ammirati e con la più diffusa reputazione.
Sergio Marchionne al banchetto Da Massimo, mercato torinese della Crocetta

MESSINA-BARRESE E INTESA SANPAOLO

Forse pochi hanno notato che un altro gruppo del Nord Ovest, Intesa Sanpaolo, ha fatto segnare, venerdì, un suo record borsistico. L'azione del leader bancario italiano (oltre 4.600 sportelli e 12,3 milioni di clienti) ha chiuso le contrattazioni a 2,972 euro, dopo essere arrivata, nella giornata, fino a 2,998 euro. Il livello raggiunto è il più alto dall'inizio dell'anno e ha portato la capitalizzazione di Intesa Sanpaolo a 47,135 miliardi.
Quanta strada abbia fatto, a Piazza Affari, il gruppo presieduto dal torinese Gian Maria Gros.Pietro (Carlo Messina è l'amministratore delegato e Stefano Barrese il responsabile della Banca dei Territori) emerge anche dalla constatazione che alla fine di giugno 2016 l'azione Intesa Sanpaolo quotava 1,6 euro, meno della metà del prezzo registrato nell'estate precedente: 3,6 euro, massimo storico.
Intesa Sanpaolo, il cui maggior azionista è la Compagnia di San Paolo con il 9,198% del capitale – Blackrock ha il 5%, Fondazione Cariplo il 4,836% e Fondazione Cariparo solo più il 2,989% essendo scesa dal precedente 4,38% - ha da poco acquisito buona parte di Banca Veneto e della Popolare di Vicenza, finite in liquidazione; inoltre, ha accelerato i suoi prestiti a famiglie imprese, alle quali ha erogato 25 miliardi nei primi sei mesi, il 6,5% in più rispetto allo stesso periodo 2016.

Carlo Messina amministratore delegato Intesa San Paolo
Stefano Barrese responsabile Banca dei Territori


MAURIZIO E FEDERICO SELLA

Banca Patrimoni Sella & C., istituto torinese specializzato nel private banking, controllato da Banca Sella Holding e guidato da Federico Sella con il padre Maurizio – amministratore delegato e direttore generale il primo, presidente il secondo – ha rilevato le attività italiane di wealth management da Schroders, la quale, in cambio, diventa socia di Banca Patrimoni. L'accordo, trattato per mesi, è stato ufficializzato, con la notizia che il gruppo biellese è stato assistito, nell'operazione, dallo studio legale Pedersoli.
Banca Patrimoni Sella & C. ha chiuso il bilancio 2016 con una raccolta globale di 11,4 miliardi, un utile netto di 7,2 milioni (in calo rispetto ai due esercizi precedenti) e un patrimonio netto di 75,5 milioni. Al 31 dicembre il suo Cet1, indicatore di solidità, è risultato del 16,57%, superiore al 15,80% del 31 dicembre 2015. Vice presidenti sono Massimo Coppa, esponente della famiglia che è anche azionista, e Mario Deaglio.
Maurizio Sella, grande capo dell'omonimo e storico gruppo biellese, saldamente controllato dalla numerosa famiglia del fondatore (al vertice si trova la sapa Maurizio, società in accomandita per azioni) è un protagonista del sistema finanziario nazionale ed è stato, fra l'altro, presidente dell'Abi.

Maurizio Sella, numero uno dell'omonimo Gruppo
Federico Sella ad-dg Banca Patrimoni Sella

                                                                                                         

GIOVANNA VITELLI E MASSIMO PEROTTI

A Cannes, all'ultimo Festival della nautica, Azimut-Benetti e la Sanlorenzo hanno fatto man bassa di premi e hanno raccolto diversi ordini importanti. Un ulteriore riconoscimento dell'eccellenza e della competitività internazionale dei due Cantieri del Nord Ovest, leader a livello mondiale e protagonisti, naturalmente, anche al Salone nautico di Genova, dove hanno prova quotidiana del loro valore con nuovi contratti e manifestazioni di ammirazione.
Azimut-Benetti (presidente è il fondatore Paolo Vitelli, vice presidente operativo la figlia Giovanni), ha un valore di produzione di oltre 700 milioni a livello di gruppo e un portafoglio ordini di 415 milioni, superiore del 34% all'esercizio precedente. Dati confermati dalla stessa Giovanna Vitelli, con la notizia che nei prossimi tre anni saranno investiti 35 milioni.
Torinese, come l'Azimut-Benetti, dove ha lavorato a lungo ed è stato direttore generale, è anche Massimo Perotti, titolare e presidente della Sanlorenzo, che ha cantieri nello Spezzino e a Viareggio. La Sanlorenzo ha un fatturato di 314 milioni, un portafoglio ordini di 360 milioni e 400 dipendenti diretti, in crescita. Il suo piano industriale 2017-2020 prevede investimenti per 100 milioni: 42 per nuovi modelli, 52 in strutture e 6 in ricerca.

Giovanna Vitelli vice presidente operativo Azimut-Benetti
Massimo Perotti titolare Sanlorenzo









RENZO PIANO E GENOVA

Architetto tra i più apprezzati e invocati al mondo, il genovese Renzo Piano, creatore di opere entrate nella storia del design e dell'urbanistica, Senatore a vita, non dimentica mai la sua città, che ama profondamente e alla quale, periodicamente, dona progetti e soluzioni per accrescerne la bellezza, la funzionalità, lo sviluppo.
Il regalo più recente a Genova, Renzo Piano lo ha fatto con il progetto della “Piazza del Vento”, un campo di 57 alberi di barca a vela strallati con fiocchi per interagire con il vento e il sole, dotato anche di un campo sonoro - “Melodie mediterranee” - creato collegando gli alberi tra loro con cavi metallici. La “Piazza del Vento” è stata realizzata con il contributo dall'Ucina-Confindustria nautica; si trova all'ingresso del Salone nautico, dove è stata inaugurata.
Salone tornato, quest'anno, a riscuotere un notevole successo e rievocare la vocazione marinaresca della Superba. Una caratteristica, quella della blue economy, ribadita dai dati relativi alle esportazioni del primo semestre, quando sono state vendute all'estero navi e imbarcazioni per 395 milioni (+5,2%), tanti da far attribuire a questo settore il primato dell'export, davanti ai prodotti siderurgici e ai macchinari.
Ottant'anni compiuti il 14 novembre, figlio di costruttore edile, Renzo Piano già nel 2006 era stato inserito, da Time, fra le cento personalità più influenti al mondo. Oltre che archistar, Renzo Piano è un imprenditore di successo: il suo Renzo Piano Building Workshop, che, fra l'altro, impiega molti giovani, ha un notevole volume d'affari, non soltanto in Italia e in Francia. Ha anche costituito la Fondazione che porta il suo nome.

Renzo Piano


Sanità pubblica, le virtù valdostane

Sanità pubblica: appartiene alla Valle d'Aosta il record nazionale della puntualità (minori ritardi) dei pagamenti ai fornitori dei dispositivi medici. Il primato, confermato nel 2016, è stato riconosciuto alla regione alpina dalla Cgia, attendibile e attentissima associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre. 
Sulla base di dati di Assibiomedica, infatti, la Cgia ha constatato che, in Valle d'Aosta, le aziende fornitrici di dispositivi medici a strutture del Servizio sanitario nazionale (Ssn) incassano il dovuto, mediamente, 76 giorni dopo la data di fatturazione, un tempo che è la metà della media italiana (153 giorni).
In Liguria il tempo medio del Ssn per questo genere di forniture è di 94 giorni e di 173 in Piemonte, battuto in lentezza da Sardegna (183 giorni), Sicilia (209), Campania (259), Calabria (443) e Molise (621), maggiore ritardatario. Comunque, rispetto al 2011, i tempi medi di pagamento ai fornitori di dispositivi medici si sono ridotti del 49% a livello nazionale, del 51,9% in Liguria, del 36,7% in Piemonte e del 32,7% in Valle d'Aosta.
Proprio la Valle d'Aosta è anche la regione che, nel 2015 (ultimo dato disponibile), ha presentato il secondo minor debito pro-capite verso il complesso dei fornitori degli enti del Servizio sanitario nazionale: 125 euro, superiore soltanto ai 97 euro medi degli abitanti delle Marche (377 euro la media italiana). Infatti, l'indebitamento totale delle Marche nei confronti dei fornitori del Ssn era di 149,1 milioni di euro, mentre era di 15,9 milioni quello della Valle d'Aosta.
Nel 2015, la Sanità pubblica aveva un indebitamento verso i fornitori pari a 1,831 miliardi in Piemonte (416 euro per ogni residente) e a 463 milioni in Liguria (295 euro a testa). Quanto all'intera Italia, il debito ammontava a 22,9 miliardi, corrispondenti a 377 euro per persona.
Anche per il debito del Ssn pro-capite verso i fornitori, il record negativo è stato fatto segnare dal Molise con 1.735 euro per abitante (541,4 milioni in totale). Nella relativa graduatoria, il Piemonte è finito in settimana posizione e la Liguria in tredicesima.
Ancora la Cgia, con la sua ricerca, ha evidenziato che, nel periodo 2011-2015, quando l'indebitamento del Servizio sanitario nazionale nei confronti dei suoi fornitori è diminuito di 15 miliardi a livello nazionale, quindi del 39,7% rispetto ai quasi 38 miliardi dell'inizio del periodo considerato. Un tasso di riduzione superiore a quello medio italiano è stato fatto registrare dalla Valle d'Aosta (-41,8%), mentre sono risultati inferiori quelli del Piemonte (-31%) e della Liguria (-31%).
Tra il 2011 e il 2015, comunque, il Piemonte ha ridotto di 824,3 milioni il suo indebitamento sanitario verso i fornitori e di 257,3 milioni la Liguria.
La regione più virtuosa nel tagliare il debito sanitario? Le Marche (69,5%), che hanno fatto meglio anche della Campania (-55,4%) e del Veneto (-51%). Al contrario, a fare peggio sono state Umbria, che ha aumentato il debito del 57,7% e Molise (+39,7%).



Una buona estate anche per le banche

Estate positiva per le banche, in Italia. A provarlo sono i dati comunicati dall'Abi, l'associazione nazionale degli istituti di credito. I prestiti alla clientela sono cresciuti e, al 31 agosto, sono risultati pari a 1.762,1 miliardi. E' tornata ad aumentare anche la raccolta complessiva da clientela, che è salita a 1.708,4 miliardi (+0,6% rispetto alla stessa data 2016). Inoltre, sono calate le sofferenze nette, mentre è continuato il recupero di redditività.
In particolare, i depositi da clientela (conti correnti, certificati e pronti/termine), al 31 agosto, sono ammontati a 1.401,8 miliardi, 57,5 miliardi in più rispetto a 12 mesi prima (+4,3%); quanto ai prestiti a famiglie e imprese sono risultati pari a 1.362 miliardi, l'1,1% in più rispetto al 31 agosto dell'anno scorso (in totale, cioè comprendendo anche le società finanziarie e la Pubblica amministrazione, gli impieghi in essere a fine agosto erano pari a 1.762,1 miliardi, l'1,4% in più).
Evidente soddisfazione è, poi, emersa dall'Abi, di cui è vice presidente Camillo Venesio (Banca del Piemonte), in seguito alla constatazione che le sofferenze nette sono scese, a fine luglio, a 65,8 miliardi, il valore più basso dal marzo 2013, così che il loro rapporto sugli impieghi totali si è ridotto al 3,82%, mentre era ancora al 4,89% al 31 dicembre scorso.
Le sofferenze – così vengono definiti i i crediti la cui riscossione totale non è certa, perché i soggetti debitori si trovano in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili – sono diminuite di 23 miliardi rispetto agli 88,8 miliardi emersi alla fine di novembre 2015, quando hanno fatto registrare il loro massimo.
Seguono notizie relative a tre banche del Nord Ovest comprese nell'elenco delle Lsi-Less significant institution, come vengono chiamate quelle che, per le loro dimensioni minori, non costituiscono comunque un problema per il sistema.

BANCA REALE – Al 100% di Reale Mutua Assicurazioni, compagnia a capo di Reale Group, sempre più grande e forte, la Banca Reale sta perseguendo il suo sviluppo commerciale anche attraverso i suoi “Spazi Banca”, mini sportelli all'interno di prescelte agenzie assicurative dello storico Gruppo torinese. Nel 2016 ne ha aperto quattro, portando a 10 il totale di fine anno; ma l'ampliamento di questa particolare rete distributiva sta continuando ed è in accelerazione. Per ora, invece, non risultano in programma inaugurazioni di altre filiali tradizionali, dopo quella di Bologna, nel luglio 2016, che si è aggiunta Verona, Parma, Legnano, Milano, Borgosesia e, naturalmente, alle tre del capoluogo piemontese.
Banca Reale, presieduta da Iti Mihalich, straordinario numero uno del Gruppo, alla fine del 2016 presentava una raccolta globale da clientela pari a 10,735 miliardi, superiore del 4,5% a quella dell'esercizio precedente, oltre che impieghi alla clientela per 275,3 milioni(+12%) e un patrimonio netto di 60,2 milioni. Il suo utile netto è stato di 1,8 milioni.
Dotata di circa 140 dipendenti, Banca del Piemonte, che ha come testimonial Gigi Buffon, è guidata da Massimo Luvié, fra l'altro condirettore generale della Reale Mutua, dove affianca Luca Filippone, il quale è consigliere di amministrazione della Banca, come Luigi Lana e, fra gli altri, Marco Weigmann.
Massimo Luvié direttore generale Banca Reale
BANCA PASSADORE – Primo semestre in accelerazione per la Banca Passadore, controllata dall'omonima famiglia genovese, che, fra l'altro, ne esprime il presidente e l'amministratore delegato-direttore generale, rispettivamente Augusto Passadore e il figlio Francesco. Al 30 giugno scorso, infatti, la raccolta è ammontata a 2,439 miliardi (+9,8% rispetto alla stessa data del 2016), gli impieghi sono saliti del 5,7% a 1,660 miliardi, i titoli in deposito a 4,560 miliardi (+8%) e i fondi propri a 177,350 milioni (+3,38%). Il rapporto sofferenze/impieghi è risultato dello 0,8$% e l'utile netto di 8,686 milioni (10,1 nella prima parte dell'esercizio precedente). Cet1 al 12,6%.
La Banca Passadore, che conta 390 dipendenti e 23 sportelli, dislocati in sette regioni (l'apertura più recente è stata ad Alba) ha come vice presidente il torinese Carlo Acutis, la cui famiglia controlla la Vittoria Assicurazioni. Acutis è azionista della Banca Passadore, così come questa lo è della Yarpa di Acutis e di Vittoria Capital. Nel portafoglio della Passadore si trova anche il 9,7% del Banco di Azzoaglio, a suo volta socio della Banca genovese, che vede nel suo Consiglio di amministrazione, fra gli altri, Alessandro Garrone (Erg) e il subalpino Alberto Brignone.

BANCO AZZOAGLIO – Come l'alleata Banca Passadore di Genova ha aperto, da poco, la sua prima filiale nella provincia di Cuneo, ad Alba, così il Banco Azzoaglio di Ceva, socio della Passadore, come questa lo è della Banca ligure, si appresta a diventare operativo, direttamente, per la prima volta, fuori dalla provincia di Cuneo e dal Ponente Ligure, suoi territori di riferimento. Il Banco Azzoaglio, controllato dall'omonima famiglia fin dalla sua fondazione, nel 1879, ha in programma, infatti, di aprire a Torino una sede di rappresentanza, che potrebbe poi diventare una filiale, ripetendo così l'esperienza della Passadore ad Alba.
Pilotato da Francesco Azzoaglio, amministratore delegato e direttore generale (presidente è Mauro Rebutto, assistito da Simone ed Erica Azzoaglio, direttori centrali oltre che consiglieri di amministrazione), il Banco Azzoaglio ha chiuso il 2016 con una raccolta globale da clientela pari a 1,558 miliardi (+5,65% rispetto al 2015); in particolare, la raccolta diretta è ammontata a 660 milioni, mentre gli impieghi alla clientela sono risultati di 505 milioni (+9,9%), per il 51% sotto forma di mutui. Le sofferenze nette sono risultate pari al 2,6% degli impieghi. Praticamente invariati l'utile netto (un milione) e il patrimonio netto (60,5 milioni). Il Cet1 è risultato del 11,68%.
A fine 2016, il Banco Azzoaglio contava 135 dipendenti e 19 sportelli, 5 dei quali nella Liguria di ponente.


In calo le liti con il Fisco

Calano le liti tra i contribuenti e il fisco. E diminuisce anche il numero delle controversie giacenti; in questo caso, però, non dappertutto. In tre province del Piemonte, infatti, le controversie giacenti sono aumentate e in Valle d'Aosta più che in tutto il resto d'Italia. E' la sintesi del rapporto appena pubblicato dal Dipartimento delle Finanze del Mef, che presenta i dati e le analisi del contenzioso tributario al 30 giugno 2017.
In particolare, per quanto riguarda le tre regioni del Nord Ovest, il ministero dell'Economia e delle Finanze ha comunicato che le Commissioni Tributarie Provinciali (Ctp) hanno ricevuto complessivamente, nel secondo trimestre di quest'anno, 1.858 nuovi ricorsi (20,6 come media giornaliera), del valore totale di 200,844 milioni di euro.
Dal primo giorno di aprile all'ultimo di giugno, alle Ctp piemontesi sono pervenute 1.050 nuove controversie (per 197,7 milioni di euro), alle liguri 753 (per 41,8 milioni) e a quella valdostana 55, per 3,1 milioni.
A livello provinciale, nel secondo trimestre 2017, i nuovi ricorsi di persone fisiche e giuridiche contro gli enti impositori di tasse, tributi e contributi (fisco, in termini generali), sono stati 159 ad Alessandria, 41 ad Asti, 56 a Biella, 101 a Cuneo, 103 a Novara, 508 a Torino, 30 a Verbania e 52 a Vercelli; 425 a Genova, 100 a Imperia, 122 a La Spezia e 106 a Savona.
In seguito alle “definizioni”, cioè alle sentenze delle Comissioni tributarie provinciali nel periodo aprile-giugno, le controversie “pendenti”, cioè in attesa di giudizio, alla fine del semestre, sono risultate 1.223 ad Alessandria (+0,91% rispetto al 31 marzo), 125 ad Asti (-17,22%), 508 a Biella (-9,45%), 795 a Cuneo (-0,50%), 426 a Novara (.2,96%), 1.921 a Torino (-1,39%), 101 a Varbania (+32,89%) e 135 a Vercelli (+8,87%).
In Liguria, 1.150 a Genova (-1,46%), 1.518 a Imperia (-1,75%), 718 a La Spezia (-0,83%) e 432 a Savona (-6,7%). Quanto ad Aosta, le controversie pendenti al 30 giugno ammontavano a 96, a fronte del 31 marzo. Perciò, il contenzioso da dirimere da parte della Commissione tributaria provinciale di Aosta, nel secondo trimestre di quest'anno è aumentato del 65,5%, tasso record a livello nazionale.
In tutta l'Italia, dall'inizio di aprile alla fine di giugno 2017, i ricorsi presentati alle Ctp sono 45.133 (-8,9% rispetto al corrispondente periodo 2016) e 54.652 quelli definiti, per cui sono risultati 286.271 i pendenti al termine del primo semestre (-3,2%).
A loro volta, le Commissioni tributarie regionali, secondo grado di giudizio nelle liti tra contribuenti e fisco, hanno registrato 17,424 nuovi appelli (-8,7%) e, al giugno, contavano 154.532 cause pendenti (+0,94%).
Alla Ctr piemontese sono pervenuti, nel secondo trimestre, 418 nuovi appelli, uno in più della Ctr ligure, mentre alla valdostana ne sono giunti 15. Il totale degli appelli pendenti al 30 giugno appena passato, è di 42 alla Ctp valdostana (+23,5% rispetto al 31 marzo), 3.123 a quella piemontese (-5,28%) e 4.780 a quella ligure (-3,98%).
Il valore complessive delle 852 controversie presentate, nel trimestre aprile-giugno, alle Commissioni tributarie regionali del Nord Ovest è di 45,626 milioni di euro, 75,7 dei quali relativi al Piemonte, 45,2 alla Liguria e 361.750 alla Valle d'Aosta.
Dai dati del ministero dell'economia e delle Finanze, fra l'altro, emerge che il Nord Ovest, nel suo insieme, è relativamente meno litigioso con il fisco (rapporto tra popolazione e numero di controversie), rispetto ad altre aree nazionali: il suo tasso di litigiosità fiscale è risultato del 4,1% mentre la sua popolazione è pari al 10% degli abitanti in Italia.
Ancora a livello nazionale, il Mef ha segnalato che nelle Commissioni tributarie provinciali il 45% dei giudizi è stato favorevole all'ente impositore, quindi al fisco , mentre il contribuente ha vinto nel 32% dei casi. E negli appelli, le Commissioni tributarie regionali hanno dato ragione all'ente impositore nel 48% dei casi a fronte del 37% a favore del contribuente.



Ferrero, Lavazza, Centrale Latte, Bolaffi

Buone nuove dal Nord Ovest.

FERRERO – I circa 6.000 dipendenti della Ferrero in Italia (a livello mondiale, il Gruppo ne conta circa 30.000, occupati dalle 86 società controllate, che dispongono di 22 stabilimenti produttivi e vendono in oltre 170 Paesi, con un fatturato che è stato di 10,3 miliardi di euro nel passato esercizio) nella busta paga di ottobre troveranno il premio annuale di circa 2.000 euro, avendo raggiunto gli obiettivi prefissati. In Ferrero, il premio annuale è parte di un pacchetto welfare sempre più ampio ed esemplare.
Dal primo giorno di questo mese, il gruppo Ferrero ha un nuovo amministratore delegato: Lapo Civiletti, 56 anni, fiorentino, da 13 anni in Ferrero con incarichi di sempre maggiore responsabilità. Lapo Civiletti ha ricevuto l'incarico precedentemente ricoperto da Giovanni Ferrero dallo stesso Ferrero, che si è riservato la carica di executive chaiman, cioè presidente esecutivo.
Giovanni Ferrero, figlio del geniale e indimenticabile Michele, creatore anche della Nutella, ha spiegato che Lapo C iviletti “è stato scelto per il suo business acumen, per la sua visione e per il suo orientamento ai risultati, oltre che per la sua capacità di valorizzare la cultura e promuovere i valori Ferrero”

LAVAZZA – A Milano, in piazza San Fedele, a poche decine di metri da piazza della Scala, la Lavazza ha appena inaugurato il suo primo flagship store, “negozio” speciale e innovativo, un “tempio del caffè”, destinato a essere replicato in altre metropoli, a partire da quelle europee, come Parigi, Londra, Berlino, per arrivare fino a Mosca, all'Australia, il Sud Africa e, naturalmente, gli Usa. A confermare l'importanza attribuita all'iniziativa milanese è stata anche la presenza dei maggiori esponenti della famiglia Lavazza, interamente proprietaria del leader italiano del caffè: il presidente Alberto, i vice presidenti Giuseppe e Marco, affiancati da Antonio Baravalle, l'amministratore delegato.
Il Gruppo Lavazza, che ha circa 3.000 dipendenti, ha chiuso il bilancio 2016 con un fatturato di 1,9 miliardi (+29% rispetto al 2015), per il 60,3% dovuto alle vendite all'estero (è presente in oltre 90 Paesi). L'utile netto è stato di 82,2 milioni e, a fine dicembre, aveva una posizione finanziaria netta positiva per 687 milioni, oltre che un patrimonio netto di 2,14 miliardi. Risulta al sesto posto nella classifica mondiale dei maggiori torrefattori. Ha l'obiettivo di fatturare 2,2 miliardi nel 2020.

CENTRALE DEL LATTE D'ITALIA – Oggi, 20 settembre, l'azione Centrale del Latte d'Italia ha chiuso le contrattazioni di Borsa a 3,38 euro, il 17,2% in più di ieri. Questo valore rappresenta il nuovo record del titolo dall'inizio di quest'anno, essendo stati superati i 3,274 euro del 3 gennaio. La performance annuale è arrivata vicina al 20% e la capitalizzazione a 41 milioni. L'impennata a Piazza Affari è stata giustificata dall'annuncio dell'ottimo andamento delle vendite: a fine agosto, i ricavi netti consolidati sono risultati superiori del 90% a quelli dei primi otto mesi 2016. quando, però, la Centrale del Latte di Firenze non faceva ancora parte del gruppo. A parità di perimetro, comunque, l'incremento è stato del 6%.
Nei primi sei mesi 2017, il gruppo Centrale del Latte d'Italia, che ha 5 stabilimenti, 450 dipendenti e vende i suoi prodotti in oltre 16.000 esercizi, aveva già fatturato 90,5 milioni. Il prezzo fatto segnare dal titolo oggi in Borsa è comunque ancora lontano dai massimi del 2015 (oltre 4 euro) e del 2014 (oltre 5 euro), quando l'azione era relativa solo alla Centrale del Latte di Torino.

BOLAFFI – Attiva nel campo del collezionismo dal 1890, quando è stata fondata, a Torino, da Alberto Bolaffi senior, l'omonima impresa, ora guidata dalla quarta generazione (numero 1 operativo è Giulio Filippo Bolaffi, figlio del nipote del fondatore), ha annunciato l'avvio di una nuova attività, curata da uno specifico dipartimento della Aste Bolaffi, una delle società del Gruppo. Il nuovo dipartimento di Aste Bolaffi è quello di Auto e moto classiche, che debutterà con l'asta in programma il 23 maggio prossimo. Per la sua prima asta, il dipartimento Auto e moto classiche sta selezionando modelli da collezione di marche come Ferrari, Maserati, Lamborghini, Lancia, Alfa Romeo, Jaguar, Mg ed esemplari storici di due ruote a motori.

Punto di riferimento internazionale nel settore, il gruppo Bolaffi, che dispone di oltre cento collaboratori, opera in diversi campi: filatelia, numismatica, manifesti, filografia, editoria, diamanti e metalli preziosi (fra l'altro, in agosto, ha ricavato oltre 365.000 euro dalla vendita on line di lingotti d'oro, tre volte più che nello stesso mese dell'anno scorso). Sempre più rilevanti, per Bolaffi, sono anche le aste, anche di oggetti di nicchia. D'altra parte, per Bolaffi “la storia è un oggetto da collezione”.


Disamorati dei titoli di Stato

Disamoramento dei titoli di Stato italiani. E' un fenomeno diffuso particolarmente nelle tre regioni del Nord Ovest. L'anno scorso, famiglie consumatrici e imprese di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, hanno ridotto di oltre 4 miliardi i loro investimenti in Btp, Bot, Cct, Ctz. Infatti, al 31 dicembre 2016, è risultato pari a 25,507 miliardi il valore dei titoli di Stato italiani custoditi dalle banche attive nelle tre regioni, mentre alla stessa data del 2015 era di 29,546 miliardi.
Il calo è del 13,67%, quindi superiore al 9,14% della media italiana. A livello nazionale, infatti, la diminuzione è stata di 18,8 miliardi, dato che il valore complessivo dei titoli di Stato italiani dati in custodia alle banche, da parte di famiglie consumatrici e imprese, è sceso da 206,133 a 187,277 miliardi. A questa riduzione, il Nord Ovest ha partecipato per oltre un quinto (21,4%, per la precisione), perciò ben più che in proporzione al suo peso.
Banca d'Italia ha rilevato che, al 31 dicembre 2016, i titoli di Stato italiani custoditi dalle banche per conto delle famiglie consumatrici ammontavano a 17,866 miliardi in Piemonte (-2,867 miliardi rispetto alla stessa data del 2015), a 6,222 miliardi in Liguria (-940 milioni) e a 276 milioni in Valle d'Aosta (-47 milioni).
Quanto alle imprese, i loro investimenti in titoli di Stato italiani lasciati a custodia delle banche, a fine 2016 sono risultati di 759 milioni in Piemonte (-151 milioni nei confronti del 31 dicembre 2015), 337 milioni in Liguria (-13) e 47 milioni in Valle d'Aosta (-21).

Il valore dei titoli di Stato italiani custoditi nelle banche per conto sia delle famiglia consumatrici che delle imprese è calato a 18,625 miliardi in Piemonte (-3 miliardi), a 6,559 miliardi in Liguria (-953 milioni) e a 323 milioni in Valle d'Aosta (-68 milioni).  
Il disamoramento dei titoli di Stato italiani è dovuto, soprattutto, ai loro rendimenti, che, quando ci sono (i Bot rendono nulla), sono minimi, anche quando hanno scadenze a medio termine e persino a lungo termine.

Banca d'Alba punta i vip di Torino

Non è ancora ufficiale, ma nell'ambiente finanziario torinese viene data come notizia certa: la Banca d'Alba, che ha il primato italiano per numero di soci (quasi 54.000) nel Credito Cooperativo, presto aprirà una filiale nel quartiere Vip di Torino, la Crocetta.
L'iniziativa è emblematica. Non soltanto perché l'operazione dell'istituto presieduto da Tino Ernesto Cornaglia e diretto da Riccardo Corino è in controtendenza (da tempo, quasi tutte le banche stanno chiudendo sportelli); ma anche perché la presenza materiale della Banca d'Alba nel “cuore” del capoluogo piemontese ha il sapore di una conquista. Torino era dominio dell'omonima Cassa di Risparmio e dello storico e fortissimo Sanpaolo. Oggi la bandiera bancaria cittadina è rappresentata, validamente e solidamente, dalla Banca del Piemonte, guidata, con lungimiranza ed efficacia, da Camillo Venesio, insieme con i suoi figli Carla e Matteo.
Con quella alla Crocetta diventeranno 73 le filiali della Banca d'Alba, otto delle quali a Torino, che può già vantare una sede distaccata, come Imperia, Acqui Terme, Omegna e Rivara, quest'ultima in seguito alla recente incorporazione della Bcc Riva Banca, attiva nel Canavese. Ancora nel 2003, erano solo 38 le filiali della Banca d'Alba, la quale dispone di sportelli anche nelle province di Alessandria, Asti, Verbania, Savona e, naturalmente, Cuneo, più, appunto, Imperia e Torino.
Nata, nel 1998, dalla fusione di tre Casse rurali locali – Diano d'Alba, Gallo Grinzane Cavour, Vezza d'Alba – la Banca d'Alba è passata dai 7.399 soci di allora ai quasi 54.000 di oggi (nel primo semestre erano già aumentati di 1.290 rispetto al 31 dicembre 2016, arrivando così a 51.650).
A proposito dei primi sei mesi 2017, la Banca d'Alba ne ha appena comunicato i risultati, fra i quali 6.705 nuovi correnti, che hanno portato a 146.231 il numero dei clienti. Inoltre, sono state finanziate 1.017 piccole e medie aziende, per complessivi 106,3 milioni e 661 famiglie con un mutuo prima casa, per un totale di 76 milioni.
Al 30 giugno 2017, la raccolta diretta ammontava a 3,683 miliardi (+2% rispetto a fine 2016) e l'indiretta a 2,195 miliardi (+4,8%); i crediti alla clientela erano pari a 2,798 miliardi (+2,5%) e le sofferenze pari al 4,7% (-0,1%). Le commissioni nette sono state di 17,4 milioni (+7,9%), il margine d'intermediazione di 57,5 (-3,6%) e l'utile netto di 10,2 milione, inferiore di quasi un milione, per cui il roe è sceso al 3,1%, ma la redditività complessiva è risultata del 3,7%, aumentata del 3,3%, come il patrimonio netto, che ha raggiunto quota 327 milioni (il Tier1 è al 13,8%).
La Banca d'Alba conta oltre 450 dipendenti.

Riccaro Corino, direttore generale Banca d'Alba
Camillo Venesio, n.1 Banca del Piemonte






Alle giovani l'impresa piace meno

Alle giovani del Nord Ovest diventare imprenditrici piace meno che nel resto dell'Italia. Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, infatti, presentano un tasso di “femminilizzazione” delle imprese giovanili inferiore alla media nazionale. Quest'ultima è del 28,64%, corrispondente a 162.187 imprese guidate da donne con meno di 35 anni sulle 566.268 che, al 30 giugno scorso, facevano capo a giovani di entrambi i sessi.
In Piemonte, alla fine di giugno, le imprese giovanili femminili erano 11.092, pari al 28,2% del totale di aziende under 35 registrate dalle Camere di commercio (39.328); in Valle d'Aosta se ne contavano 312, pari al 28% di tutte le giovanili e in Liguria 3.557, pari al 27,13% delle 13.110 under 35 in attività.
Il tasso ligure di femminilizzazione delle imprese giovanili è il più basso non soltanto del Nord Ovest ma anche di tutte le altre regioni italiane. Invece, le tre quote più alte vengono accreditate a Umbria (31,18%), Molise (30,96%) e Abruzzo (30,8%).
Comprese quelle under 35, le imprese femminili operanti in Liguria sono 35.915, a fronte delle 126.798 maschili; la loro quota, pertanto, risulta del 22,07% delle 437.338 di tutti e due i sessi. Anche questa è la minore delle regioni del Nord Ovest, ma non della media dell'intero Paese, che è del 21,8%, corrispondente a 1.325.438 imprese sul totale di 6.079.761 censite da Unioncamere, l'unione nazionale delle Camere di commercio.
In Piemonte, le imprese amministrate da donne, a prescindere dall'età, sono 97.635 (22,32% delle 437.338 iscritti nei registri camerali al 30 giugno 2017) e in Valle d'Aosta 2.925 sul totale di 12.634, quindi il 23,15%.

Unioncamere ha riferito che, a livello nazionale, quattro imprese femminili su dieci sono state create a partire dal 2010, mentre hanno meno di sette anni solo tre su dieci delle maschili. Delle 554.000 imprese femminili nate negli ultimi sette anni, 155.000 operano nel commercio, 64.000 nella ristorazione e nell'ospitalità, 26.000 nel noleggio e come agenzie di viaggio, oltre 18.000 nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, 13.000 nel campo finanziario e assicurativo,poco meno di 11.000 nei servizi di informazione e comunicazione.


           Nicoletta Viziano, past president del Gruppi Giovani di Confindustria Liguria 

Liguria amara per i concessionari auto

Mercato amaro, per i rivenditori liguri di automobili. Se è vero, infatti, che nei primi otto mesi di quest'anno hanno venduto 732 vetture in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso; è altrettanto vero che questo aumento è limitato al 3%, mentre il mercato italiano è cresciuto del 9,1% e del 19% in Valle d'Aosta, per non parlare del 35,1% fatto registrare in Piemonte.
Comunque, dal primo giorno di gennaio all'ultimo di agosto, sono state registrate 23.555 nuove immatricolazioni in Liguria (24.287 nei primi otto mesi 2016), 41.407 in Valle d'Aosta (34.787) e 156.803 in Piemonte (116.036). Regione, quest'ultima, che ha contato un numero di acquisti di auto nuove inferiore soltanto a quelli del Trentino-Alto Adige (229.789) e della Lombardia (221.311). Però, il Trentino-Alto Adige è favorito, come la Valle d'Aosta, da una tassazione agevolata per le nuove immatricolazioni.
In Liguria, il mercato automobilistico era cresciuto meno della media nazionale anche nei primi otto mesi 2016 – 9,5% contro il 15,9% di tutta l'Italia – per cui, è evidente che si tratta di un fenomeno strutturale e non congiunturale.

In particolare, per quanto riguarda le vendite di auto nuove in agosto, ecco le cifre del Nord Ovest a a livello provinciale: 8.643 a Torino, 1.477 ad Aosta, 804 a Genova, 768 a Cuneo, 556 ad Alessandria, 444 a Novara, 318 a Savona, 303 a La Spezia, 214 ad Asti, 204 a Biella, 202 a Imperia, 198 a Verbania e 172 a Vercelli.

Debito pubblico, ci aspettano più tasse

Il debito pubblico italiano ha raggiunto i 2.300 miliardi di euro (2.299,968 al 31 luglio, come ha precisato Banca d'Italia, pochi giorni fa). Se n'è parlato poco, nonostante la cifra tonda facesse notizia, come il nuovo record. Forse perché ci abbiamo fatto l'abitudine. Ogni mese, il debito è sempre più alto. Ma lo spread non cambia, la Borsa non sembra neppure accorgersene, i giornali, neanche tutti, dedicano qualche riga e sono sempre meno gli interventi, in merito, da parte di economisti, editorialisti, esponenti del sistema produttivo e finanziario, politici.
Qualche ragione c'è. In fondo, il debito pubblico, pur a 2.300 miliardi, è sostenibile. E sostenuto. Gli interessi vengono pagati puntualmente e senza affanno. Inoltre, se è vero che la somma pare esorbitante è altrettanto vero che rappresenta poco più del 130% del Pil, cioè del valore della ricchezza prodotta annualmente dall'Italia.
Questo rapporto diventa più significativo se si relaziona con quello di una famiglia media o di un'azienda. Sono centinaia di migliaia le famiglie che, per comprare la casa, hanno fatto un mutuo di importo superiore al loro reddito annuale e versano regolarmente le rate dovute. Lo stesso vale per una miriade di imprese, che hanno un indebitamento maggiore ai ricavi che ottengono nell'esercizio dalla svolgimento della loro attività.
E' pure vero che, a fronte dei debiti delle famiglie e delle imprese, c'è un patrimonio, cioè ci sono beni come la casa e impianti produttivi. Altrettanto vero, però, è che, anche a fronte del debito pubblico, si trova un patrimonio, grande, senza dubbio, di valore molto superiore ai 2.300 miliardi e a cifre ancora più elevate.
Quindi, le questioni meritevoli di attenzione, relativamente al debito pubblico, sono altre. Una è quella degli interessi. Famiglie e imprese pagano le rate dei prestiti con i soldi ricavati dalle loro attività, perciò non si indebitano più di quanto sono in grado di restituire, almeno quelle che hanno una gestione da buon padre di famiglia, responsabile e coscienziosa. Invece, le Amministrazioni pubbliche non si comportano così, nonostante che, per legge, tutte le spese dovrebbero avere una copertura prima di essere fatte.
Non solo, l'indebitamento pubblico, alla pari di quello privato, dovrebbe essere conseguente a investimenti, fatti per l'aumento del reddito o del patrimonio, non a spese improduttive e sprechi, come purtroppo accade nel nostro Paese. E questo pare già un ottimo motivo di discussione, di meditazione e di provvedimenti.
Altro punto degno di attenzione. Di fronte a un debito aumentato o diventato insostenibile, chi gestisce con il principio del buon padre di famiglia rimedia, per non essere inadempiente, alienando parte del suo patrimonio, magari i gioielli, oppure riducendo le spese o, ancora, aumentando i ricavi.
Qui compare l'altra grande differenza, tra pubblico e privato. Le Amministrazioni pubbliche, infatti, normalmente, non riducono le spese – anzi, continuano ad aumentarle, come confermano i dati mensili del ministero dell'Economia e delle Finanze – non vendono i gioielli e non ricavano abbastanza dai loro investimenti.
E allora, per far quadrare i conti, per continuare a pagare gli interessi del loro debito, sia pure cresciuto, aumentano le tasse, in ogni modo possibile. Ecco a cosa si dovrebbe pensare ogni volta che il debito pubblico aumenta: i contribuenti, che non sono tutti gli italiani, si preparino a vedersi sottrarre altri soldi dai loro portafogli.


Perché Boero lascia la Borsa

Liguria sempre più povera in Borsa. Si ridurranno a tre le società della regione rivierasca quotate a Piazza Affari. La Boero Bartolomeo, infatti, uscirà dal listino delle contrattazioni, 35 anni dopo esservi entrata (l'esordio risale al 22 dicembre 1982). Restano le genovesi Erg (famiglia Garrone-Mondini), Banca Carige (Malacalza azionista di riferimento) e la Orsero di Albenga.
Il 15 settembre, infatti, il Consiglio di amministrazione della Boero Bartolomeo, storica azienda di vernici per edilizia, yachting e comparto navale, ha deliberato la convocazione dell'assemblea chiamata ad approvare l'acquisto delle proprie azioni tramite offerta pubblica totalitaria volontaria per poi ottenere il delisting, cioè l'uscita dal Mercato Telematico Azionario della Borsa Italiana.
Il risultato è scontato. C'è già l'accordo, un patto, tra i sei gruppi di azionisti che, insieme, detengono il 97,4% del capitale, che sale al 98,7% con i titoli già nel portafoglio della Boero Bartolomeo, il cui flottante è perciò limitato all'1,26%. La sola Andreina Boero, presidente della holding, possiede il 55,3% della società, della quale ha azioni anche la figlia, Cristina Cavalleroni Boero.
Emblematica la spiegazione della decisione: “In considerazione della insussistenza di fatto di un significativo flottante, esiste un interesse della Società, che non ha mai fatto ricorso al mercato dei capitali dopo la quotazione e che affronta significativi costi di compliance correlati al regime di quotazione, a fare quanto possibile per ottenere il delisting del titolo”, si legge nel comunicato stampa, che riporta anche la notizia della cooptazione di Giovanni Pericu, stimato professore di diritto e avvocato, già parlamentare e sindaco di Genova, nel Consiglio di amministrazione.
La Boero Bartolomeo è a capo dell'omonimo gruppo che conta circa 300 dipendenti e ha fatturato 85,4 milioni nel 2016. Venerdì la sua azione ha chiuso al prezzo di 20 euro e la sua capitalizzazione è risultata di poco superiore agli 87 milioni.


      In alto Andreina Boero, sotto la figlia Cristina, rispettivamente presidente e vice presidente

Sempre venerdì 15, l'assemblea della Orsero ha approvato l'aumento di capitale a pagamento riservato al gruppo spagnolo Fernandez, che avrà così il 5,66% della società di Albenga, il cui gruppo figura tra i principali importatori e distributori europei di prodotti ortofrutticoli (nel 2016 ha fatturato 685 milioni, dispone di 20 stabilimenti e di oltre mille dipendenti). Il capitale sociale della Orsero salirà così a 69,1 milioni. L'ultimo prezzo di Borsa è stato di 13,67 euro, che corrisponde a una capitalizzazione vicina ai 230 milioni.

Della Orsero è vice presidente, amministratore delegato e direttore generale, oltre che azionista di rilievo, Raffaello Orsero, nipote di Antonio Orsero, che ha fondato l'azienda nel 1940.

Raffaella Orsero, vice presidente, amministratore delegato e direttore generale dell'omonima società